Pubblicato in: n. 04 Colore /

I colori oscuri

di Mino Gabriele

Secondo Artemidoro di Daldi, autore del Libro dei sogni, uno dei pochissimi scritti di questo genere giunti fino a noi dall’antichità, il simbolismo onirico dei colori procede per similitudine: un tale che sognò di avere in dono uno schiavo etiope, il giorno dopo ricevette un vaso pieno di carbone; una donna sognò di vestirsi con abiti neri e poi, cambiata idea, di indossarne di bianchi, perse il figlio e lo ritrovò dopo tre giorni. Artemidoro spiega ancora che chi sogna uva bianca presto avrà dei vantaggi palesi, occulti se l’uva è nera, oppure che un melograno con il suo sanguigno colore vuol dire aspettarsi tormenti o uno stato di umiliante servitù. Le violette gialle sono presagio di qualche danno, quelle bianche di danni consistenti, quelle di colore violetto possono alludere persino alla morte. Gli abiti in tinta naturale sono di buon segno soprattutto per coloro che temono di essere giudicati, mentre quelli scarlatti portano la febbre. Il colore della grandine manifesta cose nascoste. Un abito nero prevede una pronta guarigione e quello purpureo preannuncia onori e fama, mentre un cane pezzato significa che presto incontreremo delle ostilità.

L’inventario dei possibili significati dei colori onirici, trasmessoci da Artemidoro, non è altro che il nobile tentativo di ordinare una materia che, per sua intrinseca natura, sfugge a un registro rigoroso, come alla logica di una rubrica. Ne sono prova le altre, varie e diverse interpretazioni che di un simile immaginario onirico e dei suoi cromatismi sono state proposte dal medioevo fino ai nostri giorni.

Nel sogno, come nella veglia, il colore anima e dà vita alle immagini che vediamo: ma se di giorno le comuni convenzioni culturali, sociali e linguistiche ci rendono avvezzi alla presenza del colore e al catalogo dei suoi significati, naturali o artificiali che siano, di notte, nel mondo onirico, ciò non accade. Qui i colori e le sembianze dipinte stupiscono sempre, sorprendono per la loro discontinuità fra significato e significante, per l’imprevedibile luce e per il contesto in cui ci appaiono: sono ‘colori oscuri’ perché mai vogliono dire ciò che mostrano, bensì alludere sempre a qualcos’altro. Non a caso l’onirocritica antica e medievale, come nei secoli successivi, ha osservato che la natura dei sogni si svolge attraverso trame luminose, dove forme e colori (ma talvolta anche voci e suoni) manifestano messaggi soprasensibili e arcani, o lievitano dall’inconscio. Dinanzi ai nostri occhi interiori, dita impercettibili sembrano sfogliare le pagine di un libro figurato pieno di anomali geroglifici: sibillini ed equivoci si annunciano al sognante come presagi. I sogni si configurano così come messaggeri di mondi diversi da questo, persino veicoli di volontà divine per un’anima tesa al rapimento, com’è illustrato nel De insomniis di Sinesio di Cirene. In essi gli accostamenti, i rapporti analogici fra la forma e il senso non possono che rimanere obliqui, perché il sogno, a guisa di novella oracolare, è di per se stesso ambiguo, come conviene appunto al vaticinio, che non spiega ma accenna.

I sogni, con la loro stravaganza, sfidano continuamente la banalità della consuetudine. Addirittura sorprende che un sogno si ripeta o, come si dice, ritorni. La strategia dei sogni è enigmatica, ben diversa da quella della veglia. In questa, quando guardiamo qualcosa (un albero verde, un volto roseo, il cielo azzurro, ecc.), si ha sempre la percezione di vedere un qualcosa di esterno a noi; nel sogno, invece, ci confrontiamo con una visione intima, con una realtà che ci appartiene perché si manifesta e vive in noi, in quella speciale condizione che è lo stato di sonno, un luogo non-luogo dove più si sprofonda e più ci affranchiamo dai richiami dei sensi corporei. Dimensione in cui quell’albero verde, quel volto roseo o quel cielo azzurro possono però colorarsi di giallo, di viola, di rosso, e così via, indipendentemente dall’effettivo colore naturale del soggetto, dall’effettivo colore a cui ci ha abituato la tradizione. Nei sogni i colori sono liberi da ogni vincolo, proprio com’è libera la phantasia creatrice dell’anima sciolta dai legami sensibili.

In un simile stato i linguaggi di signa e figurae che ci appaiono, composti da forme e apparenze, da colori e da linee, configurano personaggi, cose e vicende di un altro mondo. Queste immagini, mirabili veicoli di misteriosi messaggi, sono indipendenti dalla luce del giorno e sussistono nel segreto scenario dell’anima alimentate da una luce interiore che al buio non svanisce: una luce in cui si dipana, dinanzi all’occhio mentale, la multiforme girandola della manifestazione cromatica dei sogni.

Vi è poi un altro dato che distingue significativamente la veglia dal sogno. Mentre l’una ci concede di conoscere e, per dir così, di ‘vedere’ anche nell’oscurità, perché ci permette, con l’attività dei sensi, di toccare, odorare, ascoltare ed infine decifrare un qualcosa che ci sta davanti (per esempio nella stanza più tenebrosa possiamo capire, attraverso il tatto, che dinanzi a noi c’è un determinato oggetto, intenderne le misure, la sua forma, insomma la sua immagine: nientemeno se l’oggetto ci è gia noto, ne possiamo cogliere anche il colore), nel sogno ciò non è dato perché i sensi sono addormentati e più di ogni altra condizione percettiva agisce la facoltà immaginativa, che si nutre di lucore. La luce che si accende nella mente è il tramite primario dei sogni, in quanto in sua assenza non vi sono immagini.

In un tale mondo pittorico che allude ad altro, il linguaggio diviene metafora, simbolo che ammicca al futuro e lo annuncia. Già nella più antica distinzione fra sogni mendaci e sogni veritieri, cantata da Omero, è la diversa funzione luminosa a distinguere fra i due: quelli che provengono dalla Porta di corno sono veri, quelli dalla Porta d’avorio sono falsi. La ragione di tanto preciso distinguo sta nella materia: quella dell’avorio, anche se resa sottilissima, rimane opaca e impedisce al sognante di scorgere chiaramente e discernere; ne ottunde la vista e lo induce all’inganno. Al contrario la materia del corno è trasparente e chi sogna può, aguzzando la vista, giungere a cogliere la verità attraverso il suo discreto velame, sorta di lucoreo pertugio. Ma anche in questo caso, come spiega Porfirio commentando Omero, non si vedrà mai direttamente la natura misteriosa delle cose, che rimane nella sua essenza impenetrabile agli occhi umani: una luce indiretta che ammanta anche i sogni più veri di ‘colori oscuri’.

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Mino Gabriele

Mino Gabriele è docente di Iconografia e iconologia presso l’Università di Udine.

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