Pubblicato in: n. 05 Svelo /

Il velo, i misteri e i riti

di Silvia Baschirotto

Le parole mysterion o mysteria, ma anche mystes o mystikos, derivano dal verbo mýo, ‘chiudo’, che si riferisce al fatto di chiudere gli occhi o la bocca, per cui si ritiene che i misteri greci e poi romani fossero riti nei quali l’iniziato era tenuto a chiudere la bocca oppure gli occhi.

La chiusura della bocca potrebbe riferirsi all’obbligo di non rivelare mai agli estranei ciò che si era visto o conosciuto durante le cerimonie di iniziazione, come si deduce da uno scolio ad Aristofane, Le rane, 456a: «Siamo stati iniziati ai misteri della festa, cioè abbiamo avuto conoscenza degli indicibili oggetti dei misteri, che non si possono rivelare a chi non è iniziato. Sono infatti detti misteri perché si stringono le labbra, cioè gli iniziati chiudono la bocca e non ne parlano con nessuno dei non iniziati».

La chiusura degli occhi, invece, potrebbe riferirsi al fatto che in certe cerimonie gli iniziati venivano bendati o coperti da un velo. A Samotracia, ad esempio, nell’ambito dei misteri il sacerdote, come segno di iniziazione, avvolgeva l’iniziato in un mantello rosso, un evidente atto di rivestimento rituale. Spesso poi gli iniziati venivano bendati o coperti sulla testa da un velo che impediva loro di vedere, e solo al culmine del rito, entrando in una nuova condizione, essi potevano nuovamente vedere.

I misteri consistevano essenzialmente in legomena, ‘cose dette’, dromena, ‘cose fatte’, e deiknymena, ‘cose mostrate’. Erano previsti, in genere, due gradi di iniziazione: il primo, obbligatorio, era la myesis, o chiusura degli occhi; il secondo, facoltativo, era l’epopteia, la contemplazione o visione. La terminologia sottolinea l’importanza che il vedere o non vedere assumeva nel rito: l’iniziazione si otteneva infatti attraverso una visione simbolica, una specie di contemplazione attiva, come dimostrano le formule, spesso ripetute, che proclamano la beatitudine dell’iniziato: «Beato chi ha veduto i misteri!». Anche la parola epopteia, che veniva usata per indicare il grado supremo dell’iniziazione, è collegata alla radice del vedere o contemplare. Il sacerdote principale di Eleusi, lo ierofante, aveva il compito essenziale non tanto di trasmettere un insegnamento orale ma, come indica il suo nome, di mostrare, di svelare (phainein) le cose sacre (ta hiera); alle volte lo ierofante veniva chiamato anche orghiophantes: colui che fa apparire gli orghia, cioè i riti e gli oggetti sacri. Al centro dell’esperienza misterica era quindi posta l’idea di una visione beatifica che si raggiungeva tarmite la visione degli oggetti contemplati.

In alcune cerimonie il velo copriva gli oggetti sacri destinati ad essere poi svelati e mostrati all’iniziando. Durante la processione solenne che conduceva i pellegrini da Atene ad Eleusi, ad esempio, questi venivano sottratti alla vista, nascosti dentro ceste o canestri e coperti da un velo.

In ogni caso il velo aveva un ruolo importante in molti riti misterici: esso serviva prima per coprire e poi per rivelare qualcosa che l’iniziando veniva a conoscere in forma drammatica; questa rivelazione permetteva di entrare in contatto diretto con oggetti o forme simboliche di origine divina, come vediamo dal resoconto di Michele Psello, Allegoria della sfinge, 44, 1-2: «Quando si celebravano quelli che si dicono riti iniziatici, all’interno dei santuari c’erano delle parti inaccessibili […] e venivano frapposti dei veli, per mantenere segreto ciò che si trovava nelle parti inaccessibili. Nel corso dei misteri di Eleusi questi oggetti segreti e nascosti venivano rivelati e scoperti. Questo avveniva ogni anno, per dare la possibilità ai profani di vedere spesso gli oggetti sacri».

