Pubblicato in: n. 05 Svelo /

Veline

di Andrea Csillaghy

Anche le ‘veline’ della fortunata trasmissione televisiva di Antonio Ricci sfruttano l’allusione al velo, ai veli, delle donne. Quante associazioni spontanee si possono fare con la danza dei sette veli, con il velo delle matrone, delle vestali, delle suore e delle spose, con il capo velato che da San Paolo in poi si prescrive alle donne in chiesa, con i velami metaforici di Dante e della Bibbia? In questo gioco del montrer-cacher (mostra-nascondi) che vede protagoniste soprattutto le donne, ma non solo loro, si mescolano timore e pudore, rispetto dovuto al sacro, ma anche a se stessi, per non ‘rivelare’ – cioè ‘svelare’ – ciò che non è destinato ad altri, che non potrebbero – o non devono – capirlo.

Nelle vecchie famiglie si diceva «Pas devant les enfants» o «Nicht vor den Kindern», apposta in due lingue straniere. Nella mia famiglia ne nacque «Nicht vor den pas devant».

A proposito del velum neolatino e dei suoi corrispondenti in molte altre lingue, va aggiunto che l’impulso spontaneo universale è quello di sospettare che le parole nascondano spesso un tabù e il bisogno di scoprirlo: che in parte giustifica l’esistenza del cosiddetto ‘bisogno etimologico’, cioè la necessità in tutti noi di svelare cosa si nasconde dietro le parole.

Ma le ‘veline’ televisive di casa nostra, al cui ruolo di «vallette semi-spogliarelliste normoconformate» aspirano comunque torme di fanciulle desiderose di mostrare alla nazione il loro talento e i bei fianchi via tv, nascono da un giornalismo d’altri tempi e dalla burocrazia di partito che ‘Striscia la notizia’ ridicolizza anche se nostalgicamente.

Nell’era pre-computer e pre-fotocopiatrici, per fare più copie le macchine da scrivere usavano insieme alla carta carbone anche la carta velina, detta pure vergatina. A seconda di quanto forte si batteva sui tasti si ottenevano di una scrittura, documento o testo più o meno copie. ‘Veline’ per antonomasia erano dette dunque le copie di deliberazioni o accordi generalmente riservati, che poi qualche compiacente dattilografa e qualche opportuna talpa, aggiungendo un foglio in più, riusciva a sottrarre per farle circolare fuori dalla cerchia degli ‘addetti al top-secret’. Erano violazioni di segreti politici, rivelazioni di direttive, o direttive non destinate ai più. In un mondo come quello mussoliniano, o nell’epoca della guerra fredda fra i blocchi Est-Ovest, erano più o meno il corrispettivo delle ‘rivelazioni’ o ‘violazioni di segreti’ che oggi trionfalmente si chiamano ‘scoop’ giornalistici.

Come spesso succede nella storia delle parole in molte lingue, la gentile nozione di ‘veline’, che con il suo diminutivo addolcisce infinitamente anche i veli o mantelli del Profeta (jilbab, o hijab), pur continuando ad alludere al gioco del montrer-cacher, si è decisamente sessizzata (anche il costume modifica la lingua) e la velina, da impudicizia politico-morale è diventata una innocente impudicizia tout-court. Non mostra più al popolo le segrete strategie del potere, ma offre allo stesso popolo la visione assai più confortante dei generosi lombi di due fanciulle cariche di promesse, che probabilmente la carta carbone – cui devono il loro mestiere – non l’hanno neanche mai vista.

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Andrea Csillaghy

Andrea Csillaghy è docente di Lingua e letteratura ungherese presso l'Università di Udine. Studioso di linguistica di lingue europee ed asiatiche, si occupa di problemi e teorie didattiche delle grandi lingue moderne.

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