Pubblicato in: n. 07 Corpo /

Corpi di pace

di Maria G. Di Rienzo

C’era una volta un giovane uomo, Eddie Dickerson, che viveva nel Maryland, USA. Erano gli anni della lotta per i diritti civili e contro la segregazione razziale. Un giorno Eddie si unì ad altri giovani per effettuare un raid punitivo contro i membri dell’associazione ‘Core’ (Congress on Racial Equality), che stavano tentando di convincere i negozi di alimentari della zona a non tenere banchi separati per bianchi e neri. Il pestaggio riuscì. Sulla via di casa, però, Eddie non riusciva a smettere di pensare alla risposta nonviolenta di coloro che aveva picchiato. Lasciò i suoi amici e camminò per parecchi chilometri fino a raggiungere la chiesa che serviva come base ai volontari di ‘Core’. Giuntovi, pose loro questa domanda: «Perché non avete picchiato anche voi?».

Il loro comportamento e le loro risposte lo indussero a mettere in questione sia la violenza sia la segregazione razziale. La sua famiglia lo buttò fuori di casa, ma Eddie continuò a pensarci, e finì per lavorare proprio per ‘Core’. «Non ho più dubbi», raccontò poi in diverse interviste, «sento con forza che chiunque, quale che sia il colore della sua pelle, deve avere pari opportunità. E non ha senso picchiare qualcuno perché lo creda anche lui. Per funzionare, questo dev’essere fatto in modo nonviolento».

C’era una volta una giovane donna dello Zimbabwe, Jenni Williams, che lavorava come avvocato. I suoi clienti erano spesso proprietari terrieri che volevano acquisire altre terre da piccoli proprietari indebitati. L’ingiustizia a cui contribuiva con il suo lavoro, inserita nelle disastrose condizioni economiche in cui il suo Paese versava e versa tuttora, finì per colpirla al punto che nel 2003 Jenni fondò con altre donne il gruppo Women of Zimbabwe Arise (‘Donne dello Zimbawbe alzatevi’ – Woza, un acronimo che in lingua Ndebele significa ‘Fatti avanti’). Oggi l’associazione conta oltre 35.000 membri sull’intero territorio nazionale e lavora contro le violazioni dei diritti umani che interessano ormai pesantemente la popolazione del Paese. Le donne, e di recente anche gli uomini, di Woza si ispirano dichiaratamente alla resistenza nonviolenta di Gandhi. Quando la polizia interrompe le loro attività, la distribuzione di rose rosse a cui vengono legati messaggi di pace, i volantinaggi, le manifestazioni, obbediscono quietamente, sentendo che il loro atteggiamento svergogna le autorità per il maltrattamento di donne che potrebbero essere madri, figlie e sorelle di quelli che le insultano, le imprigionano e le battono. Dicono di prendere coraggio da uno slogan anti-apartheid: ‘Colpire una donna è come colpire una roccia’, e chiamano la loro coraggiosa resistenza ‘amore duro’: «[…] perché amiamo abbastanza il nostro Paese da accettare il sacrificio di essere arrestate e picchiate». Il 31 marzo 2007, Woza tenne una veglia di preghiera a Bulawayo per commemorare quella notte di due anni prima in cui duecentocinquanta donne del gruppo vennero picchiate brutalmente ad Harare in un’occasione simile. Le donne assalite nel 2005 resero la loro testimonianza dopo di che, come racconta Jenni, si è pregato perché: «i cittadini non aspirino alla vendetta, e le forze dell’ordine si rifiutino di far del male alle persone. Abbiamo pregato perché gli abitanti dello Zimbabwe continuino a scegliere la nonviolenza e l’amore a fronte della violenza e dell’odio, e usino la resistenza pacifica per costringere il governo e gli altri politici a rispondere della propria cattiva amministrazione della cosa pubblica». Prima ancora che il servizio religioso terminasse, la chiesa cattolica di Santa Maria a Bulawayo era circondata da ingenti forze di polizia. Alcune donne che si trovavano in prossimità dell’uscita vennero maltrattate dagli agenti, fra i quali vi erano persone già note per aver commesso gravi atti di brutalità. Infine uscì Jenni Williams. Conosceva molto bene i poliziotti che salutò, essendo già stata arrestata da loro una ventina di volte. Uno di essi la affrontò accusandola di aver partecipato a una riunione proibita. Jenni rispose che si trattava di una veglia di preghiera. «Ah sì?», disse ironico il sergente, «E per chi stavate pregando?». «Per te», replicò Jenni. Quella sera nessuno venne arrestato.

