Pubblicato in: n. 06 Uguale /

Una informazione omologata

Intervista di Gianpaolo Carbonetto a Italo Moretti

Gianpaolo Carbonetto. Il concetto di uguaglianza è apprezzabile e desiderabile in quasi tutti gli aspetti della vita, ma se lo usiamo parlando di informazione, potrebbe nascondere un problema enorme: cosa accadrebbe se tutti i media diffondessero le medesime notizie e i medesimi commenti? Tu, a lungo inviato speciale in America latina, hai toccato con mano questa realtà che nelle dittature è la norma.

Italo Moretti. Fortunatamente ne posso parlare al passato perché sono stati fatti grandi progressi democratici: in America latina la situazione non è più quella di vent’anni fa, e oggi esiste un giornalismo curioso e pluralista, salvo alcune clamorose eccezioni, come la Colombia dove l’informazione è a senso unico nelle mani della destra del presidente Uribe. Se oggi un colombiano volesse essere informato sulle cause che bloccano ogni tentativo di liberare Ingrid Betancourt, non lo potrebbe fare. Ma nel resto del continente la situazione presenta dei profondi miglioramenti che sono andati di pari passo con il cambiamento positivo e riformista.

Gianpaolo Carbonetto. A prima vista quello che ti sto per domandare potrebbe sembrare una bestemmia, ma ti sembra che in Italia stiamo davvero bene a livello di informazione?

Italo Moretti. No. Non va tanto bene. Il nostro è un paese in cui l’informazione cede ogni giorno di più alla tentazione della spettacolarizzazione. Per un lettore, un telespettatore, un ascoltatore di media italiani, seguire gradualmente e costantemente ciò che accade nel mondo è praticamente impossibile perché delle vicende si parla nel momento in cui esplodono, e poi per pochi giorni ancora; ma quando la situazione non è più esplosiva – e questo vale sia per sciagure naturali che distruggono intere popolazioni, sia per le vicende politiche – gradualmente su queste storie cala il sipario e quando se ne riparla è come se non fossero mai accadute.

Gianpaolo Carbonetto. Un esempio illuminante mi sembra quello delle morti sul lavoro che fanno notizia ogni giorno, ma è come se non fossero collegate al disprezzo per le norme di sicurezza. Ogni volta che ne accade una è quasi come se fosse la prima.

Italo Moretti. È assolutamente così: c’è bisogno di spettacolarizzare, di valorizzare l’effimero a danno di un’informazione seria e aggiornata. Ti porto un esempio che mi riguarda: di cosa fosse accaduto in Cile negli ultimi anni non si era più parlato finché un giorno non giunse dalle agenzie la notizia che era stato chiesto un mandato d’arresto per Pinochet, in quel momento in Inghilterra per ragioni apparentemente di salute, ma in realtà per lucrare ancora una volta sulle tangenti ottenute sulle forniture all’esercito. Io, ex inviato nell’America latina, fui tempestato da telefonate di colleghi che volevano capire come mai si riparlasse di Pinochet, cosa aveva fatto in tutti quegli anni, perché era calato completamente il silenzio sull’uomo, sulle sue vicende e su quanto continuava indisturbato a fare. Della scoperta che Pinochet fosse anche un tangentaro si dovette dire grazie, una volta tanto, agli Stati Uniti che, durante indagini antiterroristiche, scoprirono suoi depositi per milioni di dollari. Da quel momento il mito di Pinochet cadde anche per i suoi seguaci. È un chiaro esempio di come certi fatti che hanno segnato addirittura la storia dell’umanità finiscano velocemente nel dimenticatoio.

Gianpaolo Carbonetto. Questo, però, non è un vizio soltanto italiano…

Italo Moretti. È vero, ma il fatto che si rischi quotidianamente che una notizia mangi l’altra, e che chi vuol restare aggiornato debba ricorrere a Internet o a giornali stranieri, da noi è molto sviluppato. In un paese come la Spagna, per esempio, esiste un quotidiano, «El Pais», in cui le notizie del mondo prevalgono su quelle spagnole se queste ultime non hanno forte rilevanza. Eppure vende, è autorevole, popolare, è il giornale dell’intellighenzia, entra nelle case e fa opinione, avendo un suo orientamento democratico ben preciso.

Gianpaolo Carbonetto. Forse la cosa che maggiormente mi colpisce è il fatto che ormai a dominare è più la censura economica che quella ideologica. Ti faccio un esempio: pochi giorni fa ho presentato il film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e mi sono reso conto che film così non se ne vedono più in Italia non perché manchino autori, sceneggiatori, registi, attori, ma perché nessuno li distribuisce più, in quanto si ritiene che abbiano scarso mercato… In questo si inserisce perfettamente il tuo discorso della spettacolarizzazione che punta a far vendere di più per far lievitare le tariffe pubblicitarie.

