Pubblicato in: n. 04 Colore /

Modulare il colore

di Roberto Albarea

Corrispondenze
La Natura è un tempio dove incerte parole / mormorano pilastri che son vivi, / una foresta di simboli che l’uomo / attraversa nel raggio dei loro sguardi familiari.
Come echi che a lungo e da lontano / tendono a un’unità profonda e buia / grande come le tenebre o la luce / i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi […].

Charles Baudelaire, ‘Poesie e prose’, Mondadori, Milano 1973, p. 21
(trad. it. di G. Raboni).

Dice Jacques Maritain che le corrispondenze di cui parla Charles Baudelaire sono la messa in libertà di un dono spirituale di percezione e di disponibilità a cogliere i ‘sensi’ invisibili di cui traboccano le cose, le loro significazioni segrete, che sanno e possono risuonare nell’interiorità dell’essere umano.
Ci sono allora corrispondenze tra musica e pedagogia, tra ricerca musicale e ricerca in educazione?

Color, colorature, colorito, colore, cromatismo sono tutti termini, e concetti conseguenti nonché procedure operative, che hanno segnato la storia della musica europea ed occidentale in epoche diverse. È possibile applicarli alla relazione educativa attraverso la ricerca di corrispondenze, per esplorarne il senso e il messaggio? Proviamo.

Color è un termine latino con cui nel XIII secolo si indicava un procedimento compositivo consistente nell’ornamentazione di una melodia per mezzo di abbellimenti oppure nell’imitazione di una frase melodica che le parti polifoniche (le voci) si scambiavano, ripetendola. Nella pratica del contrappunto (punctum contra punctum), di cui un esempio è Il clavicembalo ben temperato di Johann Sebastian Bach, durante i secoli successivi con color si indicava la medesima melodia eseguita contemporaneamente (almeno due volte) con valori ritmici diversi (soprattutto nella forma compositiva del mottetto).

Esiste quindi in musica come in educazione una dimensione dialogica in cui i protagonisti si ‘affrontano’ a vicenda e reciprocamente, e in cui alcuni elementi restano gli stessi, altri subiscono variazioni: questo è ciò che dà spessore al colore musicale e al colore pedagogico. L’elemento dialogico continua nella musica sacra del Seicento e del Settecento, in cui l’alternanza tra parti solistiche e talvolta virtuosistiche (delle vere e proprie arie che seguono la stesura delle parallele composizioni profane) e brani talvolta in forma di recitativo richiama la struttura del modello operistico e dell’oratorio, che tanti favori godeva all’epoca. ‘Arie’ (improvvisazioni e intuizioni) e ‘recitativi’ (proposte ed enunciazioni) si possono ritrovare anche nella relazione educativa. È la procedura dell’‘antifonario’ che si può trasformare anche in musica ‘policorale’: essa si snoda attraverso una sorta di relazione tra figura-fondo, tra focus e contesto che costituisce il tessuto narrativo, sonoro e pedagogico. In educazione si parla di ‘sfondo integratore’ che dà il tono al clima delle relazioni interpersonali che si instaurano all’interno di un gruppo, di una classe, di una comunità. Come dice Andrea Canevaro, lo sfondo integratore è ciò che tiene insieme senza immobilizzare.

Non è comunque solo questo. Seguendo le Invenzioni a due e tre voci di Bach, si nota come questa visione contrappuntistica e dialogica si basi sull’invenzione, così che le ‘voci’ conservano quel margine di libertà di risposta e di proposta. Occorre infatti, nella relazione educativa, che si lasci un margine di libertà ai soggetti in formazione, in modo che essi riescano a gestire il personale processo del crescere attraverso un’autoregolazione intelligente e sostenibile.

Questo è ancor più evidente nel concetto di coloratura: essa è un’ornamentazione virtuosistica di una melodia, scritta dal compositore stesso o affidata all’improvvisazione del cantante. È sinonimo di diminuzione (in intensità espressiva e in altezza tonale), fioritura, vocalizzo, fraseggio, passaggio. Il gusto per la variazione virtuosistica di una linea melodica è componente essenziale dello stile del belcanto italiano che dominò nella produzione vocale dagli inizi della monodia fino al melodramma: il trionfo della coloratura come improvvisazione del cantante si ebbe nel secolo XVIII quando la struttura portante dell’opera, della cantata e degli altri generi corali era l’aria col da capo, ovvero con una ripresa appositamente destinata alle variazioni virtuosistiche.

Sembra così che educatore ed educando si presentino come dei ‘virtuosi’ del colore e delle colorature, in cui si propongono con un da capo. E che usino sfumature diverse nella relazione. Attenzione però: la celebrazione virtuosistica può degenerare in narcisismo, così come accadde sulle scene dei teatri d’opera del Settecento in cui l’arbitrarietà dei cantanti famosi e dei solisti si impose in forme insostenibili, oggetto di accese polemiche.