La chiave della nonviolenza è qui: essa non mira a distruggere i propri oppositori né desidera sbarazzarsene, li trasforma. Il corpo che sta al centro di questo disegno non è un corpo debole, rinunciatario, sottomesso: è letteralmente inerme, ovvero ‘senz’armi’, per propria scelta; è letteralmente imbelle, ovvero ‘disadatto alla guerra’, per propria scelta, ma privo delle connotazioni negative che i due termini hanno assunto nella nostra lingua; esprime forza, dignità, rispetto per sé e per gli altri. E spesso, spessissimo, è vincente. Indebolisce infatti la catena di comando necessaria all’uso della violenza inserendovi questo dilemma: hai tu la volontà di ferire, uccidere, coloro che non ti stanno in alcun modo minacciando?

Una grande attivista e teorica della nonviolenza, la femminista Barbara Deming, scrisse che nell’azione nonviolenta «[…] i due impulsi dell’affermazione di sé e dell’empatia, così a lungo distinti come ‘maschile’ e ‘femminile’, sono chiaramente uniti; il vero genio della nonviolenza, infatti, è che dimostra come essi siano indivisibili, restaurando l’umana comunità. Si affermano i propri diritti come esseri umani, ma si affermano proprio grazie alla considerazione per gli altri. Affermarli significa precisamente che essi appartengono a ogni persona, che sono miei e perciò tuoi, tuoi e perciò miei».

Un terzo del nostro pianeta è composto da Paesi in cui movimenti sociali hanno apportato grandi cambiamenti con tecniche nonviolente. Questi movimenti hanno avuto successo in situazioni assai difficili, sfidando alcuni dei peggiori regimi del XX secolo: Marcos nelle Filippine, Ceausescu in Romania, l’apartheid in Sudafrica, il dominio sovietico in Latvia, Lituania ed Estonia. Se nel conto mettiamo, saltando indietro di cinquant’anni, la liberazione dell’India, la resistenza al nazismo in Danimarca e Norvegia, e il movimento per i diritti civili negli USA, le persone che hanno sperimentato la forza della nonviolenza salgono a due terzi nel mondo. Se consideriamo che i movimenti femministi (Gandhi dichiarò che aveva imparato parecchie cose dalle suffragiste inglesi) hanno alle spalle, globalmente, circa due secoli di vittorie ottenute con mezzi nonviolenti, lo spettro è ancora più ampio. Nonostante ciò, la percezione comune è che la nonviolenza sia inefficace: continuiamo a presumere, con Mao, che «il potere nasce dalla canna del fucile», e ciò non è sorprendente se si pensa alla tradizionale associazione degli uomini con il possesso e l’uso delle armi. Che uccidere sia l’essenza del ‘vero’ uomo è un costrutto di propaganda che conta qualche migliaio di anni e il sostegno di parecchie argomentazioni pseudo-scientifiche: su tutte, quella che la violenza sia il principale motore delle civiltà umane. Naturalmente è un falso, come le ricerche storiche, antropologiche e archeologiche hanno ormai provato, e naturalmente, fino a poco tempo fa, gli uomini erano anche le principali vittime della violenza delle armi. Durante la Seconda guerra mondiale le vittime fra i civili ammontavano al 14% del totale: oggi questa percentuale va oltre il 75%. Sebbene vi siano anche donne nelle formazioni armate di qualsiasi tipo, è innegabile che esse, assieme ai bambini e alle bambine, siano la maggioranza assoluta di questo 75%. La natura dei campi di battaglia è mutata: non più campi aperti in cui i due eserciti si confrontano; oggi la guerra infuria nelle case, nelle scuole, nei quartieri, e sempre di più sui corpi delle donne. Quando le armi circolano liberamente nelle comunità a causa di una guerra, non spariscono al suo termine e, solo per fare un esempio, la violenza domestica aumenta esponenzialmente di letalità. Il processo di disarmo dipende, infatti, da una miriade di fattori, fra cui vanno inclusi il livello di criminalità, le opportunità economiche, la capacità di uno Stato di proteggere i propri cittadini e il grado in cui il possesso di armi viene legittimato socialmente.

