Pubblicato in: n. 04 Colore /

La natura e il valore del colore

di Nicholas Humphrey

La specie umana non ha molte ragioni per vantarsi delle proprie capacità sensoriali. L’olfatto di un cane, l’udito di un pipistrello o l’acuità visiva di un falco sono tutti superiori a quelli dell’uomo. Ma di una cosa può essere giustificatamente orgogliosa: la sua capacità di vedere i colori tiene testa a quella di ogni altro animale. Sotto questo aspetto, infatti, ha sorprendentemente pochi rivali. Tra i mammiferi solo i suoi parenti più stretti, le scimmie, condividono questa sua abilità: tutti gli altri sono quasi, o del tutto, privi della capacità di vedere i colori. In tutto il regno animale la visione del colore è propria solo di alcuni pesci, rettili, insetti e uccelli.

Nessuno, leggendo queste righe, può mettere in dubbio la grande fortuna che ha l’uomo: il mondo visto in bianco e nero sarebbe complessivamente un luogo più triste e meno affascinante in cui vivere. Ma la natura non ha concesso all’uomo e agli altri animali la visione del colore semplicemente per una sorta di indulgenza nei confronti delle loro sensibilità estetiche: la capacità di vedere il colore si può essere evoluta solo perché essa contribuisce alla sopravvivenza biologica.

La questione di come la visione del colore si sia evoluta è – o dovrebbe essere – un problema importante per gli psicologi (e i designers). Se infatti fossimo in grado di capire in che modo la visione del colore naturale ha contribuito nel lontano passato alla vita dell’uomo, potremmo anche meglio comprendere qual è, per lui, il significato che il colore assume in situazioni ‘artificiali’. In effetti questo problema non è stato ancora molto indagato, anche se ci sono stati alcuni psicologi che, a causa della loro ossessione per i meccanismi psicologici della visione a colori, si sono posti quella che a un biologo evoluzionista pare una domanda ovvia: dove – e ‘perché’ – il colore si trova in natura?

Può sembrare strano chiedersi il ‘perché’ insieme al ‘dove’. Ma la questione del ‘perché’ è cruciale, poiché l’evoluzione della visione del colore è intimamente connessa all’evoluzione stessa del colore sulla superficie della Terra. Può essere ovvio che in un mondo senza colore gli animali non abbiano bisogno di vedere a colori; ma è anche necessario dire che in un mondo in cui gli animali non vedono a colori ci dovrebbe essere, in effetti, ben poco colore. La varietà di colori che caratterizza la superficie della Terra (e fa di essa forse il pianeta più colorato dell’universo) è formata per lo più da colori di origine organica, prodotti dai tessuti di piante e animali, e la maggior parte di questi colori originati dagli esseri viventi è stata messa a punto nel corso dell’evoluzione proprio per essere vista.

Ci sono ovviamente delle eccezioni. Prima che la vita si evolvesse, il grigio paesaggio della terra può essere stato occasionalmente ravvivato, ad esempio, da un fuoco vulcanico, un arcobaleno, un tramonto, forse da alcuni cristalli colorati al suolo. E prima che la visione del colore si evolvesse, alcuni tessuti viventi erano già ‘casualmente’ colorati: il sangue era rosso, le foglie verdi, anche se l’essere rosso dell’emoglobina e l’essere verde della clorofilla sono del tutto casuali rispetto alle loro regole biochimiche. Ma i colori più straordinari della natura, quelli dei fiori e dei frutti, il piumaggio degli uccelli, i vistosi pesci di una barriera corallina sono tutte creazioni evolutive ‘intenzionali’, selezionate per funzionare come ‘segnali’ visivi che portano dei messaggi a quelli che hanno gli occhi per vederli. I pigmenti che conferiscono un colore visibile ai petali di un dente di leone oppure al piumaggio di un pettirosso sono lì solo per questo motivo.