Così il procedere educativo deve alimentarsi delle provocazioni e delle suggestioni derivanti dal rapporto con l’‘altro’ e con l’‘altrove’, e non chiudersi in ‘fraseggi’ e slogans autoreferenziali – come purtroppo succede in alcuni casi, a scuola e in altri luoghi educativi, in cui si cercano ricette semplificatrici e soluzioni preconfezionate, dimenticando che il lavoro educativo è soprattutto ricerca, ri-orientamento e autocorrezione consapevole.

Questo ci fa capire un’altra cosa, importantissima in educazione e talvolta trascurata: non ci può essere vera improvvisazione e variazione, nuances e coloriture creative e significative nella relazione interpersonale ed educativa senza una solida competenza e un’autentica tradizione culturale, che si invisceri nelle profondità del soggetto educatore. Nella relazione educativa così come nell’attività musicale esiste un’attitudine ad oscillare – paradossale, ironica, giocosa e umoristica – così da mantenere un certo equilibrio/squilibrio tra autoriflessione consapevole e abbandono, da ammettere la disciplina e l’ordine della costruzione, lasciando spazi all’improvvisazione (sul tipo di quella jazzistica): essa non è mera improvvisazione, anzi è esattamente il contrario, in quanto obbedisce paradossalmente a regole interne di rigore, una sorta di ‘tensione senza (quasi) intenzione’.

Dice Italo Calvino: «La fantasia è come la marmellata, bisogna che sia spalmata su una solida fetta di pane». Così è anche per l’educazione tout court: l’educazione è pathos, intuizione creativa, relazione con se stessi e con l’altro, ma non può esistere senza un habitus, una concretezza, un rigore, uno sforzo e una fatica, una forma solida su cui fondarsi, una cultura pedagogica di base.

Si spalma la marmellata come si spalma il colore. È ciò che fece Paul Klee con gli sfondi, come si desume dai suoi Diari: «Applicazione di chiazze di colore, unite in complessi liberamente dalla fantasia, come cosa principale, inafferrabile ed essenziale: interpretare obiettivamente questo ‘nulla’ […] renderlo figurativo e dargli rilievo con un giuoco alterno di luci ed ombre. Tutto questo preceduto da un tono fondamentale che permanga qua e là sull’intera superficie. Il quadro è finito».

Nella sua evoluzione, il cromatismo è consistito nell’alterare di un semitono discendente o ascendente una o più note della scala: esso si presenta sia in senso verticale nell’armonia, sia in senso orizzontale nella melodia, ed è usato soprattutto nel sistema tonale per ‘modulare’, cioè per ‘passare’ da una tonalità all’altra (come se il cromatismo fosse un varco, un passaggio per accogliere e comprendere l’altro).

Si arriva così alla dodecafonia occidentale (numerosi esempi si ritrovano anche nelle musiche extraeuropee che non si basano sul sistema temperato di toni e semitoni all’interno dell’ottava, attuato da Guido d’Arezzo, ma ammettono variazioni di tono più sfumate): nella dodecafonia, e ancor più nella serialità, la base del sistema musicale diviene la scala cromatica, in cui tutte le note sono equiparate annullando così ogni disparità fra nota alterata e nota non alterata, e pervenendo al superamento di un’aprioristica gerarchia fra note e suoni. Questo si applica anche al superamento della gerarchia tra discipline e tra incontri educativi con soggetti diversi, e conduce alla democraticità e alla contestualizzazione delle relazioni.

La stessa cosa si può dire per l’orchestrazione educativa, in cui i colori delle diverse melodie personali devono essere vivificati da uno spirito d’insieme, che fa diventare il suono associato comune delle melodie di vita composte individualmente non uno stridente disaccordo o un miscuglio qualsiasi, e nemmeno un canone monotonale, ma un’armonia polifonica, fatta di consonanze e dissonanze, la quale nasce dall’ascoltarsi a vicenda e senza la quale l’esistenza dell’umanità intera appare minacciata.

Il progetto sociale, politico ed educativo verso futuri alternativi credibili si salda dunque con l’incontro sostenibile tra armonia e melodia, tra dettati obiettivi di democrazia e volizioni soggettive, incontro teso ad un rinnovato processo di umanizzazione.

Musica
J.S. Bach, Il clavicembalo ben temperato, voll. I e II.
W.A. Mozart, Il flauto magico (l’aria della Regina della notte e il duetto
Papageno e Papagena).

Film
L. Malle, Au revoir les enfants (‘Arrivederci ragazzi’), 1987.

© Riproduzione riservata

Roberto Albarea

Roberto Albarea è docente di Pedagogia generale presso l’Università di Udine e membro del Network on Comparative and International Education. Ha pubblicato numerosi saggi e volumi sul pensiero di Jacques Maritain, la pedagogia musicale, l’educazione permanente e degli adulti.

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