Nell’ottobre 2000, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, disse al Consiglio di Sicurezza che «per generazioni le donne sono state educatrici alla pace, sia nelle loro famiglie sia nelle loro società. Si sono dimostrate agenti cruciali nel costruire ponti anziché mura». Si trattava del dibattito che portò all’emanazione della Risoluzione 1325, in cui si riconosceva che per promuovere pace e sicurezza c’è la necessità di un’eguale partecipazione delle donne nei processi decisionali, e si richiedeva l’adozione di una prospettiva di genere: sebbene questo abbia suscitato azioni positive in diverse ONG (organizzazioni non governative), a otto anni di distanza le iniziative nonviolente e pacifiste delle donne ricevono poca o nessuna attenzione da media e governi, e le donne stentano ancora ad arrivare ai tavoli di negoziazione post-conflitto anche quando sono state le principali creatrici dei tavoli stessi. Uno dei problemi è che le donne hanno da tempo correttamente osservato come i vari tipi di violenza si alimentino e sostengano l’un l’altro: violazioni dei diritti umani, violenza di genere, violenza strutturale nelle disparità economiche culminano nella violenza della guerra. Da questa prospettiva, è chiaro che la pace non è solo il disarmo post-conflitto armato, ma la creazione di una cultura che non permetta il ripetersi di tali conflitti.

Per la prima volta nella storia, il 28 aprile 1915 milleduecento donne di ogni Paese si radunarono a L’Aja, in Olanda, per protestare contro la Prima guerra mondiale (più tardi diventeranno la Women’s International League for Peace and Freedom, Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà – WILPF). L’assemblea concluse che una pace sostanziale e durevole può essere raggiunta solo sulla base di eguali diritti (inclusa l’eguaglianza di diritti fra uomini e donne), giustizia all’interno delle nazioni e fra le nazioni stesse, e libertà. Questo incontro segnò l’inizio di un secolo di mobilitazione in sostegno di pace e disarmo da parte di gruppi e movimenti femminili/femministi.

Durante la cosiddetta ‘Guerra fredda’, le donne protestarono contro la produzione e il possibile uso di armi nucleari: dopo una conferenza nel 1959 su ‘Le responsabilità delle donne nell’era atomica’ si formò il Movimento europeo delle donne per il disarmo nucleare, che si impegnò in una massiccia campagna di informazione e petizioni. Due anni dopo, il WILPF organizzava incontri fra donne statunitensi e sovietiche per dimostrare che le barriere fra i due Paesi potevano essere attraversate. Nel 1964 il movimento internazionale chiamato Women Strike for Peace (Sciopero delle donne per la pace) si formò conseguentemente a una dimostrazione di donne tenutasi durante una conferenza Nato per protestare contro i piani che avrebbero stabilito in Europa un assetto militare/nucleare multilaterale. Cinque anni più tardi il WILPF organizzava un incontro internazionale su come porre fine alla produzione di armi da guerra chimiche e biologiche.

Durante gli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo le donne di Greenham Common in Gran Bretagna ispirarono il mondo intero con la loro opposizione alle armi nucleari: una lotta nonviolenta in cui i corpi delle donne, disarmati, ostacolarono ogni attività della base sino a ottenere il suo smantellamento. Dagli anni ’90 a oggi le donne hanno continuato a essere le principali organizzatrici di movimenti contro la guerra, contro la proliferazione delle armi e contro la violenza in genere, in tutto il mondo, trovandosi spesso coinvolte in conflitti terribili ma senza usare alcun mezzo violento e rivendicando autorità morale in nome di un legame imprescindibile con la vita. Hanno infatti dato la vita in quanto madri, o nonne, e non sopportano di vederla dissipata in inutili crudeltà: basti pensare alle Madres di Plaza de Mayo in Argentina.

