Pubblicato in: n. 04 Colore /

Rosso russo

di Gian Piero Piretto

L’assonanza, o cacofonia, degli aggettivi che compongono il titolo non ha riscontro nella lingua russa. È solo italiana e bene si presta, oggi, in epoca post-sovietica, a caratterizzare (e pubblicizzare) gli spettacoli di uno dei cori più famosi del mondo che, dopo aver calcato le scene per decenni come Armata Rossa si è trasformato, assieme all’esercito di cui è emanazione, in Armata Russa.

Nelle antiche icone più che di colore si doveva parlare di luce, ultraterrena, non proveniente da una fonte, naturale o artificiale che fosse, dunque non responsabile di terrestri ombre ma colma di toni trasparenti e nitidi. Il colore puro è stato a sua volta fonte di luce, almeno fino alla metà del XVI secolo, quando l’atteggiamento dogmatico-teologico impose alle icone tonalità smorte e scure. I mantelli rossi erano spesso attributi dei martiri, raffiguravano l’ardente fuoco della fede, ma il colore rosso rivelava in altre composizioni anche la propria matrice pagana di fuoco celeste, come nelle molte varianti dell’Ascensione al cielo del Profeta Elia.

In diverse icone lo sfondo è d’oro, o giallo a imitazione dell’oro. Ma l’impressione più autentica deriva dai colori puri e vivaci, nettamente separati gli uni dagli altri per evitare l’effetto a mosaico del modello bizantino. Le valenze del rosso, nella più ricca gamma di tutte le sue sfumature e denominazioni, si incontrano anche nella cultura popolare, dai giocattoli di legno per bambini, al lubok (stampa popolare), alla matrëška più classica, come tradizionale segno di calore, passione, festa, ospitalità. La valenza pura e brillante del rosso, tra cultura antica e tradizione popolare, torna nell’avanguardia russa in molte opere, tra le quali privilegio la citazione del Quadrato rosso di Kazimir Malevič (1915), del Bagno del cavallo rosso di Kuz’ma Petrov-Vodkin (1912), delle visioni moscovite di Aristarch Lentulov (1913) e de L’ebreo rosso di Marc Chagall (1912).

L’aggettivo russo krasnyj, oggi ‘rosso’, aveva originariamente il significato di ‘bello’. Molti degli attributi comunemente interpretati (e soprattutto tradotti) come ‘rossi’ celano, o rimandano subliminalmente, alla loro primigenia valenza di splendido. Dalla ben nota piazza moscovita al più krasnyj, appunto bello, angolo della casa, il più degno di ospitare l’icona. Questa è l’autentica natura dei molti toponimi che nel paese si fregiano di questo aggettivo, dai nomi di città e villaggi a quelli di strade e piazze. Napoleone, nei pressi della città di Krasnoe, combatté una delle ultime battaglie prima della Beresina, come immortala Tolstoj in Guerra e pace. Krasnoe solnyško (krasnoe solicello) era l’appellativo con cui ci si rivolgeva al Principe Vladimir nella Rus’ kieviana, ricorrente nelle byline, i canti epici russi.

La Rivoluzione d’Ottobre, facendo propri simboli stigmatizzati dalla Comune di Parigi, privilegia nell’aggettivo in questione la valenza politica. Rosso diventa sinonimo di comunismo, libertà, correttezza politica bolscevica e si sovrappone, non tralasciandolo del tutto, al precedente significato. Dal fazzoletto che tutte le donne proletarie legano in capo dietro la nuca, per distinguerlo da quello ‘vecchio’, contadino, a disegni floreali e allacciato sotto la gola, agli abiti disegnati in puro stile costruttivista dalle artiste dei primi anni ’20, alla cravatta dei pionieri, onore e orgoglio di milioni di bambini sovietici.

Uno dei quadri più altamente simbolici dei primi anni post-rivoluzionari, realizzato da El Lisickij nel difficile anno di guerra civile 1919, proprio sull’opposizione bianchi versus rossi imposta il suo significato emblematico. Qui l’espressione del colore si abbina alla forma geometrica triangolare e utilitaristica del cuneo che, negli anni successivi, con le fogge del costruttivismo, manterrà la sua valenza positiva e corretta in opposizione alle sagome tonde e panciute che diverranno simbolo di filisteismo e decadenza. Da quel momento ‘i rossi’ sarebbero stati, nel bene e nel male, i portatori di quella fede (o perversione) politica, in Russia come nel resto del mondo.

