Pubblicato in: n. 04 Colore /

Colore e città

di Mario Bisson, Daniela Anna Calabi, Cristina Boeri

Luogo, tempo, progetto
L’espansione dei luoghi abitati, di lavoro e di trasporto, trascurando vincoli naturali, psicologici, biologici, è diventata troppo spesso aggressione indiscriminata ad un sistema complesso in costante trasformazione, fatto di differenze ambientali, storiche, culturali. La tendenza ad un appiattimento delle differenze territoriali è esempio e risultato di una pianificazione umana priva di cognizioni temporali, senza previsione né verifica degli effetti che può causare l’uso di strumenti di progettazione troppo grossolani e brutali rispetto alla fragile finezza delle configurazioni con le quali ci si misura. Quest’aggressività progettuale deriva comunque dal persistere dell’idea che la grandezza degli esseri umani è più nella loro attitudine tecnologica che nella loro capacità di mettersi in consonanza con i ritmi arcani della natura, pur sottolineando che tecnologia e scienza hanno decretato il progresso e, spesso, un nuovo benessere. Il problema risiede nella necessaria compensazione naturale, nella rottura di equilibri che vengono da una sottrazione senza restituzione. Si tratta allora di elaborare concetti e metodi che portino a definire e attuare le necessarie trasformazioni spaziali, ma coerentemente con la complessità dei territori in cui accadono.

Oggi non possiamo più fare riferimento a principi etici, morali, politici e religiosi statici nella progettazione del territorio, trovandoci piuttosto in una situazione in continua mutazione, in continua ricerca di equilibri che, appena raggiunti, si dissolvono sotto la spinta delle rapide trasformazioni che caratterizzano il nostro tempo. Diventa necessario comprendere il territorio, imparando a conoscerlo ed impegnando tutto lo spettro percettivo di cui disponiamo, dalla ragione alla passione, insieme alla cultura ed al frutto dell’esperienza. Mentre il territorio sta perdendo le sue caratterizzazioni strutturali e formali, ci restituisce monotonia percettiva ed effetti livellanti sui modi di vivere degli individui e dei gruppi sociali.
Il territorio deve invece essere continuamente inteso attraverso la percezione multisensoriale, ambientale e materica, che è trasmissione di significati.
Colore, dunque, ma anche luce, forma, materia, texture

M.B.

La città ha memorie colorate
Parlare di colore nel rapporto tra ambiente, percezione e design impone un approccio trasversale e mai univoco, certamente consapevole del legame con memorie e storia, in chiave interpretativa multidisciplinare.
Un’evidenza delle città attuali è la perdita di ‘identità’, sia nell’immagine offerta dai luoghi periferici contemporanei, sia nella percezione dei cittadini residenti.
Uno sguardo al passato permette di verificare che è esistito un lungo tempo nel quale il legame tra territorio, architettura e colore era invece denso e partecipato.

I maestri toscani partivano dalla forma e il colore nasceva con essa. Per i veneti era la luce a generare il colore e lo spazio architettonico era ‘composto’ dal colore; così la ricerca pittorica era esclusivamente affidata ai valori visivi ed in particolare coloristici.

Circa due secoli fa l’uso del colore si divide da una parte tra applicazioni di derivazione scientifica e tecnica, tra fisiologia e fisica; dall’altra parte quale problematica percettiva e simbolica. Comunque il colore, fino ad allora, struttura fortemente la configurazione visiva e comunicativa della città.

Nel XIX secolo nasce l’Art Nouveau. Da allora, grazie alla pittura di Henri Matisse, di Paul Klee, all’architettura colorata di Theo van Doesburg, Gerrit Rietveld, il colore esercita la funzione essenziale di definizione degli stili comunicativi, di orientamento spaziale, di espressione percettiva. In particolare nell’architettura il colore definisce un linguaggio nuovo ed autonomo: è segno, simbolo ed elemento di orientamento nelle città.

Ripercorrendo l’architettura del XX secolo si evidenzia come l’imperativo della produttività ha visto traslare in secondo piano il progetto cromatico dei luoghi a favore di un’urgenza volta all’esigenza immediata di abitazioni.

Sono le guerre occidentali a portare l’Europa ad uno stato di ‘a-cromia’ generalizzata; ma gli spunti del periodo precedente riaffiorano lentamente fino a che, intorno al 1960, il colore si riappropria del suo ruolo comunicativo di componente visiva.

