Pubblicato in: colore / n. 04 Colore /

I colori della pace

di Sergio Polano

«Una bandiera – si legge nell’enciclopedia – è un drappo di stoffa o di altro materiale di uno o più colori, disposti a bande orizzontali o secondo un particolare disegno che rappresenta uno Stato, una comunità regionale, linguistica o etnica, un partito, un sindacato, un’associazione sportiva o altro».

Vuol rappresentare ‘altro’, in effetti, la bandiera di cui si ragiona qui brevemente e cioè l’ideale di un’amplissima comunità senza confini di stati, regioni, lingue, etnie: una radicale volontà di pace tra gli uomini, che stenta a realizzarsi in terra, come mostrano le vicende della nostra specie, la più feroce, invasiva e adattabile del pianeta, assieme ai ratti. A fronte di tante bandiere di guerra (tra le ragioni storiche forti dell’uso delle bandiere), che oppongono uomo ad uomo con violenza per la morte, la bandiera di pace vuol unire ed affratellare con mitezza per la vita. Non si può non convenire a margine, tuttavia, che «il bellicismo comunicativo – come ha osservato Mario Perniola in Contro la comunicazione (2004) – svuota di significato la parola ‘guerra’, non meno di quanto peraltro il pacifismo comunicativo svuoti di significato la parola ‘pace’. Non a caso si mandano insieme truppe offensive e aiuti umanitari».

Questa bandiera, come ogni bandiera, ha una sua forma peculiare, una specifica configurazione e declinazione formale, veicolo visivo-materiale dell’idea; in sintesi estrema, è una bandiera-arcobaleno (tra le molte, come vedremo): sette sottili strisce orizzontali, di altrettanti colori, quelli associati per convenzione e tradizione al mirabile fenomeno celeste dell’arcobaleno – rosso, arancio, giallo, verde, azzurro, blu e viola – entro uno dei formati più diffusi per le bandiere, un rettangolo di rapporto 3 a 2 tra base e altezza.

Seppur intrinsecamente più debole in termini ottico-percettivi, rispetto ad altre configurazioni, e priva della rigida protezione assicurata ad alcuni tipi – tra i più diffusi – di bandiere (quelle nazionali, in primis, simbolo inviolabile delle patrie, per le quali ci si può immolare), l’efficacia emblematica del vessillo iridato si è andata tuttavia rafforzando significativamente negli ultimi tempi, nella scia di una tradizione di remote origini. Come per l’immagine della colomba, anche per l’arcobaleno l’associazione con la pace, nella nostra cultura, si trova infatti già nella narrazione biblica del diluvio universale. Noè libera una colomba e questa torna con un rametto di olivo nel becco (Genesi, 8:11), a significare che Dio si è riappacificato con gli uomini e quindi per essi c’è ancora terra; la comparsa in cielo dell’arcobaleno, poco più tardi (Genesi, 9:12-17), al termine del diluvio, simboleggia (secondo un’interpretazione diffusa) un Eccelso inchino, primordiale segno non-verbale di fine delle ostilità, o un gioioso ponte ad arco che raccorda e congiunge le due rive del mondo terreno e di quello celeste (seconda un’altra).

In effetti, la storia della bandiera-arcobaleno in Occidente, a fianco della storia degli emblemi in generale, delle bandiere e degli altri vessilli di pace in specie, è più articolata di quanto non si possa sospettare.
Per restare in Europa, nel corso del Cinquecento, ad esempio, durante la ‘guerra dei contadini’ che travaglia a lungo i paesi di lingua tedesca, la bandiera-arcobaleno è l’emblema che i rivoltosi espongono, assieme al Bundschuh (la ‘scarpa grossa’), per esprimere la speranza in una nuova era di riscatto ed eguaglianza sociale. Lo stesso Thomas Müntzer, protagonista di questi moti con la sua predicazione riformatrice, viene spesso raffigurato con la bandiera-arcobaleno in pugno.
Ai giorni più o meno nostri, invece, la bandiera-arcobaleno è un emblema-arlecchino, con numerosi e diversi referenti, non senza sottili variazioni formali. Le versioni più note (in ordine cronologico) sono quelle del movimento cooperativo internazionale, della marcia della pace italiana, del Gay Pride americano.

