Pubblicato in: n. 05 Svelo /

segno/velo

di Mario Turello

Nel Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure la definizione di segno linguistico come combinazione di un significante e di un significato è visualizzata mediante una figura che accentua il carattere della totalità: significante e significato vengono rappresentati sopra e sotto l’asse maggiore di un’ellisse, affiancata da due frecce inverse a rappresentare il loro reciproco legame. A questa definizione seguono le considerazioni sull’arbitrarietà del segno, ovvero dell’associazione significante/significato, e la liquidazione delle obiezioni che a questo ‘primo principio’ della semiologia si potrebbero opporre considerando le onomatopee e le esclamazioni come esempi di legame ‘necessario’ tra significante e significato. (Insomma, per Saussure, Ermogene la vince su Cratilo: le parole significano thései, per convenzione, e non phúsei, per natura. Non altrettanto netta, anzi ambigua, nel Cratilo platonico, la posizione di Socrate, che parteggia prima per l’uno, poi per l’altro dei due avversari. Così almeno per Gérard Genette, che considera i due momenti non come contraddittori, ma complementari; purtroppo è poco conosciuto il suo imponente saggio, Mimologiques. Voyage en Cratylie, mai tradotto in italiano).

La paradossale doppiezza dell’unità linguistica e la costitutiva arbitrarietà condussero Saussure a una profonda crisi intellettuale, all’«esperienza esemplare dell’impossibilità di una scienza del linguaggio all’interno della tradizione metafisica occidentale», sostiene Giorgio Agamben, che giunge a scorgere nel Cours non più la fondazione della semiologia, ma la sua radicale messa in questione. «La metafisica non è che l’oblio della differenza originaria tra significante e significato»; la barra-barriera del grafo S/s rivela invece la natura diabolica del segno (Saussure respinse il termine simbolo per designare il segno proprio perché il simbolico non è mai completamente arbitrario).

L’impotenza del linguaggio a produrre una significazione piena trovava, secondo Agamben, formulazione mitica nell’enigma, che in origine non era semplicemente la proposta di un significato nascosto o velato dietro un significante criptico, ma «un dire in cui la frattura originale della presenza era allusa nel paradosso di una parola che si avvicina al suo oggetto tenendolo indefinitamente a distanza». Affini all’enigma, il segreto e l’oracolo appartengono a una apparente retorica della rivelazione che, di fatto, come dimostra Pietro Pucci, rimane una retorica dell’occultamento: essi sono «le espressioni più vicine a un gioco o filosofema decostruttivo» e mostrano «la distanza del linguaggio dall’essere delle cose e la sua natura di traccia e di schermo […] sono queste condizioni che sospendono i cosiddetti fondamenti, quello della verità, del suo rapporto con l’essere e con il linguaggio, o quello dell’origine (arché) ecc.». Sospensione che Pucci sente praticata oggi con «inquietante serenità» da certo pensiero debole contemporaneo, ma con forza teorica e senso di responsabilità nel ‘pensiero della differenza’ (Heidegger, Derrida) proteso alla «produzione di nuovi modi di concepire le opposizioni classiche, di un nuovo linguaggio che fa presentire un al di là della metafisica». Che è un al di qua, un prima: un ritorno al pensiero eracliteo, soprattutto. «Il signore, il cui oracolo sta a Delfi, non rivela (léghei), non nasconde (krùptei), ma fa segni (sêmaìnei)»: né rivelazione né occultamento, ma «sguardo gettato sull’abisso spalancato fra significante e significato fino al ‘dio’ che appare fra di essi» (Agamben). Sull’abisso del paradosso, dell’ossimoro, dell’anfibologia, della metafora, della polisemia…

Sulla polisemia caratterizzante il discorso contemporaneo riflette ancora Pietro Pucci a partire da alcuni ‘enigmi’ inventati da Umberto Eco, e si chiede se siamo di fronte ad autentico pluralismo o a una unidimensionalità mascherata. Soprattutto egli intravede il rischio che il crollo della parola univoca e autorevole e l’avvento di nuove retoriche finiscano col generare una molteplicità di discorsi pretendenti tutti a uno statuto di verità, e a una proliferazione di «maestri e discorsi magistrali», mentre c’è bisogno di un recupero del senso enigmatico della parola, contro ogni chiusura metafisica.

Impostato il discorso in chiave linguistica, argomenti di ulteriore riflessione si potrebbero trarre dalla semantica di Harald Weinrich, che rifondò la disciplina a partire da una ‘linguistica della menzogna’, o dalla semiotica di Eco, che sostiene essere proprium della semiosi la possibilità di mentire. Ma avendo preso le mosse dalla definizione di segno, vediamo come essa possa riconciliarsi con la metafisica, diventando addirittura argomento per un superamento della differenza (o della differance). Se Saussure riteneva che un rapporto di significazione necessaria postulasse l’esistenza di una pre-determinazione del significato, se Weinrich riconduceva i concetti ad enunciati linguistici, Eco mette a confronto con la metafisica la teoria semiotico-linguistica di Louis Hjelmslev. Questi descrive la funzione segnica in maniera più articolata di Saussure; quel che qui importa è l’idea che il contenuto delle espressioni linguistiche viene ritagliato dal continuum di tutto l’esperibile e pensabile. Ora, diverse lingue e culture segmentano il continuum in forme diverse: parrebbe dunque che il senso non preesista alla determinazione linguistica (ciò che tormentava Saussure). Ma Hjelmslev lascia intravedere come nel continuum vi siano delle ‘linee di resistenza’: se non un senso, dei sensi, se non obbligati, vietati, per cui «ci sono delle cose che non si possono dire», conclude Eco, e dunque l’essere non è costruzione linguistica. Il linguaggio interroga l’essere, e sempre trova qualcosa di già dato, e questo è lo Zoccolo Duro dell’essere, «la cosa più vicina che si possa trovare, prima di ogni Filosofia Prima o Teologia, alla idea di Dio o di Legge». Allievo di Luigi Pareyson, Eco contribuisce per via semiotica alla ricucitura della divaricazione heideggeriana tra ente ed essere che il suo maestro operò in termini di ontologia della libertà. E lascia l’ultima parola a Eraclito: l’oracolo di Apollo sêmaìnei, «parla per sintomi, indizi, tracce aperte all’interpretazione, ecco che l’essere ci fa brevi cenni, come amichevoli ed enigmatiche strizzate d’occhio; esso ci seduce, ci lascia capire che c’è una promessa da capire (e lascia a noi d’indovinare dove si possa incontrare il limite)». Si noti che la parola chiave è limite: al di qua e al di là del segno, viene meno l’arbitrio, e Qualcosa traspare.

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Mario Turello

Mario Turello, giornalista culturale e critico letterario, è autore di numerosi saggi su L. Leporeo, G. Rodari, I. Calvino, U. Eco, M. Eliade, e da molti anni si occupa di Giulio Camillo Delminio e dei rapporti tra la mnemotecnica rinascimentale e l’informatica.

Un commento a “segno/velo”

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