Pubblicato in: n. 05 Svelo /

Il velo in Bangladesh

di Selina Hossain

Il velo è un copricapo tradizionale nel contesto culturale del Bangladesh. Dicendo questo mi riferisco al fatto che le donne di questo paese si coprono il capo con la parte più corta del lungo sari, una cosa molto diversa dall’hijab o purdah delle donne musulmane religiose. In Bangladesh questo non è visto veramente come un modo di coprirsi, ma piuttosto come un comportamento culturale. Le ragazze, per esempio, dopo il matrimonio portano il velo di solito in presenza del suocero, della suocera, del fratello maggiore del marito, delle persone anziane; oppure davanti a uomini che non conoscono, per strada o durante funzioni religiose. Quando muore una persona nel circondario, le parenti, le amiche e le vicine mettono il velo. Sono le donne delle classi più elevate oppure quelle delle classi più basse a portare il velo, ma non tutte.

La cosa più interessante è che questo ha una miriade di spiegazioni, non solo religiose e non solo legate al fatto di coprire la propria sessualità, c’è qualcosa d’altro… Il modo in cui il velo viene concepito nel Bangladesh, paese laico e non settario, è davvero multidimensionale: in politica può essere un segno di potere o, in generale, di autorevolezza nella società; può essere, certo, il sintomo e l’effetto di una recente ascesa del fondamentalismo religioso, ma anche l’ostentazione di uno status symbol; ci sono poi considerazioni non scontate da fare rispetto al rapporto tra il velo e un certo tipo di sviluppo dell’economia. Solo gli esempi di singole storie di donne possono rimandare alla complessità che ruota attorno all’uso del velo nel nostro contesto culturale; per questo voglio fare alcuni nomi ed esempi concreti.

Per incominciare a interrogarsi su qual è la relazione tra il velo e il potere si può ricordare che le due donne che in Bangladesh hanno avuto per un certo periodo la carica di primo ministro e di leader dell’opposizione, Khaleda Zia e Sheikh Hasina, hanno sempre portato il velo durante il loro mandato e che entrambe, prima di ottenere quelle cariche, quindi prima di acquisire un solido potere politico, non lo portavano. Oppure che l’ex primo ministro dell’India, Indira Gandhi, usava sempre il velo nel periodo in cui era al potere. Attualmente, la leader politica Sonia Gandhi usa il velo durante gli incontri politici e anche la presidente dell’India in carica, Pratibha Patil, si mette il velo, così come l’ex prima ministra del Pakistan, Benazir Bhutto. Questa connessione tra il potere e il velo identifica un legame di natura politica: usando il velo si pensa di poter ottenere il rispetto della gente comune e, soprattutto durante il periodo elettorale, si può conquistare la fiducia degli elettori e delle elettrici. Anche in Bangladesh alcune delle donne che sono in prima linea come leader politici usano il velo; e fanno lo stesso quelle che si occupano di politica a livello locale. Voglio ricordare qui il nome di Jahanara Imam, un’educatrice, una scrittrice, una donna molto intelligente, la quale ottenne la leadership nei movimenti che a partire dagli anni Novanta iniziarono a rivendicare un giusto processo per i cittadini e le cittadine che durante la guerra di Liberazione del Bangladesh, nel 1971, si erano opposti a tale conflitto e per questo erano stati identificati come criminali. Bene, questa donna, decisamente progressista in politica, non è mai comparsa su un palco per fare un discorso senza il velo o senza avere il capo coperto. Per questo dico che c’è un legame di natura quasi misteriosa tra il velo e il potere politico. In altre parole, si può davvero parlare, nel contesto del nostro subcontinente, di una politica del velo.

Ma non solo. Il velo può diventare più in generale il segno di un altro tipo di potere, di una forma di autorevolezza che deriva dall’affermazione della propria libertà. Sto pensando a Sufia Kamal, una donna incredibilmente coraggiosa, che era non solo una poetessa ma anche una leader e una donna impegnata nel sociale che affrontava qualunque evenienza con grande coraggio e non disdegnava di andare a manifestare in piazza per protestare contro le ingiustizie. Sufia Kamal era nata in Bangladesh in una famiglia Nawab di classe elevata; portava mezzo velo e non è mai stata vista fuori casa senza. Quando parlo di potere in senso lato e di autorevolezza, penso alla forza del suo esempio e a come esso si riverberi e si leghi al suo uso del velo. Voglio fare un altro esempio per chiarire questo punto. Avevo un’amica la cui madre era una progressista e una persona di cultura. Usava il velo o si copriva il capo in ogni occasione pubblica. La figlia non pensava che fosse una donna da ammirare, ma cambiò totalmente la propria opinione dopo aver visto Sufia Kamal. Capì che il fatto di coprirsi il capo non sminuisce la personalità di una donna; anzi, portando il velo una donna può usare pienamente la sua libertà come forza. Per questo mi sento di dire che il velo non è un impedimento per le donne. Esse non devono dimenticare che il modo in cui la loro personalità, la loro libertà e il fatto di essere progressiste si mostrano dietro al velo non farà di loro delle subalterne.

