Pubblicato in: n. 04 Colore /

La Cina di oggi è gialla?

di Aihwa Ong

Fino ai primi anni ’80 l’identità nazionale della Cina era determinata saldamente dal socialismo e definita chiaramente dai confini territoriali della ‘madrepatria’. L’identità cinese era del tutto sganciata dall’economia globale e i cinesi che vivevano all’estero venivano tenuti a rigida distanza, mentre il Paese cercava di stabilire relazioni con i nuovi Stati indipendenti del sud-est asiatico. L’isolamento rispetto alla comunità internazionale permetteva allo Stato cinese di rafforzare la propria identità nei confronti della popolazione; inoltre, in quanto gigante comunista, la Cina poteva ambire alla leadership dell’intero Terzo mondo.

Questa identità nazionale, ancorata a un determinato territorio (la ‘madrepatria’) e ad una determinata storia (quella della Repubblica Popolare), ha iniziato a vacillare quando nei pressi di Hong Kong sono state istituite le cosiddette Special Economic Zones (SEZS). L’integrazione della costa meridionale cinese con città come Tokyo, Singapore, Taipei, Kuala Lumpur e Jakarta ha prodotto, infatti, un afflusso sia di individui e di capitali cinesi provenienti dall’estero, sia di investimenti occidentali, oltre ad un flusso non controllabile di informazioni e immagini veicolate dai media. L’incremento del commercio, delle comunicazioni e degli scambi ha stimolato una sempre maggiore richiesta di beni, idee e culture occidentali, nonché il desiderio di viaggiare in altri Paesi. La presenza e le attività dei cinesi provenienti dall’estero (principalmente dall’Asia sud-orientale) hanno dato vita a una quantità di reti transfrontaliere che subordinano ogni differenza politica agli interessi di tipo commerciale. Questi legami tra i cinesi della ‘madrepatria’ e quelli che provengono dall’estero, tra quanti vivono nella terraferma e gli investitori stranieri, tra il socialismo cinese e il capitalismo straniero, hanno tutti contribuito a frantumare i confini politici della nazione.

Fin dall’inizio, in realtà, il regime di Deng è stato molto attento a inquadrare la modernità cinese all’interno di un ambito territoriale ben definito, anche rispetto ad altri Stati-nazione a livello mondiale. Per quanto, infatti, egli abbia esortato le città costiere cinesi a imitare Hong Kong, il ‘socialismo alla cinese’ rappresenta oggi un tentativo di addomesticare il capitalismo selvaggio attraverso il controllo statale e far passare l’idea che il capitalismo sarà, alla fine, destinato ad aumentare la forza dello Stato-nazione cinese. Sembra che il fine ultimo sia quello di innalzare significativamente gli standard di vita nel corso del prossimo secolo, affinché la Cina possa uscire dal suo status di Paese in via di sviluppo e rafforzare in questo modo la propria posizione rispetto agli altri Stati. Un obiettivo questo che riecheggia i discorsi ideologici delle nazioni dell’ASEAN (l’Associazione delle Nazioni del sud-est asiatico) e di Taiwan, nonché il più antico messaggio del Giappone Meiji, ovvero che lo Stato deve prendere il controllo del capitalismo per rafforzare la nazione.

La nuova strategia cinese di consolidare lo Stato imparando dagli altri Paesi asiatici rappresenta anche un capovolgimento rispetto al vecchio modello sovietico che privilegiava l’egalitarismo socialista sulle ‘cattive’ culture tradizionali. L’abbandono del linguaggio marxista-leninista permette oggi ai discorsi dello Stato di valorizzare l’unicità razziale cinese e le tradizioni culturali patriarcali come elementi critici nella costruzione moderna della nazione. Già all’inizio del ventesimo secolo le idee antiche sull’impossibilità di separare razza, nazione e cultura Han avevano iniziato a rafforzarsi di fronte agli invasori stranieri, compresi gli imperialisti europei. Le teorie occidentali dell’eugenetica e del progresso sociale, nonché i modelli marxisti del materialismo storico, accrescevano in molti intellettuali cinesi la convinzione di essere una ‘razza-nazione gialla’ biologicamente distinta che stava avendo la peggio nella competizione con la ‘razza bianca’. I vari tentativi di riforma e modernizzazione ponevano non poche difficoltà, anche morali, ai nazionalisti cinesi, che cercavano di modernizzare senza essere occidentalizzati. Nella loro nuova posizione di soggetti che si appropriavano della ‘Verità’ (comprese le conoscenze scientifiche dell’Occidente), gli intellettuali sostenevano la seguente posizione: «il sapere cinese per i principi fondamentali, il sapere occidentale per le applicazioni pratiche» (Zhongxue wei di, Xixue wei yong).