La bandiera iridata è stata l’insegna del movimento cooperativo internazionale, già dall’importante congresso internazionale dei suoi rappresentanti tenutosi a Basilea nel 1921. L’Ica, alleanza cooperativa internazionale (organizzazione non governativa indipendente, fondata nel 1895, che rappresenta oggi 800 milioni di cooperatori, www.ica.coop), propose a Essen, nel 1922, di disegnare un simbolo e una bandiera per la prima giornata dei cooperatori del luglio 1923. Dopo alcune prove, Charles Gide, un cooperatore francese di primo piano, suggerì la bandiera iridata, messa a punto nel 1924 e adottata ufficialmente nel 1925 ma alla fine dismessa nell’aprile 2001, pur senza rinunciare all’immagine dell’arcobaleno, per evitare confusione con le molte altre bandiere iridate diffusesi nel frattempo nel mondo.

La bandiera-arcobaleno della pace ha, invece, origini italiane, pur essendo ben nota internazionalmente; oltre ai sette colori dell’iride (talora il viola è sotto all’azzurro, comunque il rosso è in basso) e alla scritta PACE (non di rado in italiano anche all’estero) in bianco, la versione originale aveva un’ulteriore striscia bianca in cima. Ispirandosi alle bandiere multicolori delle coeve campagne anti-nucleari (il cui simbolo più famoso è, tuttavia, il pittogramma ‘Cnd’, più tardi fattosi il button notissimo Make Love Not War!, disegnato nel febbraio 1958 dal grafico inglese Gerald Holtomper), il fondatore del movimento non-violento italiano (nonviolenti.org), Aldo Capitini, ha ideato e proposto la bandiera-arcobaleno in occasione della prima marcia per la pace Perugia-Assisi del settembre 1961. Nel 2002, grazie alla campagna Pace da tutti i balconi (www.bandieredipace.org), organizzata e promossa da padre Alex Zanotelli contro l’imminente guerra in Iraq, la bandiera-arcobaleno ha conosciuto un’enorme popolarità.

La bandiera-arcobaleno è oggi anche il simbolo più conosciuto e usato del LGBT (lesbian, gay, bisexual, transgender) movement, il movimento di liberazione omosessuale nato negli Usa: i colori di questa Rainbow Flag (sei soltanto dal 1979, con il rosso in alto e senza l’azzurro) sono l’emblema del Gay Pride. Disegnata da Gilbert Baker, in origine con otto colori, è stata usata per la prima volta a San Francisco, nella marcia del Gay Pride del giugno 1978. Ne esistono molte variazioni: tra le più comuni quelle con un ‘lambda’ in bianco al centro e un triangolo rosa o nero all’angolo superiore sinistro; non mancano quelle in cui vengono aggiunti altri colori, in specie una striscia nera.

Ma non è finita qui; esistono, infatti, anche altre bandiere della pace.

In Italia, ad esempio, la bandiera della pace del Sermig (www.sermig.org) è l’insegna del movimento fondato da Ernesto Olivero a Torino nel 1964 e dell’Arsenale della Pace, dove è nata l’idea stessa della bandiera (elaborata a lungo dall’Agenzia Armando Testa, www.armandotesta.it, e preferita dagli ambienti cattolici, negli ultimi tempi), in cui la scritta PACE in blu sovrasta le bandiere delle nazioni del mondo; esistono altre versioni, con la scritta nelle principali lingue e pure in latino.

Negli Usa, per contro, l’artista Nicholas Roerich, un esule russo, riuscì nel 1935 a far ratificare da varie nazioni (inclusi gli Usa e l’India) – con il supporto di Albert Einstein, George Bernard Shaw e H.G. Wells – l’ineffabile Roerich Peace Pact, un accordo internazionale che pone sotto la protezione simbolica della Banner of Peace, disegnata dall’estensore stesso del Pact (e raffigurata per la prima volta in un suo dipinto del 1932, Madonna Oriflamma), il patrimonio artistico-culturale dei paesi aderenti, per promuovere «natural time and planetary peace» (www.roerich.org).

Le vie e i colori delle bandiere-arcobaleno si offrono dunque, se non (quasi) infiniti, almeno plurali e multivariabili, di forma e significato.

Questo testo è stato pubblicato, in forma leggermente più breve e con minime differenze, con il titolo PAX, in G. Camuffo (a cura di), Give peace another chance, Fondazione Venezia per la Ricerca sulla Pace, Venezia 2006, pp. 12-17.

© Riproduzione riservata

Sergio Polano

Sergio Polano, architetto e designer, ha interrotto la carriera universitaria di professore ordinario di storia dell’arte contemporanea presso l’Università IUAV di Venezia, per godere gli 'otia' nei colli aviti del Friuli.

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