Una vera e propria inflazione di rosso-bello. ‘Rosso è bello’, potrebbe essere una semplicistica lettura interpretativa del momento: colore dominante nei manifesti di propaganda, circolo operaio rosso, scuola rossa, campo di grano rosso, proletario rosso, vessillo rosso, cavalleria rossa, terre vergini rosse, aratore rosso e decine di altre accezioni, non solo vezzi lessicali o retorica propaganda ma vere e proprie maschere foniche. Di krasnyj – utilizzerò d’ora in avanti soltanto la forma russa per mantenere l’ambiguità e l’ambivalenza del significato – si coloriranno negli anni ’20 i romanzi polizieschi, le storie di Tarzan, le narrazioni di avventura, nel tentativo di adeguare questi archetipi ‘borghesi’ alle nuove istanze culturali, sfruttandone la popolarità di antica memoria, ma tingendola di tonalità che instradassero i neonati proletari verso percorsi più politicamente adeguati. La piazza Krasnaja di Mosca diventerà più ‘bella’ e ‘rossa’ che mai dal 1924, anno in cui la salma di Lenin la onorerà, ospitata in diverse successive varianti di mausoleo, trasformandola da luogo di mercato a spazio di culto.

Krasnyj resterà l’angolo delle icone, ma in luogo di santi e madonne sarà l’immagine di Lenin a farvi gran mostra di sé. La realtà spaziale krasnyj ugolok (‘angoletto rosso’) si sposterà a indicare il neonato circolo operaio. Krasnye saranno l’Ottobre e l’Aurora, che indicheranno rispettivamente, nella nuova realtà sovietica, anche una fabbrica di dolciumi e una testata giornalistica. Krasnaja, dal 1924, sarà la bandiera dell’Unione Sovietica (con stella, falce e martello d’oro in campo scarlatto) e, sempre krasnaja, la stella di rubino sintetico a cinque punte (i cinque continenti in cui avrebbe dovuto trionfare il comunismo) che dal 1935 avrebbe coronato le torri del Cremlino di Mosca, sostituendosi all’aquila zarista. Krasnaja Moskva, Mosca krasnaja, sarebbe stato un appellativo ricorrente, ispirato a una delle antiche denominazioni della capitale, krasnokamennaja Moskva (Mosca dalle pietre krasnye), motivata dal ‘colore’ delle più recenti mura del Cremlino e, a sua volta, arricchita della nuova valenza politica. «Non c’è errore più deleterio che rappresentarsi la grandiosa, enigmatica Mosca del 1923 come verniciata di un solo colore. È invece un arcobaleno. Con effetti di luce stupefacenti. E mostruosi contrasti», scriveva Bulgakov nel 1923. Ma negli anni di maggior fulgore staliniano sarebbe stato l’aggettivo krasnaja a dominare, attribuendo al binomio Krasnaja Moskva svariati riscontri anche sinestetici: un profumo, il più classico dell’epopea sovietica, che proprio quel nome avrebbe portato e ancora oggi porta, una caramella, una canzone. A riprova della portata del concetto real-socialista di ‘opera d’arte totale’, in cui la responsabilità del krasnoe fu grandissima.

In chiave parodistica la sovrabbondanza di rosso e oro sarebbe tornata negli anni ’70-’80 del decostruzionismo sovietico, quando artisti e poeti in odore di concettualismo e post-modernismo avrebbero ripreso la ridondanza del concetto, affidandogli la responsabilità di incarnare quel surplus di ideologia di cui il paese sovietico si era nutrito, dietro il quale si nascondeva il vuoto e la cui consapevolezza avrebbe portato progressivamente al crollo dell’impero.

Nel pannello di Komar e Melamid tutto appare come una fedele riproduzione della realtà propagandistica sovietica, a eccezione dei volti raffigurati sul riquadro centrale in un tripudio di rosso e oro, che sono quelli degli artisti invece che dei soliti leader. Nella Russia post-sovietica, tra colpi di spugna alla storia, emozioni nostalgiche e riscritture di un delicato passato, il krasnyj è rimasto con svariate valenze. La piazza di Mosca, con un originale gioco di ruoli tra significante e significato, da sempre Krasnaja, è tornata a essere tale (con una sfumatura di variazione semantica a livello profondo) dopo i settant’anni di esperimento sovietico. Il profumo Krasnaja Moskva ha cambiato look. Il tappo del flacone è oggi a forma di cupola a cipolla ortodossa, a segno della recuperata fede religiosa, ma è diventato, a differenza di quello originale primigenio e ad ulteriore conferma delle aure che lo circondano, a sua volta krasnyj.

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Gian Piero Piretto

Gian Piero Piretto insegna Cultura russa presso l’Università di Milano e, da alcuni anni, si dedica al metodo degli studi culturali, in particolare relativi alla storia della cultura sovietica e alla sua componente visuale. È autore, tra l’altro, di 'Il radioso avvenire. Mitologie culturali sovietiche' (Einaudi, Torino 2001) e curatore di 'Parole, suoni e immagini di Russia. Saggi di metodologia della cultura'' (Unicopli, Milano 2002).

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