Pubblicato in: n. 05 Svelo /

La discrezione della lettera

di Mario Piazza

Il mio mestiere è la grafica. Progetto la forma visiva dei messaggi. Oggi tutti pensano che il mio mestiere sia quello di lavorare con le immagini. Del resto siamo immersi nelle immagini, guardiamo molto e leggiamo sempre meno. Molti pensano che per presentare un prodotto o comunicare un evento servano idee che vengano vestite da affascinanti e emozionanti segni visivi. E questi segni, le belle forme della grafica, per i più sono le illustrazioni, le fotografie o le composizioni e gli ornamenti cromatici. Ma non è affatto vero, o è vero solo in parte. Di certo il cuore della grafica non sono le ‘immagini’ ma sono le lettere. I grafici si occupano in primo luogo di scritture. Ma le lettere, nei secoli progettate e mai come in questi ultimi decenni implementate in nuove forme, hanno la dote della discrezione. Velano e svelano.

Non hanno mai forme appariscenti, tranne quando serve. Sono un servizio cospicuo, aggiungono senso, senza mai eccedere nella bellezza fine a se stessa, nel gratuito o nel velleitario. Ma saperle usare e conoscerne la profonda essenza è un’operazione complessa. Le scritture servono a comunicare, ma non sono mai solo trascrizione del verbale, sono sempre anche un’immagine. L’immagine dei pensieri. Le lettere sono segni che si misurano con l’espressività di chi scrive, con le potenzialità delle tecnologie, con la lunga storia delle loro forme e con il contesto. È la forma della lettera la vera ‘immagine’ che il grafico deve conoscere e saper manipolare. Le scritture sono innanzitutto un dato visibile, che disponendo i propri segni grafici sulla pagina frantuma il vincolo della lingua parlata. Le scritture sono materia, quella su cui da millenni vengono tracciate le lettere (dall’argilla al touch screen) e quella degli strumenti con cui si disegnano le lettere (dall’osso al pennello, al computer). La rivoluzione digitale ha portato con sé l’esigenza tecnica di nuove scritture e la facilità di generarle. Un sapere antico, fortemente specialistico, ha trovato inaspettati orizzonti e posto nuove possibilità espressive ai disegnatori di caratteri e ai grafici. Le forme dell’alfabeto rappresentano, come sottolineava Stanley Morison (l’ideatore del carattere Times), il mutare del tempo, il sociale e l’economico, ma sono anche risposte alla necessità intrinseca dei media comunicativi. Il sistema delle reti ha reintrodotto e ridato spazio alla comunicazione dialogica. La lettura dallo schermo avanza inesorabile. La tipografia, ormai immateriale, aspira a fare delle lettere un corpo duttile, capace di ottimizzare le nuove necessità e di essere personali e distintive.

La lettera uccide e fa vivere, in certi casi: si compone nella parola e si forma in linguaggio. Ha una forma in sé e un moltiplicarsi di forme nella sua combinazione, nel suo uso, anche fortemente espressivo e grafico. Ma poi quando la usi, scompare.

Mi è capitato di progettare un enorme pavimento, per un’installazione alla Mostra internazionale di architettura della Biennale di Venezia di qualche anno fa. Componendo con le sole lettere ho ricreato una porzione della planimetria del porto e del centro storico della città di Napoli. Con le parole ho dato forma agli isolati, agli edifici, alle strade, ai moli, alle imbarcazioni. Ed ognuna di queste parti era scritta con i nomi delle cose che la costituivano, che fisicamente la determinavano.

E via via sempre più in profondità e quasi impercettibilmente, ai nomi delle cose ho aggiunto piccole narrazioni, le persone e gli accadimenti (dalla fila alla posta al venditore delle guide). Ed ogni lettera andava a costituire una tessera di un mosaico emozionale che costruiva la figurazione della città, il suo volto planimetrico ma anche sociale. Era una città, erano delle storie, era un testo ma soprattutto era un pavimento da calpestare.

Ecco la forza visiva della lettera e la sua qualità mimetica, la sua discrezione. Potevi camminarci sopra, potevi leggerla e potevi consultarla come una mappa.  È in questa presenza e assenza che sta il fascino delle scritture e la loro potenza. Ed è nella capacità di avvicinare la forma delle lettere e le immagini del pensiero che sta la grande responsabiltà del grafico, l’interfaccia silente che deve sapere usare nuovi codici e saper progettare nuove convenzioni.

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Mario Piazza

Mario Piazza è docente e ricercatore di Disegno industriale per la comunicazione visiva presso il Politecnico di Milano. Si occupa di progettazione visiva nel campo della comunicazione, dell’editoria, dell’immagine coordinata e nell’allestimento di mostre ed eventi. Dal 1992 al 2006 è stato Presidente dell’AIAP, l’associazione che riunisce e rappresenta i grafici italiani. Ha pubblicato numerosi articoli e studi su riviste specializzate e una dozzina di libri dedicati alla divulgazione e alla storia della progettazione grafica.

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