Possiamo supporre che la visione del colore non si sia evoluta per consentire di vedere i pochi colori della natura inorganica, dal momento che arcobaleni e tramonti non sono funzionali alla sopravvivenza. Né è probabile che si sia evoluta semplicemente per vedere l’essere verde dell’erba o l’essere rosso della carne cruda, poiché proprio quegli animali che si nutrono principalmente di erba o di carne non percepiscono i colori. Può essere, e quasi sicuramente è, che essa si sia evoluta insieme allo sviluppo dei segnali di colore al fine di rendere gli animali in grado di scoprire ed interpretare i messaggi cifrati della natura.

I messaggi trasmessi dai segnali di colore sono di molti tipi. A volte il messaggio è elementare: «vieni qui», indirizzato ad un amico (ad esempio il colore di un fiore che serve ad attirare un insetto impollinatore o quello di un frutto per attirare un uccello che ne spargerà poi il seme); oppure: «stai lontano», indirizzato ad un nemico (il colore di un insetto pungente o quello di un fungo velenoso come deterrente contro un potenziale predatore). A volte, invece, il messaggio è più complesso, come quando il colore viene usato per comunicare all’interno di un contesto sociale, durante un corteggiamento o in scontri aggressivi (un pavone che apre la coda a ventaglio, una scimmia che scopre i propri genitali colorati). Qualunque sia il livello del messaggio, i segnali di colore hanno solitamente tre funzioni: attirare l’attenzione, trasmettere informazioni e colpire direttamente le emozioni di chi li vede. Un’arancia suscita appetito in una scimmia, una vespa gialla paura in un pigliamosche, le rosse labbra di una giovane donna passione in un uomo.

I primati sono entrati in scena relativamente tardi nella storia dell’evoluzione e la superficie della Terra doveva aver già prodotto molto del suo colore attraverso l’interazione di piante, insetti, rettili ed uccelli. I primati che inizialmente vivevano sugli alberi si spostarono in una nicchia ecologica precedentemente occupata dagli uccelli: raccoglievano gli stessi frutti, catturavano gli stessi insetti e correvano il pericolo di venire danneggiati dalle stesse punture e dagli stessi veleni. Per competere effettivamente con gli uccelli dovevano sviluppare una visione del colore dello stesso tipo. È per tale ragione, credo, che la visione tricromatica della maggior parte dei primati (incluso l’uomo) sia in effetti così simile a quella, ad esempio, di un piccione (anche se, in effetti, la selettività dei tre tipi di recettori del colore si ottiene tramite meccanismi psicologici del tutto diversi nei primati e negli uccelli). Una volta che i primati entrarono nel club della visione a colori, tuttavia, essi dovevano ancora fare la loro parte nell’evoluzione progressiva del colore naturale influenzando, attraverso la selezione dei colori, sia se stessi che le altre piante ed animali. E così, non molto lontano nel tempo, la comparsa dell’uomo segnò un punto di svolta nell’uso del colore. Gli uomini, infatti, escogitarono una nuova e unica capacità: l’abilità di applicare il colore in posti in cui esso non si sviluppa. All’inizio, molto probabilmente, essi usarono il colore artificiale solo per adornare i propri corpi, dipingendosi la pelle, ricoprendosi con gioielli e piume, vestendo abiti colorati. Ma col passare del tempo andarono oltre ed iniziarono ad applicare il colore anche agli oggetti che li circondavano, in particolare a quelli che essi stessi avevano realizzato, fino a far diventare l’uso del colore quasi un marchio della specie umana.

Probabilmente, in una prima fase, gli uomini continuarono la tradizione naturale di usare il colore essenzialmente per la sua funzione segnaletica di indicare lo status o l’importanza. E in qualche modo questa tradizione è proseguita fino al giorno d’oggi come testimonia, ad esempio, l’uso che facciamo del colore negli abiti da cerimonia, nei segnali del traffico, nei simboli politici, oppure nelle coccarde assegnate ai cavalli in una fiera. Ma allo stesso tempo l’avvento della tecnologia moderna ha portato con sé uno svilimento del valore del colore. Al giorno d’oggi quasi tutti gli oggetti prodotti industrialmente, dalle automobili alle matite, possiedono un colore che li contraddistingue, ma nella maggior parte dei casi questi colori sono ‘privi di significato’. Se getto uno sguardo alla stanza in cui sto lavorando, il colore artificiale mi assale da ogni superficie: libri, cuscini, un tappeto sul pavimento, una tazza da caffé, un contenitore di graffette: blu vivaci, rossi, gialli, verdi. C’è più colore qui che in una foresta tropicale. Mentre però nella foresta quasi tutti i colori dovrebbero avere un significato, qui, nel mio studio, quasi nessuno lo ha. L’anarchia del colore ha preso il sopravvento.