I misteri antichi sono poco conosciuti perché gli autori pagani non rivelavano mai il loro contenuto, essendo questo proibito dalle leggi divine e umane. Talora veniamo a conoscenza di qualche elemento rituale da autori cristiani intenti a screditare quello che i pagani consideravano più profondo nella loro religione; le loro testimonianze, però, sono spesso viziate dallo spirito polemico e dal fatto che non dipendono, in genere, da conoscenze dirette dei misteri. Lo Pseudo-Agostino, ad esempio, nelle Quaestiones veteris et novi Testamenti, 114, racconta come la fede cristiana abbia sconfitto quei misteri in cui le persone venivano bendate prima di procedere all’iniziazione: «Qual è il culto in cui nella grotta vengono abbindolati con gli occhi velati? Infatti perché inorridiscano a farsi turpemente contaminare gli occhi, questi vengono loro bendati, mentre altri battono le ali come uccelli imitando la voce del corvo; altri invece fremono come leoni; altri poi con le mani legate da intestini di pollo sono gettati su fosse piene d’acqua, mentre una persona avanza con la spada e rompe i suddetti intestini, la quale deve chiamarsi ‘liberatore’. E ci sono anche cose più infami. Ecco in quanti modi sono abbindolati turpemente quelli che si designano come sapienti. Ma poiché queste cose sono subìte nelle tenebre, essi ritengono che non possano essere note. Ma la santa fede cristiana ha reso manifesto ed ha scoperto tutto ciò che è stato inventato dai malvagi e turpi demoni e che è stato comandato occultamente. Infatti, dopo che la fede è stata predicata, gli uditori, considerando ciò che si prometteva pubblicamente di bene e di santità, passarono alla fede, dopo avere abbandonato quelle cose occulte, infami e turpi ed ammettendo di essere stati raggirati per ignoranza».

Tuttavia, pur in assenza di una ricca documentazione scritta, oggi disponiamo di alcune raffigurazioni interpretabili come scene dei misteri che ci mostrano le fasi del rito iniziatico.

L’urna Caetani Lovatelli, ad esempio, rinvenuta a Roma nella zona dei colombari di Porta Maggiore, appartenenti alla gens Statilia, e ora conservata al Museo Nazionale Romano, mostra un uomo che viene iniziato ai misteri eleusini. Il rito si svolge di notte, in quanto l’uomo ha la fiaccola in mano e il capo coperto da un velo. Quest’urna costituisce la replica di una raffigurazione dell’iniziazione di Heracles ai mysteria. Il giovane Heracles offre un maialino agli dei e accanto a lui l’iniziato, seduto con la testa completamente velata, ci fa capire come si svolgeva una cerimonia: i mysteria cominciano per il mystes nel momento in cui egli, partecipe passivo all’evento, chiude gli occhi per ricadere quasi nella propria oscurità, per entrare nel buio.

La myesis dei greci, l’initium o initiatio dei romani, non è solo l’atto iniziatorio, l’atto del chiudere gli occhi, ma rappresenta l’entrata in una fase nuova dell’esistenza che si configura come l’essenza dei mysteria stessi.

In generale i misteri erano sempre solenni riti notturni, di tipo individuale o collettivo, con il passaggio dall’oscurità alla luce (Eleusi, Samotracia, i misteri di Iside). Il carattere notturno non era abbinato soltanto al velamento del mystes al momento dell’iniziazione. Si trattava infatti di una triplice oscurità: la notte sacra passata ad Eleusi o ad Agra (dove si svolgevano, presso Atene, i cosiddetti Piccoli Misteri), il velo sugli occhi ed infine la condizione di oscurità dell’iniziato; sciolta questa oscurità, il mystes perveniva alla luce. I mysteria erano dunque essenzialmente notturni, ma si trattava di una notte che avrebbe poi partorito la luce, oppure di una notte nella quale le fiaccole della divinità indicavano la via.

Nella raffigurazione dell’urna Caetani Lovatelli sopra all’iniziato con il capo coperto una giovane liknophoros tiene sospeso il liknon, il vaglio per la spulatura del grano, e, accanto ad essi, sono presenti le divinità di Eleusi: Demetra affiancata da Kore e da una figura maschile, probabilmente Iacco – visto forse come personificazione dell’urlo degli iniziati dei misteri eleusini –, che indossa una pelle di cerbiatto (la nebris).

