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Il velo vissuto

di Fama Cisse

Avevo quindici anni quando decisi di mettere il velo. Età in cui molte ragazze adolescenti hanno altre idee in testa. Se ciò fosse accaduto in un paese come l’Algeria o il Marocco probabilmente non avrebbe fatto notizia, ma è successo in Senegal, mio paese d’origine. Com’era prevedibile, la cosa suscitò abbastanza rumore. Il perché è presto detto.

Il Senegal è un paese dell’Africa occidentale che conta circa dieci milioni di abitanti, con tradizioni etnico-culturali molto variegate e ben radicate. Come in tutti i paesi dell’Africa sub-sahariana l’animismo accompagnava quotidianamente le persone non solo nella loro vita terrena, ma anche nell’aldilà, dove trovavano il riposo eterno presso lo spirito protettore. L’Islam arrivò in Senegal solo nell’XI secolo, ma non riuscì a cancellare le tradizioni pagane che avranno nell’islamismo ‘un vicino di casa’ con cui facilmente dialogare. A parte la professione di fede, l’Islam non prevede alcun atto liturgico come il battesimo per entrarne a far parte; ogni fedele è sacerdote di se stesso. L’osservanza delle pratiche cultuali (le preghiere quotidiane, il digiuno durante il Ramadan, il pellegrinaggio alla Mecca e l’elemosina ai più poveri) rafforza il senso di appartenenza alla comunità musulmana. Ma l’islamismo praticato nell’Africa sub-sahariana ha un carattere più popolare a causa di questo miscuglio con il culto degli antenati. È noto anche come ‘Islam di confraternite’: più che scuole di pensiero si tratta di semplici comunità di musulmani che predicano la solidarietà e la fratellanza sotto le direttive di una guida spirituale. In Senegal troviamo le confraternite Muridiyya, Bay fall, Qadiriyya, Layenn, Tariqa Tijaniyya, che si consolidarono nel XVII-XVIII secolo per contrastare la presenza coloniale e che in questo momento costituiscono un punto di riferimento molto saldo per le popolazioni locali.

In tale contesto, la figura femminile ha sempre avuto un ruolo importante. La donna viene infatti considerata come il fondamento di ogni società: ‘Se la donna è virtuosa, lo sarà anche la società; se essa invece si discosta dai principi morali unanimemente riconosciuti come sani dalla società, quest’ultima ne uscirà turbata’ è un pensiero ricorrente nella cultura senegalese. Ciò significa, per una donna, impegnarsi a trasmettere dei valori positivi, dimostrare pudore e rispetto, esternare (quindi non velare) le qualità interiori in modo da dare il buon esempio. Il pudore spesso si concretizza, oltre che nei modi molto pacati ed educati, anche in un pezzo di stoffa. Tradizionalmente la donna senegalese si veste in modo da non lasciar scoperte alcune parti del corpo e, d’altra parte, esibisce le proprie bellezze attraverso un trionfo di stoffe colorate che lasciano apparire tutta la gioia di vivere e la solarità di un popolo. Alle donne di una certa età le usanze ‘impongono’ di coprire il capo con un foulard che viene annodato in modo molto fantasioso e vistoso, facendo così risaltare tutta la loro femminilità. Una donna che si rade la testa e si mostra in pubblico è giudicata male, in quanto questa pratica identificava le prostitute.

È in tale contesto che è maturata la mia scelta di indossare il velo. Una decisione non contrastata dalla mia famiglia, sebbene vista con qualche preoccupazione da mia madre. Nella società senegalese le ragazze che scelgono di portare il velo conducono una vita sobria e quindi, in fatto di matrimonio, escludono cerimonie sfarzose, pregiudicando così l’opportunità per la famiglia di ricevere doni e danaro. Ero irremovibile nella mia decisione e alla fine l’ho spuntata. Lentamente i più scettici si sono arresi all’evidenza.

Nella tradizione musulmana la questione del velo è menzionata nel Corano (sura 24) nei seguenti versetti (30 e 31): «Dì ai credenti di abbassare il loro sguardo e di essere casti. Ciò è più puro per loro. Dio ben conosce quello che fanno. E dì alle credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne e non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto quel che di fuori appare, e si coprano i seni d’un velo e non mostrino le loro parti belle altro che ai loro mariti o ai loro padri o ai loro suoceri o ai loro figli, o ai figli dei loro mariti, o ai loro fratelli, o ai figli dei loro fratelli, o ai figli delle loro sorelle, o alle loro donne, o alle loro schiave, o ai loro servi maschi privi di genitali, o ai fanciulli che non notano le nudità delle donne, e non battano assieme i piedi sì da mostrare le loro bellezze nascoste; volgetevi tutti a Dio, o credenti, che possiate prosperare!».

Sono questi i versetti che vengono letti da più di qualcuno come un obbligo e da altri come una semplice raccomandazione da interpretare in base al contesto culturale e alla situazione contingente che li hanno ispirati. Dato che «nell’Islam non vi è costrizione» (così ha insegnato il Profeta), risulta allora chiaro che nessun essere umano (uomo o donna che sia) può imporre ad una donna di indossare il velo con la forza.

I mass media ci hanno abituato a storie di burka e di chador omologando tutto l’Islam, senza tener presente la varietà di usi e costumi dei singoli paesi. In Senegal, ad esempio, sarebbe difficile per una donna subire qualche imposizione sul velo, essendo questa una novità per la nostra cultura.