L’uso indiscriminato del colore ha indubbiamente intorpidito la reazione biologica che l’uomo ha nei suoi confronti. Dal primo momento in cui a un bambino viene dato un filo di perline tutte colorate, ma altrimenti identiche, con cui giocare, egli è involontariamente portato ad ‘ignorare’ il colore come segnale. Non credo, però, che il lungo coinvolgimento che nel corso dell’evoluzione abbiamo avuto con il colore come segnale possa essere del tutto dimenticato. Sebbene l’uso moderno che l’uomo fa di esso sia molte volte arbitrario, la sua reazione al colore continua a mostrare le tracce del retaggio evolutivo. Così gli uomini persistono nel cercare di dare un significato al colore anche quando nessun significato è sottinteso: pensano che attiri l’attenzione, presumono che rechi con sé delle informazioni e, per lo meno fino ad un certo punto, tendono a venirne emotivamente stimolati.

L’esempio più singolare di questa eredità biologica è il significato che viene attribuito al colore rosso. Ho compreso per la prima volta la peculiare importanza psicologica del rosso grazie ad alcuni esperimenti condotti non su uomini, ma su scimmie Rhesus. Ho studiato per alcuni anni le preferenze visive delle scimmie usando un particolare tipo di apparecchio. La scimmia siede in una stanza buia con di fronte uno schermo sul quale possono venire proiettate, alternativamente, due diapositive. La scimmia controlla la proiezione delle diapositive schiacciando un bottone ed ogni pressione fa vedere, in stretta alternanza, l’una o l’altra diapositiva: così quando le piace quello che sta vedendo deve tenere il bottone schiacciato e quando vuole cambiare deve rilasciare il bottone e poi premere di nuovo. Ho studiato la ‘preferenza di colore’ in questa situazione lasciando che le scimmie scegliessero tra due semplici campi di luce colorata. Tutte le scimmie testate hanno mostrato forti e coerenti preferenze. Quando potevano scegliere, ad esempio, tra rosso e blu, tendevano a passare un tempo tre o quattro volte superiore col blu piuttosto che col rosso. Nell’insieme, l’elenco dei colori in ordine di preferenza era blu, verde, giallo, arancione, rosso. Quando ciascun colore veniva accoppiato con un campo bianco ‘neutrale’, il rosso e l’arancione risaltavano come fortemente repulsivi, il blu ed il verde come mediamente attrattivi.

L’osservazione diretta delle scimmie durante gli esperimenti ha dimostrato che erano considerevolmente turbate dalla luce rossa. Quando ho voluto aumentare il loro stress trasmettendo un rumore forte e spiacevole, l’avversione a questo tipo di luce è divenuta persino più estrema. Successivi esperimenti hanno mostrato che erano reattive alla luce rossa proprio come se questa inducesse in loro paura.

