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Le cose, invecchiano?

di Sergio Polano

Mi chiedo talora e chiedo anche; e mi accorgo che – l’inclinazione è personale, ça va sans dire – non ho in mente le cose come categoria in sé, astratte res, ma alcuni oggetti, le cose d’uso comune, gli utensili in specie e più in generale i frutti della capacità strumental-mobiliaria umana. Le cose che mi interessano (qui almeno) sono soltanto una parte dell’immane cosità mondana: la natura di quest’ultima e il suo rapporto con lo scaturire e lo scorrere del tempo (divoratore e preservatore), a cui inevitabilmente si giunge, è impervio compito per filosofi e scienziati. «La nascita del nostro tempo non è – ha affermato al proposito Ilya Prigogine nel 1984 – la nascita del tempo. Già nel vuoto fluttuante il tempo preesisteva allo stato potenziale. […] Il tempo non è l’eternità, né l’eterno ritorno. Ed esso non è più solamente irreversibilità ed evoluzione. Forse oggi ci serve una nuova nozione del tempo in grado di trascendere le categorie di divenire e di eternità».

L’ambito a cui penso, insomma, è assai più modesto e ristretto: cose che servono e si usano, beni strumentali e mobiliari, utensili e arredi comuni. Ne convengo, l’indice è assai impreciso per un possibile catalogo ma basta a suggerire, senza troppe pretese definitorie, l’estensione del repertorio a cui sono affezionato come problema.

Queste cose, invecchiano?

In un certo senso, la risposta è sì. Se per invecchiamento intendiamo l’apparire di queste cose ai nostri occhi come passate, desuete, out, siamo entro i confini delle oscillazioni del gusto, del succedersi degli stili e delle mode, del consumo delle capacità comunicative del decoro di questi oggetti (aspetto in sé non secondario ma strutturante), in una prospettiva storica tutto sommato breve – qualche volta anche di breve respiro, se è dettata dal temibile alito del trendy. In questo primo caso, si tratta di un problema di percezione comparativa dell’estetica degli oggetti, che intreccia ragioni produttive e seduttive, in un mondo (l’attuale nostro occidentale e anche quello recente, s’intende) subissato da un flusso inarrestabile di oggetti, per lo più inutili. Un telefonino invecchia rapidamente, le automobili seguono letteralmente a ruota, e così gli arredi e i loro complementi; inutile accennare oltre a questo elenco smisurato.

La risposta è ancora sì, se l’invecchiare di queste cose è rappresentato dal loro eventuale quanto probabile degrado fisico, dalla progressiva trasformazione materiale del loro stato pristino nello svolgersi delle operazioni a cui son destinati, dall’irreversibilità dei processi a cui son sottoposti in virtù dell’uso e dell’azione che svolgono (fino al limite della perdita della loro efficacia, per consunzione o anche per scorretto utilizzo), a cui si può assommare, su scale cronologiche diverse, l’autonoma azione del tempo sulla materia. In effetti, bisognerebbe far riferimento alla loro materia, o meglio ai materiali, che semplicemente si trasformano, dal punto di vista fisico-chimico; obsolete, semmai, saranno le lavorazioni e gli assemblaggi che hanno subito e che hanno reso disponibili le prestazioni specifiche e appropriate, per le quali usiamo gli oggetti in discussione – mentre le prestazioni improprie son sempre possibili. Ma con ciò apriremmo un altro ambito di problemi, diverso quanto fondamentale, senza neanche riuscire a sfiorarlo. Perciò, limitiamoci a constatare: una lama arrugginita è vecchia; peggio se è anche irrimediabilmente scheggiata; ma se non taglia più, posso affilarla un numero ragionevole di volte, almeno finché c’è materia bastevole all’efficacia del taglio; nulla mi impedisce di usarla, infine, come fermacarte o segnalibro sui generis. In questo secondo caso, si tratta di un problema di prestazione, relativo alla fungibilità relativa degli oggetti: un attrezzo che agisce peggio (nelle varie accezioni che ciò può significare) di un altro è vecchio, come è vecchio uno strumento che è peggiorato nella sua azione col tempo e l’uso; o anche alla fungibilità assoluta: ed è morto, l’oggetto in questione, se non agisce più, com’è il caso di una lama spezzata, una lampadina bruciata o un motore fuso – la cui materia, tuttavia, permane, seppure in uno stato diverso da quello efficace.

Nei due casi, risposte positive quanto banali, in fondo.

In ben altra prospettiva – quella del lunghissimo percorso dell’ominazione epperciò per la storia della specie a cui apparteniamo – le risposte sono invece più articolate e problematiche. «La comparsa dell’utensile – ha scritto André Leroi-Gourhan in Le geste et la parole del 1964 – tra i caratteri specifici segna appunto la particolare frontiera dell’umanità, con una lunga transizione nel corso della quale a poco a poco la sociologia prende il posto della zoologia. […] A conclusione […] siamo arrivati alla nozione dell’utensile come vera e propria secrezione del corpo e del cervello degli antropiani. È logico, quindi, applicare a questo organo artificiale le norme degli organi naturali: deve rispondere a forme costanti, a un vero e proprio stereotipo. È questa infatti la regola per tutti i prodotti dell’industria umana nei tempi storici: esiste uno stereotipo del coltello, dell’ascia, del carro, dell’aereo, che non è solo il prodotto di un’intelligenza coerente ma il prodotto di quella intelligenza integrata nella materia e nella funzione. […] I ciottoli scheggiati della pebble culture (l’industria litica dei ciottoli, per la produzione di choppers, risalente ad almeno 2 milioni di anni fa) corrispondono appunto a uno stereotipo di cui testimoniano milioni di oggetti. […] L’evoluzione dell’industria litica segue un ritmo così lento che [in seguito, per alcune centinaia di migliaia di anni] si conserva lo stesso stereotipo, solo arricchito di alcune forme e migliorato dal punto di vista dell’esecuzione. […] Per quasi tutta la sua durata cronologica (in seguito rimarranno da percorrere solo pochi istanti geologici) il tecnicismo dell’uomo deriverebbe quindi in modo più diretto dalla zoologia che da qualsiasi altra scienza». In questi termini, la fissità dello stereotipo e delle metafunzioni che incarna (taglio, percussione…), pur con tutte le variazioni morfologiche che subisce, contraddice almeno e non di rado nega l’invecchiamento degli oggetti; del resto, siamo proprio convinti che un martello, un’ascia, un coltello possano veramente diventar vecchi e non soltanto usurarsi (e, di conseguenza, siamo certi di poterne progettare – anzi, creare – di radicalmente nuovi)?

Tutto ciò non toglie che, alla fin fine, si possa trovare la risposta più significativa, seppur indiretta, alla domanda iniziale, nella sua forma più generale, ascoltando le parole di Jorge Luis Borges in Las cosas (dall’Elogio de la sombra del 1969) ove si legge che le cose

Durarán más allá de nuestro olvido;
no sabrán nunca que nos hemos ido.
Dureranno ben oltre il nostro oblio;
non sapranno mai che ce ne siamo andati.

© Riproduzione riservata

Sergio Polano

Sergio Polano, architetto e designer, ha interrotto la carriera universitaria di professore ordinario di storia dell’arte contemporanea presso l’Università IUAV di Venezia, per godere gli 'otia' nei colli aviti del Friuli.

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