La scena in cui una giovane tiene il vaglio sopra l’iniziato si ripete in vari monumenti o pitture e costituisce il momento centrale dell’introduzione ai misteri: il vaglio era spesso coperto da un velo che durante il rito veniva sollevato per mostrare all’iniziato il phallos, l’emblema della fecondità, variazione misterica dei rituali fallici del culto pubblico e testimonianza dell’importanza del mostrare e del vedere.

Altre raffigurazioni – come quelle della villa dei Misteri a Pompei e della villa Farnesina a Roma – che rappresentano riti di iniziazione, mostrano il momento dello svelamento del phallos.

Nella villa dei Misteri, del 60 a.C., la scena mostra un gruppo di persone tra le quali una donna velata, la sacerdotessa, che attende ad un rito sacrificale assistita da due giovani donne e che compie con le mani due differenti azioni: con la sinistra scopre una cesta tenuta da un’ancella mentre con la destra regge un ramoscello verde sul quale un’altra ancella, che tiene un rotolo di papiro, versa con una brocca un rivolo d’acqua lustrale. Inoltre, una giovane donna inginocchiata – già iniziata come una baccante con il tirso, emblema dionisiaco, sulla spalla – è in procinto di sollevare il drappo di porpora che ricopre una cesta, il vannus, o liknon, dove sta il phallos; l’azione volge quindi alla sua conclusione con lo svelamento dell’emblema della fecondità, il phallos.

Nella villa della Farnesina l’affresco, ora conservato al Museo Nazionale Romano e datato al 20 a.C., mostra un giovane uomo che tiene in mano un liknon velato contenente un enorme phallos. Anche gli stucchi provenienti dalla stessa villa presentano la medesima scena: nel momento centrale del rito una cesta o un vaglio sono coperti da un velo che lascia intravedere il phallos; successivamente il velo viene sollevato e il contenuto è mostrato all’iniziato che in questo modo diventa partecipe della conoscenza dei mysteria.

Il velo che copriva la testa era spesso visto come simbolo religioso. In molti culti gli officianti erano velati, come accadeva in Oriente nelle cerimonie del culto di Cybele e Attis, in cui l’archigallus, il massimo sacerdote, portava un lungo velo sotto la sua corona. Il sacerdote dei culti eleusini, lo ierofante, era spesso vestito con un mantello ripiegato sopra la testa e anche il dadouchos, colui che teneva la torcia, era rappresentato con il capo velato dal mantello. Lo stesso Pontefice Massimo romano portava un lembo della toga sopra il capo e dunque officiava capite velato.

Anche le divinità dei culti misterici – Demetra, Iside, Cybele – erano spesso raffigurate velate, tanto che il velo era diventato un loro attributo. Cybele e Demetra erano spesso rappresentate con una corona turrita e un velo che scendeva sulle loro spalle, esattamente come Tyche. E le imperatrici, da Livia in poi, spesso si facevano rappresentare come dee o sacerdotesse e quindi con il velo sulla testa, a dimostrazione che esso, nella tradizione greco-romana, aveva assunto un valore simbolico e religioso complesso.

© Riproduzione riservata

Silvia Baschirotto

Silvia Baschirotto è laureata in Lettere classiche presso l’Università di Verona e dottoranda di ricerca in Beni culturali e territorio presso il medesimo ateneo. I suoi interessi si sono concentrati sull’iconografia di Cybele e Tyche, sull’introduzione dei culti orientali a Roma e sulle problematiche relative alle personificazioni di città nel mondo greco-romano.

Commenta

La tua email non sarà pubblicata né diffusa. I campi obbligatori sono segnalati da *




saperi e pratiche si incrociano
per conoscere
nella pluralità
di pensieri
contro dogmi
e universalismi
multidisciplinare
multilinguaggio
multistile
multiverso

Forum Editrice Universitaria Udinese Università degli Studi di Udine in collaborazione con cdm associati - comunicazione e visual design in collaborazione con Altreforme - ricerca / web&multimedia / formazione
Privacy Policy