Questa avversione alla luce rossa non è propria solo delle scimmie Rhesus. La stessa reazione è stata scoperta nei babbuini e, più sorprendentemente, anche nei piccioni. Ma cosa accade con la specie umana? Esperimenti sulla preferenza di colore negli uomini hanno prodotto risultati che a prima vista sembrano essere in contraddizione con quelli degli altri primati. Quando si chiede di classificare i colori in rapporto al grado di ‘piacere’, il rosso è spesso ai primi posti, se non al top, della lista, sebbene ci siano tra gli individui grandi variazioni che dipendono, fra le altre cose, da personalità, età, sesso e cultura. Sono incline a dare poco peso a queste scoperte, per due ragioni. In primo luogo, come ha sottolineato Tom Porter, la scelta di un colore ‘preferito’ può essere fortemente influenzata da cambiamenti di moda; e in effetti, quando Porter fece degli esperimenti su persone che provenivano da ambienti sociali in cui la moda ha probabilmente un’influenza relativamente bassa – bambini africani da un lato e i residenti di una casa per anziani di Oxford dall’altro – trovò che entrambi i gruppi classificavano i colori in modo assai simile a quello delle mie scimmie, preferendo in modo consistente la parte blu dello spettro rispetto a quella rossa. In secondo luogo, e ancora più importante, c’è un problema metodologico insito nella maggior parte degli esperimenti di preferenza, poiché la domanda «cosa ti piace di più?» è in realtà una domanda troppo semplice da fare ad un uomo; gli uomini possono dire che a loro ‘piace’ un colore per una moltitudine di ragioni diverse che dipendono sia dal contesto nel quale immaginano ci sia il colore, sia dal modo in cui interpretano il termine ‘piacere’. Sarebbe palesemente sciocco chiedere astrattamente alla gente «preferisci una situazione di stress o di calma?» e forse può essere ugualmente sciocco chiedere «ti piace di più il rosso o il blu?». Per scoprire qual è per gli uomini il significato dei colori, dobbiamo guardare a studi un po’ più approfonditi.

Elencherò brevemente alcune prove specifiche che dimostrano come, in una varietà di contesti, sembra che il rosso abbia un significato davvero speciale per l’uomo. 1) Larghi campi di luce rossa inducono sintomi psicologici di risveglio emotivo, cambiamenti del ritmo cardiaco, resistenza dell’epidermide e attività elettrica del cervello. 2) In pazienti che soffrono di determinati disordini patologici, come ad esempio paralisi cerebellare, questi effetti psicologici diventano esagerati: nei pazienti cerebellari la luce rossa può causare angoscia intollerabile, aumentare i disordini di postura e movimento, abbassare la soglia del dolore e causare un generale scombussolamento del pensiero e del comportamento. 3) Quando il valore affettivo dei colori viene misurato con il metodo del ‘differenziale semantico’ (molto più raffinato di un semplice test di preferenza), gli uomini giudicano il rosso come un colore ‘pesante’, ‘potente’, ‘attivo’, ‘caldo’. 4) Quando il ‘peso apparente’ dei colori viene misurato direttamente chiedendo agli uomini di trovare il punto di equilibrio tra due dischi di colore, il rosso è giudicato in modo concorde come il più pesante. 5) Nell’evoluzione delle lingue il rosso è, senza eccezioni, la prima parola che definisce un colore ad entrare nel vocabolario: in uno studio su novantasei lingue Brent Berlin e Paul Kay ne trovarono trenta in cui l’unica parola per il colore (a parte il bianco e il nero) era il rosso. 6) Nello sviluppo linguistico di un bambino il rosso, di nuovo, viene solitamente per primo, e quando si chiede agli adulti semplicemente di elencare più velocemente possibile i nomi dei colori essi mostrano una tendenza molto forte ad iniziare dal rosso. 7) Quando la visione del colore viene danneggiata da lesioni centrali del cervello, la visione del rosso è quella che si perde per ultima e che si recupera per prima.

Tutti questi fattori indicano la medesima direzione, e cioè che la specie umana reputa il rosso come un colore singolarmente di grande effetto e, talvolta, singolarmente disturbante. Perché questo accade? Che posto speciale occupa il rosso nello schema naturale dei segnali di colore?

La spiegazione dell’impatto psicologico del rosso dev’essere che questo è di gran lunga il segnale di colore più comune in natura. Ci sono due buone ragioni per le quali il rosso potrebbe essere scelto per trasmettere segnali. In primo luogo, in virtù del contrasto che provoca, esso risalta in modo particolarmente efficace contro uno sfondo di foglie verdi o di un cielo blu. In secondo luogo, il rosso ha la sorte di essere il colore che gli animali hanno più facilmente a disposizione per colorare il proprio corpo poiché, per puro caso, è il colore del sangue. Così un animale può lanciare un segnale efficace semplicemente portando sulla superficie del proprio corpo lo stesso pigmento che già gli scorre nelle arterie: testimonianza ne è la cresta di un gallo, il sedere rosso di una scimmia in calore, il rossore delle guance di una donna.