Mi viene in mente la vigilia della mia partenza per l’Italia: avevo appena vinto una borsa di studio per il Collegio del Mondo Unito di Duino, in provincia di Trieste; era il 1990. Mio zio, dopo le solite raccomandazioni, mi disse una frase che difficilmente dimenticherò: «Se dovessero crearti problemi in Italia, togliti pure il velo». Ed io gli risposi: «Se dovessero crearmi dei problemi prenderei il prossimo aereo per Dakar e me ne ritornerei a casa».
Solo in quel momento ho cominciato a domandarmi come il velo potesse essere un problema per qualcuno e diventare addirittura motivo di conflitto. Le reazioni della gente, al mio arrivo, erano molto diverse. Qualcuno ti diceva: «Ah! Sei musulmana» (puntando il dito sul velo). Per questi il velo era un simbolo identificativo, segno di un’appartenenza specifica. Altri, molto più rozzi, lanciavano la frase: «Toglitelo, che non sei nel tuo paese» e non aspettavano nemmeno la risposta.

In Italia, curiosamente, il velo indossato dalla suora non fa notizia, anzi è rassicurante e il copricapo non è una novità per le generazioni più anziane: per entrare in chiesa era normale coprirsi la testa, e la stessa iconografia sacra ha sempre rappresentato Maria, la madre di Gesù, col velo.

Sono ormai diciassette anni che vivo in questo paese e col passare del tempo ho notato come esso susciti animate discussioni con spesso, sullo sfondo, il luogo comune di un mondo islamico violento, dove la donna è sottomessa all’uomo che la controlla e le impone il suo volere. Molti non considerano però che il velo può essere frutto di una scelta consapevole da parte di chi lo ritiene parte della propria fede.

Spesso esso viene visto come un simbolo da combattere, imponendone il divieto e sfociando così in un atto di violenza psicologica. Indossare il velo va infatti al di là dell’aspetto visivo: coprirsi significa aggiungere un tassello al mosaico che costituisce la propria fede.

Il recente dibattito sorto in Francia sull’argomento sembra quasi un modo per sorvolare sui reali problemi dell’integrazione. In alcuni casi il velo ha rappresentato un freno per ragazze musulmane che si sono viste negare un posto di lavoro: già! anche l’occhio vuole la sua parte. Questa è una vera e propria discriminazione non degna di un paese civile. Credo che il dibattito si debba impostare in termini di diritti umani.

La condizione femminile in alcuni paesi islamici o a maggioranza musulmana è davvero subumana, ma credere che esista un modello perfetto al quale conformarsi è una pura illusione. Basta guardare i paesi democratici dove l’emancipazione delle donne è ormai un fatto acquisito e le violenze domestiche sono all’ordine del giorno – il mio pensiero va all’Italia, ma non solo.

Dal mio arrivo qui posso dire di essermi abbastanza integrata, cercando comunque di tener i piedi ben radicati nella mia cultura. Finora ho accettato qualche compromesso che sicuramente ha giovato alla mia integrazione ma, per quanto riguarda l’accesso al lavoro, non ho mai ritenuto opportuno barattare la mia fede e nemmeno i principi in cui credo. Penso che la libertà di scelta debba essere capita e rispettata. In Italia alcune parlamentari lottano contro l’imposizione del velo alle donne musulmane, ma forse esse non sanno che è l’Islam stesso a vietare ogni costrizione. Un incontro che ebbi qualche tempo fa con una mia vicina di casa mi ha fatto capire molto sullo stato di disinformazione e di ignoranza in cui viviamo. La signora mi disse con tono compiaciuto: «Ma perché non togli il velo adesso che sei lontana dal tuo paese? Povera… con questo caldo come fai?». Le risposi la prima cosa che mi venne in mente: «Signora, se togliessi questo velo mi sentirei nuda. Ho scelto di metterlo e me lo tengo, e le assicuro che in questo momento sono più felice di molte donne emancipate nel modo di vestire e di pensare che continuano a lottare contro i pregiudizi di una società libera e democratica ma tuttora dominata dal sesso forte».

Mi conforta l’idea che ci siano donne (italiane) che, pur non essendo coperte da alcun tipo di velo, trovano ripugnante il modello della donna-oggetto che ci viene proposto dalla società dei consumi. Esistono quindi principi morali condivisi da varie culture e varie confessioni. L’auspicio è che si possa restituire la dignità ad ogni donna, rispettandone le scelte, garantendole maggiori opportunità e mettendola nelle condizioni di poter gareggiare ad armi pari con gli uomini, rivelando le proprie capacità.

La questione del velo ha assunto ormai un carattere trasversale. Non riguarda soltanto i paesi musulmani, ma anche quelli occidentali, sempre più multietnici e con sempre più confessioni religiose.

Indossare il velo non significa sempre annullarsi sotto un ‘lenzuolo’ scuro; a seconda del paese, può non nascondere sottomissione ad un uomo, ma essere un’espressione della propria fede, un modo di viverla senza rinunciare alla femminilità e senza necessariamente creare fitna (tensione), come direbbero gli arabi.

© Riproduzione riservata

Fama Cisse

Fama Cisse, nata in Senegal nel 1972, è arrivata in Italia nel 1990 con una borsa di studio del Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico. Attualmente lavora come bibliotecaria nelle biblioteche comunali di Trieste dove frequenta il corso di laurea in Statistica ed informatica per l’azienda e fa parte di 'Interethnos', l’associazione di mediatori culturali.

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