Molte donne povere in Bangladesh si coprono il capo con l’estremità del sari mentre lavorano, mentre vendono il the per strada o mentre sono impegnate in molte altre attività, che sono proprio quelle che danno loro la libertà economica. E ancora, il velo può essere sentito come uno status symbol, come nel caso di Begum Rokeya Sakhawat Hossain, una femminista straordinaria, un’attivista in ambito sociale e una scrittrice del nostro subcontinente, vissuta nell’Ottocento e morta nel 1932. Era nata in quella che si può definire come una buona famiglia; non aveva avuto molte opportunità di ricevere un’educazione scolastica, ma con l’aiuto del fratello maggiore aveva studiato in casa. Dopo essersi sposata aveva imparato anche l’inglese, oltre al bengali, sotto la guida del marito. I suoi scritti, eccezionali, vengono usati ancora oggi nei libri di testo in Bangladesh. Rimasta vedova, oltre a scrivere fondò anche una scuola femminile con le sue sole forze e continuò a tenerla aperta, nonostante numerose proteste da varie parti. Andava di persona di casa in casa per convincere le famiglie a mandare le figlie a scuola. Quella scuola esiste ancora, a Calcutta, nello stato del Bengala occidentale, in India. Begum Rokeya Sakhawat Hossain a volte usava il velo o si copriva il capo: per lei era quello che si potrebbe definire non solo un segno di potere e di autorità, ma anche, appunto, uno status symbol.

Ci sono infine alcune considerazioni da fare per quanto riguarda gli aspetti sociali ed economici dell’uso (o del mancato uso) del velo. In Bangladesh sia le donne musulmane che quelle hindu preferiscono, come dicevo, coprirsi il capo con l’estremità del sari, usata come un velo. In questo modo esso crea una sorta di divisione di classe che è socialmente accettata. E ciò per un motivo apparentemente banale, cioè che il velo comporta una lunghezza maggiore del sari e dunque una maggiore quantità di stoffa per cui il sari viene a costare di più. Un altro aspetto chiama di nuovo in causa questioni economiche, ma da un diverso punto di vista, per le donne che non possono o non vogliono permettersi di spendere più soldi per un sari più lungo. In Bangladesh si vedono sempre più saloni di parrucchiera, cosa che naturalmente interessa solo le donne che non portano il velo: si tratta di un business che si sta sviluppando in tutto il paese, anche fuori dalla capitale, nelle zone più remote. Questo succede fondamentalmente per due motivi: in primo luogo perché le acconciature sono qualcosa di attraente per tutte le donne, che aumentano così non solo la bellezza dei capelli ma anche il senso della loro personalità; in secondo luogo perché sono molte le donne che trovano lavoro in questi saloni e riescono a guadagnare bene. E, in particolare, sono le donne indigene marginalizzate delle tribù Adivasi quelle che riescono ad avere ottime entrate grazie a tale attività. Allo stesso tempo si sta sviluppando un’industria che produce lozioni, saponi, spray, shampoo e altri cosmetici per capelli, e che riesce a far circolare molto denaro e a dare lavoro a molti uomini. Ecco dunque un altro aspetto di quello che può significare, in termini molto pratici, usare o non usare il velo.

Tuttavia, non dobbiamo dimenticare anche la recente ascesa del fondamentalismo in Bangladesh. Un atteggiamento fanatico ha costretto molte donne a coprirsi completamente ed è aumentato il numero di quelle che portano l’hijab o purdah. Persino le studentesse sono costrette ad andare all’università con il velo. L’estremismo dei bigotti sta creando grandi difficoltà al cammino di emancipazione delle donne in diverse sfere della società. E non solo questo: si nota sempre più anche l’abitudine di portare una specie di scialle come velo sopra il sari. Di fatto, attualmente, il velo sta favorendo una sorta di demarcazione sociale e sta creando ostacoli all’unità del progresso femminile. Oltre a ciò, si sta formando una frattura che mira a creare delle divisioni nella società femminile e in quella che era un’unità coordinata. I passi avanti compiuti dalle donne vengono oggi messi in dubbio proprio perché si sta perdendo l’opportunità di restare unite nella lotta per i diritti umani.

Resta comunque il fatto che il Bangladesh è rimasto un paese moderato e non settario, nonostante l’aumento di elementi di fanatismo che sono stati tenuti però sotto controllo dal governo facendo sì che i gruppi estremisti non riuscissero ad accedere al potere statale e che gli elettori e le elettrici opponessero loro un rifiuto. È anche per questo che nel nostro paese il velo non è mai davvero divenuto uno strumento di imposizione del potere dalle connotazioni univoche. A livello statale, non c’è stata alcuna interferenza da parte del governo rispetto alla questione del velo: tutto questo è rimasto al di là della religione e continua a dipendere dalla volontà e dalle scelte individuali.

[Traduzione di Sergia Adamo]

© Riproduzione riservata

Selina Hossain

Selina Hossain è una delle più importanti scrittrici del Bangladesh; ha pubblicato ventuno romanzi, oltre a raccolte di racconti, saggi e libri per l’infanzia. Le sue opere, alcune delle quali sono state tradotte in francese, inglese e russo, ritraggono momenti chiave delle crisi e dei conflitti vissuti in anni recenti dal suo paese. Attualmente è direttrice della Bangla Academy di Dhaka.

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