Più oscura è invece la ragione per cui il rosso potrebbe essere, in certe situazioni, così disturbante. Se il rosso fosse sempre stato usato come segnale di pericolo, non ci sarebbe alcun problema. Ma non è così. Esso viene usato tanto spesso per attrarre quanto per respingere. La mia supposizione è che il suo potenziale di disturbo risieda in questa stessa ‘ambiguità’ come segnale di colore. I funghi rossi, le coccinelle rosse, i papaveri rossi sono pericolosi da mangiare, ma i pomodori rossi, le fragole rosse, le mele rosse sono buoni. La bocca rossa spalancata di una scimmia aggressiva è minacciosa, ma il sedere rosso di una femmina sessualmente recettiva è accattivante. Le guance avvampate di un uomo o di una donna possono indicare rabbia, ma allo stesso modo possono indicare piacere. Il colore rosso, di conseguenza, per se stesso non può fare altro che allertare chi lo vede, preparandolo a ricevere un messaggio potenzialmente importante; il contenuto del messaggio, però, può venire interpretato solo quando si è definito il ‘contesto’ in cui la ‘rossità’ si manifesta. Se questo contesto è poco familiare, il rosso diventa allora un forte indicatore di rischio e chi lo vede si trova in una situazione di conflitto e non sa cosa fare: tutti i suoi istinti gli dicono che deve fare ‘qualcosa’, ma non ha i mezzi per sapere ciò che dovrebbe essere quel qualcosa. Nessuna meraviglia, allora, che le mie scimmie messe di fronte ad uno schermo di colore rosso vivo dimostrassero tensione e panico: lo schermo urlava loro «questo è importante», ma in assenza di una cornice interpretativa, erano incapaci di valutare cosa fosse importante. E non stupisce che soggetti umani nella situazione artificiale e priva di contesto propria di un laboratorio psicologico possano reagire in modo simile. Una tribù dell’Africa occidentale, i Ndembu, formula in modo esplicito il dilemma: «il rosso indica sia il bene che il male»… tutto dipende.

Ho cercato di mostrare come un approccio evoluzionistico possa aiutare a far luce sul modo in cui l’uomo risponde al colore. Se questo approccio può essere utile nella pratica del design, rimane però una questione aperta. In molti campi della nostra vita noi già annulliamo e vanifichiamo le tendenze naturali dell’uomo. Credo, però, che dovremmo cercare di essere tanto ‘conservatori’ nei confronti di noi stessi quanto stiamo imparando ad esserlo nei confronti delle altre specie, e penso che dovremmo cercare, dove possibile, di rendere il nostro stile di vita conforme a quello nel quale l’uomo si è biologicamente adattato. I designers, che al giorno d’oggi sono più di ogni altro responsabili del colore del nostro mondo, hanno a disposizione una possibilità di scelta. Possono continuare a svalutare il colore, usandolo in modo arbitrario e non naturale, oppure possono riconoscere e far tesoro della predisposizione biologica dell’uomo di trattare il colore come un segnale. Se scegliessero la seconda e più ardita direzione, farebbero bene a studiare come il colore viene usato in natura. Dopo tutto, la natura è stata nel business del design per oltre cento milioni di anni.

[Traduzione di Norma Zamparo]

Titolo originale: The Colour Currency of Nature, in T. Porter, B. Mikellides (a cura di), Colour for Architecture, Studio-Vista, Londra 1976, pp. 95-98.

© Riproduzione riservata

Nicholas Humphrey

Nicholas Humphrey, 'School Professor' presso la London School of Economics e docente di Psicologia presso la New School for Social Research di New York, è uno psicologo teoretico noto a livello internazionale per i suoi studi sull’evoluzione dell’intelligenza umana e della coscienza. Tra le sue pubblicazioni in italiano 'Una storia della mente' (Instar Libri, Torino 1998) e 'Rosso. Uno studio sulla coscienza' (Codice Edizioni, Torino 2007).

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