Questa idea di una modernità alternativa basata sull’identità razziale cinese viene oggi rilanciata nell’attuale crescita del Paese nell’economia globale. Per quanto, da un punto di vista oggettivo, gli Stati autoritari dell’Asia si basino su, o attingano ampiamente da, alcune formazioni statali occidentali, rivendicando il loro essere ‘asiatici’ – soprattutto nella peculiare miscela di rapido sviluppo e repressione politica selettiva – essi rompono su un piano discorsivo con gli ideali occidentali della modernità, e sono quindi in grado di rivendicare una loro modernità distintiva radicata nella razza-nazione-cultura asiatica. In Cina l’adesione al modello asiatico di modernità, il ruolo cruciale dei cinesi provenienti dall’estero nello sviluppo del Paese e l’incontro con il capitalismo globale hanno dato nuovo vigore alla coscienza di una razza cinese e alle sue conseguenze per l’integrità del territorio nazionale.

Con i suoi flussi e le sue reti transnazionali, la globalizzazione genera crisi o rinnovamenti delle identità nazionali che possono far rivivere la coscienza razziale. Stuart Hall, ad esempio, osserva che l’Inghilterra, soffrendo il declino economico dei primi anni ’80, è regredita a una forma difensiva e pericolosa di identità nazionale sotto la spinta in parte di un passato rivissuto nei miti, in parte del razzismo. Paradossalmente la Cina, lanciata sull’onda del capitalismo negli anni ’80, sta vivendo anch’essa una crisi di identità culturale, una crisi prodotta dall’afflusso di capitale straniero, di connazionali provenienti dall’estero e di prodotti, immagini e desideri nuovi che bypassano le regole dello Stato. La crescita della coscienza razziale cinese in Cina e in tutto il contesto pan-asiatico sfida lo Stato a mantenere i propri interessi distinti dal disinvolto opportunismo del capitalismo dei cinesi provenienti dall’estero. Così, per quanto le autorità del Paese accolgano a braccia aperte gli investimenti dei cinesi-offshore, guardano tuttavia con sospetto i cinesi provenienti dall’estero, che appaiono troppo poco legati alla madrepatria.

I timori dei nazionalisti sono stati alimentati da una visione secondo cui i mercati finanziari contenderebbero allo Stato il controllo su ciò che costituisce la modernità cinese. È l’idea della ‘Grande Cina’ (Da Zhonghua), coniata dagli economisti giapponesi per descrivere la crescente integrazione economica fra Cina, Hong Kong e Taiwan prodotta dalla globalizzazione. La combinazione delle riserve di valuta straniera di Taiwan, Hong Kong e Singapore, unite a quelle della Cina, collocherebbe il blocco cinese in posizione assai più avanzata del Giappone come primo gigante economico dell’Asia. Alcuni autori si sono spinti fino a sostenere che sarebbe la comunità cinese all’estero, e non lo Stato-nazione Cina, a costituire ‘la madre della rivoluzione [economica] cinese’.

Gli interessi dello Stato cinese, tuttavia, vengono espressi in modo vigoroso sia in forum pubblici che sulla stampa. Gli studiosi di orientamento più patriottico si affrettano a liquidare la Grande Cina come una fantasia dei banchieri, un’illusione di alcuni outsider bramosi di approfittare del boom economico cinese. Il timore è che qualsiasi riconoscimento di una zona capitalista ‘cinese’ più ampia possa minare le basi territoriali della Cina quale entità politica. Secondo alcuni punti di vista, i connazionali che provengono dall’estero investirebbero nel Paese principalmente per profitto, e non per una qualche fedeltà nei confronti dello Stato-nazione cinese: si tratterebbe, in realtà, di opportunisti e parvenus che, ansiosi di arricchire se stessi, producono incidentalmente anche alcuni benefici per la Cina. Altri riconoscono che i cinesi provenienti dall’estero avrebbero gradi diversi di attaccamento alla madrepatria; secondo questa seconda prospettiva, i cinesi che abitano in Cina non potrebbero pretendere che tutti abbiano a cuore i reali interessi del Paese. Si tratta di una concezione che mi è stata ribadita a Quanzhou dal direttore degli affari esteri:

Bisogna distinguere le varie generazioni di emigranti cinesi all’estero. La prima generazione ha un forte attaccamento verso la Cina. La seconda generazione, educata in Occidente, non ha perso il concetto di una patria originaria, ma il suo attaccamento non è così profondo. Solo i genitori hanno sentimenti profondi verso la Cina; la seconda generazione vuole fare affari e sviluppare rapidamente il Paese. Ma noi accogliamo volentieri loro e le loro competenze tecniche. In altre parole: accogliamo volentieri tutti coloro che hanno la pelle gialla (you huang pifu de ren).

[Traduzione di Davide Zoletto]

Questo testo è tratto da A. Ong, Flexible Citizenship. The Cultural Logics of Transnationality, Duke University Press, Durham 1999, pp. 58-61.

Aihwa Ong

Aihwa Ong insegna Antropologia presso l’Università di Berkeley, in California, ed è una delle principali studiose della globalizzazione a livello mondiale. Tra le sue opere più recenti 'Global assemblages' (con S.J. Collier, Blackwell, Malden 2004) e 'Neoliberalism as Exception' (Duke University Press, Durham 2006). In italiano è stato tradotto il suo 'Da rifugiati a cittadini' (Raffaello Cortina, Milano 2005).

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