Italo Moretti. Concordo pienamente con questa analisi. E sembra non esserci protezione; anche la Rai, in mancanza di una legge che proteggesse almeno uno o due canali mettendoli al riparo dall’obbligo della competizione commerciale, ha finito con l’avvicinarsi al modello privato, anche se fortunatamente su RaiTre si possono ancora vedere delle cose decenti, dopo il consolidamento del competitor del gruppo Mediaset. I reality sono un esempio clamoroso. In altri paesi ci sono leggi che garantiscono almeno l’esistenza di un media non asservito alle regole commerciali. L’obiezione è: hanno poco ascolto. Forse, ma intanto soddisfano le esigenze di quella fetta di pubblico che è intenzionata a passare intelligentemente la prima serata. Poi, verso mezzanotte ci sono cose interessanti, ma la gente deve anche lavorare.

Gianpaolo Carbonetto. Adesso stanno avanzando poderosamente nuovi mezzi di comunicazione tra cui spicca Internet.

Italo Moretti. Questo, anche se le prospettive sono a lungo termine, deriva proprio dal fatto che il panorama è allarmante. Già oggi c’è un orientamento verso il digitale e il satellitare perché lì si possono trovare documenti che da altre parti non si possono vedere. Da tempo, per esempio, un canale satellitare trasmette documentari sulle mascalzonate e gli eccidi compiuti dal nostro esercito in Grecia durante la guerra ed è una cosa di cui non parla nessuno: sembra sia un segreto di Stato. Eppure c’è stata una Marzabotto greca a opera delle nostre truppe di occupazione. Anche questo dimostra che la nostra è una situazione grigia.

Gianpaolo Carbonetto. Internet può essere una via di salvezza, ma può anche diventare un efficace mezzo di intossicazione perché sul web non esiste forma di controllo…

Italo Moretti. E infatti di Internet va presa solo la parte buona, quella garantita. Parlo della possibilità di accedere alla stampa straniera, di avere un panorama tempestivo che non si trova nel nostro paese. Per il resto è certamente uno strumento incontrollabile; basti pensare a You Tube. E la stessa Wikipedia è affidata ai contributi privati e va quindi presa con le molle. Vi ho trovato delle madornalità assolute, ma anche cose che servono.

Gianpaolo Carbonetto. Sono state diffuse notizie del tutto infondate perché nei giornali è mancato il controllo sulle informazioni presenti in Internet. E di questo è responsabile la nostra professione.

Italo Moretti. Secondo me la crisi diventa irreversibile nel momento in cui non esiste più il controllo perché il processo tecnologico, utilizzato solo come strumento economico, ha provocato un impoverimento di questa professione. Pensiamo solo al fatto che il 70 o l’80% di quello che un media fa sapere non è prodotto dal media stesso, ma è preso in blocco da altri produttori. Nella televisione, per esempio, il progresso tecnologico ha messo in crisi il mestiere dell’inviato che era il testimone, l’uomo che aveva una sua preparazione specifica su una determinata area del mondo ed era in grado, quando da lì arrivavano notizie particolarmente importanti, di interpretarle in chiave analitica e poi recarsi sul posto. Tutto questo è diventato impossibile da quando, con 100 euro, puoi comprare un dispaccio d’agenzia. Ma alla fine che notizie si hanno? Sono tutte uguali.

Gianpaolo Carbonetto. E torniamo al discorso economico…

Italo Moretti. Certamente. Ecco perché dico che la Cnn, nell’avere immagini in tempo reale, in qualche modo facilita la tempestività dell’informazione, ma anche ne danneggia la qualità, lo spessore e i contenuti.

Gianpaolo Carbonetto. Quello del tempo reale è un problema nella vita di ognuno di noi perché ci siamo talmente assuefatti a quest’idea da aver perso addirittura l’abitudine a riflettere prima di rispondere.

Italo Moretti. È giustissimo. Vorrei che si guardasse a come funzionavano i telegiornali di un tempo, al loro rigore, ai tempi che un giornalista doveva attendere prima di essere immesso in prima linea in questa professione e all’aiuto che riceveva dai colleghi più anziani per vedere come fare un servizio. Oggi tutto questo non esiste più. C’è un indubbio impoverimento e manca la memoria storica.

Gianpaolo Carbonetto. Quindi l’uguaglianza non esiste neppure tra coloro che fruiscono dell’informazione, perché occorre avere i mezzi adatti per attingere alle fonti.

Italo Moretti. Se uno non ha la possibilità di accedere ad altre fonti che non siano quelle che propone il mercato italiano, non c’è più uguaglianza; esiste soltanto il privilegio di chi ha i mezzi per tenersi aggiornato a livello internazionale. Un panorama grigio, insomma.

© Riproduzione riservata

Italo Moretti

Italo Moretti è stato direttore del TG3 Rai e ha vinto numerosi premi giornalistici. Nella sua lunga carriera di inviato ha seguito i principali eventi del nostro tempo dedicando un’attenzione particolare all’America Latina. Tra le sue pubblicazioni: 'In Sudamerica' (Sperling & Kupfer, Milano 2000), 'I figli di Plaza de Majo' (Sperling & Kupfer, Milano 2002) e 'L’Argentina non vuole più piangere' (Sperling & Kupfer, Milano 2006).

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