Con l’ingresso nel XXI secolo, caratterizzato da un’ingente mobilità delle masse di diverse culture e provenienze, si diffonde paradossalmente un’omogenea spersonalizzazione dell’ambiente costruito. Ecco che, parallelamente, si assiste alla quasi totale scomparsa dell’uso del colore come carattere ed elemento semantico di riconoscibilità ‘materiale’, sostituito dai richiami cromatici delle immagini onnipresenti.
Sulla mutevole pelle del territorio urbano si sovrappongono insiemi di segni stabili ed effimeri, stratificati in messaggi e racconti-graffiti e storie narrate da muri antichi.

Oggi si apre un dibattito sul problema dell’identità delle città, un problema di convivenze, di habitat, di spazio pubblico e privato, di estetica, in relazione con cromie e grane superficiali.

Comunicazione, percezione, estetica sono alla base di un possibile modello interpretativo dell’universo ‘colore’. Universo interpretabile come percezioni visive e ‘aptiche’, degli occhi e del corpo, oltre che delle memorie e delle identità.

D.A.C.

Qualità, identità, riconoscibilità
L’interesse e il dibattito che sempre più spesso viene riservato agli aspetti cromatici delle nostre città, rappresenta il segnale positivo di un’accresciuta consapevolezza di quanto il colore concorra alla definizione della qualità degli spazi urbani, alla loro identità e riconoscibilità.

In Italia i piani del colore, benché costituiscano una realtà tutto sommato piuttosto recente – il primo piano del colore è quello della città di Torino che risale alla fine degli anni ’70 –, dibattuta e non ancora assimilata, rappresentano una prima risposta in merito alla necessità di dotarsi di strumenti in grado di disciplinare, pianificare, ma anche valorizzare il colore su scala urbana a partire dalle aree più rappresentative della città, per lo più riconducibili al centro storico.

Senza entrare troppo nelle specificità che pur caratterizzano i diversi – ma tutto sommato non molti – piani del colore finora redatti sul territorio italiano, e che peraltro alimentano un vivace e utile dibattito, ciò su cui preme portare l’attenzione è come un tale approccio al ‘colore urbano’ rischi di confinare la pianificazione del colore ad uno strumento statico di controllo delle cromie tradizionali della città intesa come centro storico, secondo più o meno rigidi schemi di intervento, tralasciando le molteplici modificazioni assunte dalla città. I colori della città, oggi, non sono più riconducibili solo alle cromie dei suoi edifici, ma sempre più dettati dal movimento di colorate automobili, bus, taxi, dai segnali stradali, dai manifesti e dai graffiti, dalle vetrine e dalle insegne, quelle stesse che al calare della notte diventano ancora più determinanti.

Il centro storico rappresenta un valore primario inestimabile per la collettività ma, guardando le nostre città, ciò che emerge prepotentemente è la necessità di riflettere sui diversi paesaggi che le caratterizzano e quindi su una strategia di pianificazione del colore e, più in generale, di ‘qualità percettiva’ che sappia leggere e far risaltare le tante immagini e identità della città, ragionando intorno al colore anche e soprattutto in quanto elemento di comunicazione, di riferimento ubicazionale, di riconoscimento.

Guardando alla povertà percettiva delle cosiddette periferie – dove le scelte cromatiche non appaiono dettate da ragioni storico-tradizionali, né da motivazioni socio-culturali, né tantomeno da istanze estetiche – appare sempre più necessario un nuovo approccio al progetto urbano del colore che sappia trarre motivazioni, non solo dalla storia e dalle preesistenze, ma anche dalla capacità del colore di modificare percettivamente la visione di uno spazio e di un’architettura e di condizionarne il vissuto.

C.B.

© Riproduzione riservata

Mario Bisson

Mario Bisson, docente di Industrial Design e ricercatore presso il Politecnico di Milano, è responsabile del Laboratorio di didattica e ricerca sul Colore del Dipartimento INDACO (Industrial design, arte, comunicazione e moda) del Politecnico. La sua più recente pubblicazione è 'Light Art - Considerazioni per un archivio dedicato all'arte della luce' (con C. Boeri e D. Calabi, Maggioli, Sant'Arcangelo di Romagna 2008).

Daniela Anna Calabi

Daniela Anna Calabi, ricercatrice presso la Facoltà del Design del Politecnico di Milano, svolge attività di ricerca nell’ambito della percezione e della comunicazione. Ha collaborato con istituti e aziende e ha svolto didattica presso diverse scuole di design.

Cristina Boeri

Cristina Boeri, architetto, insegna Percezione e colore presso il Politecnico di Milano e svolge attività didattica e di ricerca presso il Laboratorio Colore del Dipartimento INDACO del Politecnico. Si occupa degli aspetti legati alla percezione del colore e al progetto della componente cromatica.

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