Pubblicato in: n. 04 Colore /

Bugie bianche, verità nere

di Jennifer Guglielmo

«Gli italiani sono niggaz [termine slang con cui i neri si chiamano ironicamente fra di loro] con la memoria corta». Alla fine del giugno 2002, Chuck Nice, un deejay afroamericano di WAXQ-FM, stazione radio di New York, lasciò casualmente cadere questa affermazione mentre stava conducendo una trasmissione della mattina. La risposta non si fece attendere. L’Ordine dei figli d’Italia in America, la più antica e numerosa organizzazione di italo-americani negli Stati Uniti, annunciò di essere «sconcertata da siffatta dichiarazione e dal rifiuto della radio di mandare in onda le proprie scuse. Capiamo che il Signor Nice è un afroamericano, ma non capiamo perché un bianco non può chiamare un afroamericano con quel nome [niggaz], mentre un afroamericano può usarlo per descrivere i bianchi». Quello che il portavoce dell’organizzazione vedeva come tanto offensivo, non era la frase nella sua interezza, ma solo l’epiteto, che non aveva senso in quanto usato da un afroamericano per descrivere i bianchi. Ciò che sembrava non avessero compreso, tuttavia, era come questo conduttore stava chiamando in causa gli italiani a proposito della loro particolare bianchezza: gli italiani non sono stati sempre bianchi e la perdita di questa memoria è una delle tragedie del razzismo in America.

Chuck Nice non è il solo a pensarla così. Nel XX secolo molta gente di colore ha criticato il modo con cui gli italoamericani hanno sostenuto e rivendicato un’identità bianca. W.E.B. Du Bois, Bernardo Vega, James Baldwin, Malcolm X, Ann Petry, Ana Castillo, Piri Thomas e altri autorevoli scrittori ed attivisti hanno posto l’accento sui modi complessi e contraddittori con cui gli italiani hanno adottato e contestato le pratiche della supremazia bianca. In effetti, le parole di Chuck Nice riecheggiano quelle di Malcom X che trent’anni prima ricordava agli italiani la conquista di Roma da parte di Annibale: «Nessun italiano mi salterà mai addosso ed inizierà a insultarmi, perché io conosco la sua storia. Io gli dico: ‘Quando parli con me, stai parlando con tuo papà, con tuo padre. Lui conosce la sua storia, sa come ha preso quel colore’» (Malcolm X on Afro-American History, 1970).

James Baldwin ha posto l’attenzione sul modo in cui gli italoamericani trattavano la linea del colore nel suo quartiere, il Greenwich Village, negli anni ’40 e ’50. Notò, ad esempio, come i proprietari italiani del ‘San Remo’, un ristorante del posto, lo cacciassero fuori ogni volta che entrava nel locale e come, invece, gli consentirono di rimanere quando arrivò insieme al presidente della casa editrice Harper & Row. Da quel momento in poi, infatti, sia loro sia la maggior parte degli italiani che abitavano nel quartiere, non lo infastidirono più. Ricordava che una notte, quando stava per essere assalito da una banda di bianchi, i proprietari del ‘San Remo’ chiusero il locale, spensero le luci e rimasero con lui nel retrobottega fino a che non ritennero sicuro accompagnarlo a casa in auto. «Ero al ‘San Remo’ – scrisse – ero ‘dentro’ e nessuno di quelli che mangiava con me era ‘fuori’; questo è tutto e capitò più di una volta. E nessuno sembrava più ricordare le volte in cui non fossi stato lì. Non riuscivo del tutto a mettere a fuoco, mi sembrava che io non fossi più per loro un nero e che loro non fossero più per me dei bianchi, perché talvolta mi presentavano ai loro familiari con affetto e orgoglio e non mostravano il ben che minimo interesse per quali potessero essere le mie inclinazioni sessuali. Ci fu da parte loro una dura lotta per evitare questo momento, ma forse eravamo tutti più sollevati di esserci lasciati alle spalle questa oscenità del colore» (J. Baldwin, On Being ‘White’… and Other Lies, 1984).

Il racconto di Baldwin sul modo complesso con cui gli italiani lo trattavano nel suo quartiere, lui, scrittore afro-americano omosessuale, dà l’idea di come essi rispettassero fino ad un certo punto la linea del colore, ma anche di come applicassero il proprio sistema culturale di valori per attraversarla e metterla in discussione. Egli si rese conto che ‘il prezzo del biglietto’ per una piena accettazione nella società americana era diventare ‘bianco’, e gli immigranti europei si trovavano di fronte a questa ‘scelta morale’ appena arrivati (J. Baldwin, The Price of the Ticket, 1985).

Di fatto tutti gli immigrati italiani sono arrivati negli Stati Uniti senza consapevolezza circa questa linea del colore, ma hanno subito imparato che essere bianchi significava riuscire ad evitare molte forme di violenza e di umiliazione, e avere vari privilegi, tra cui una via d’accesso preferenziale alla cittadinanza, alla proprietà, ad un lavoro soddisfacente, a una casa confortevole, al potere politico, allo status sociale e ad una buona educazione. ‘Bianco’ era la categoria nella quale venivano più frequentemente collocati, ma anche una consapevolezza che essi sia adottarono che rifiutarono.

Lo storico David Roediger ha osservato che Baldwin è stato uno dei molti scrittori afroamericani ad analizzare criticamente il modo in cui la condivisione della bugia della supremazia dei bianchi «contribuì a sottrarre vitalità alle comunità degli immigrati irlandesi, italiani, ebrei, polacchi…» poiché esigeva la disperata speranza che tutta la paura, l’esclusione, l’odio, la violenza e il terrore sui quali si era costruito il concetto di bianchezza avessero un senso (David Roediger, Black on White, 1998).

Come ha messo in evidenza Chuck Nice, questo implicava che gli italiani distorcessero le loro storie per condannare e rinnegare quelle parti di se stessi che più erano simili all’‘altro’ nero. «L’America è diventata bianca – ha detto Baldwin – a causa della necessità di negare la presenza dei neri e giustificare la loro sottomissione. Nessuna comunità può fondarsi su un principio di questo tipo o, in altre parole, nessuna comunità può fondarsi su una bugia così genocida» (Baldwin, On Being ‘White’… cit.). Il costo dell’accettazione era quello di imparare a demonizzare e respingere, «ma svilendo e diffamando il popolo nero essi hanno svilito e diffamato se stessi» (Baldwin, On Being ‘White’… cit.).

[Traduzione di Norma Zamparo]

Questo testo è una versione abbreviata di Introduction: White Lies, Dark Truths, in J. Guglielmo e S. Salerno (a cura di), Are Italians White? How Race Is Made in America, Routledge, New York 2003.

© Riproduzione riservata

Jennifer Guglielmo

Jennifer Guglielmo è docente di Storia presso lo Smith College di Northampton, in Massachusetts. I suoi interessi di ricerca riguardano l’attivismo culturale e politico femminista, il femminismo della classe operaia emigrante, le relazioni etniche e di razza e le storie di emigrazione/immigrazione e radicalismo politico. Tra le sue pubblicazioni 'Gli italiani sono bianchi?' (con S. Salerno, Il Saggiatore, Milano 2006).

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