«La logica suggerirebbe – disse Swanee Hunt durante un incontro internazionale di pacifiste nel 2003 – che una donna che ha perso un figlio o una figlia in una guerra divenga amara e rabbiosa. Ci si aspetta che questa madre si dedichi alla vendetta, e all’alimentare i fuochi dell’odio. Ma invece scopriamo che queste donne dicono: ciò che è accaduto a me non deve più accadere a nessun’altra, perché io so quanto è terribile, e cosa si prova. Perciò, per favore, non compatite queste donne. Queste donne sono giganti. Sono donne dall’enorme coraggio, e dal grandissimo impegno». Le donne spesso mostrano scarsa deferenza per i confini politici, etnici o nazionali. Proprio per questo, e per la loro abilità nel risvegliare la comune umanità in forze ostili, esse sono cruciali nei processi di pace. Le donne si mettono di fronte agli uomini armati; alzano le braccia quando si alzano i fucili e dicono ‘Fermi!’. Le donne vanno in luoghi in cui gli uomini, al loro posto, verrebbero uccisi. E dicono: sì, sono serba, oppure croata, oppure palestinese o israeliana, oppure statunitense o irachena, questo fa parte della mia identità. Ma sono anche una donna, e capisco le altre donne in questa situazione. Sono anche una madre, e nessuno meglio di me sa come tu, altra madre, ti senti.

I ‘corpi di pace’ per così dire ufficiali, dallo Shanti Sena creato su idea di Gandhi poco dopo la sua morte (che però non riuscì a durare), alle odierne Peace Brigades International, hanno collezionato indubbi successi nel lavoro di interposizione durante i conflitti e in quello dell’aiuto umanitario fornito secondo il ‘modulo di terza parte’: «Noi saremo al vostro fianco quando affrontate l’ingiustizia e la sofferenza ma non combatteremo in alcun modo contro quelli che voi chiamate nemici». Attivisti e teorici odierni sono consci della potenza del corpo disarmato: l’immagine dello studente di Tien An Men che da solo ferma i carriarmati alzando una mano spesso è il sogno nel cassetto di entrambi. Fatti salvi l’emozione e l’enorme rispetto che quella stessa immagine suscita in me, attivista e formatrice alla nonviolenza, io vi leggo quella mistica dell’eroe che dall’altra parte è solo rovesciata di segno con Rambo. Purtroppo nessuno racconta le storie delle donne che collettivamente hanno successo con mezzi nonviolenti (non c’è un’eroina, ma mille sorelle) e nessuno apprende da loro: io intendo offrirvi in chiusura una briciola di questa opportunità, con una storia che mostra chiaramente cosa sia un ‘corpo di pace’.

«In circa trecento donne andammo a Burao. Legammo fasce bianche attorno alla testa (il bianco è il colore della rabbia o del dolore nella cultura somala) e di corsa ci buttammo in mezzo ai due gruppi di combattenti. Andavamo avanti e indietro in quello spazio, cantando dei tristi ‘buranbuur’ (poemi o canzoni di donne) e chiedendo ai combattenti di ricordare che tempi orribili loro e le loro famiglie avevano attraversato. Mentre facevamo questo, gli uomini smisero di sparare. I guerrieri furono svergognati dalle nostre canzoni. Ciò che fece loro deporre le armi furono le canzoni piene di lacrime che cantavamo muovendoci da una parte all’altra, sino a che i combattenti raggiunsero un accordo sul cessare il fuoco» (testimonianza di una donna somala, 1992).

Quando la violenza esplose di nuovo, lo stesso anno, centinaia di donne con striscioni e cartelli protestarono davanti al Parlamento, chiedendo la risoluzione pacifica dei conflitti. Gli anziani dei clan diedero loro ragione, ma il movimento verso la pace era ancora lento. Così le donne continuarono a fare pressioni, sino a che ottennero la conferenza di pace nell’ottobre 1992. Non furono ammesse come partecipanti o mediatrici, ma al tavolo gli uomini ammisero che esse erano state «[…] il vento che soffia alle spalle della conferenza: hanno mobilitato gli anziani, preparato il luogo e il cibo, e incoraggiato i partecipanti a continuare a discutere sino a che un accordo di pace non sia raggiunto». Alla conferenza nazionale di Boroma, l’anno successivo, parteciparono dieci donne in rappresentanza di due organizzazioni (Somaliland Women’s Development Association e Somaliland Women’s Association): le petizioni che richiedevano espressamente la loro presenza indussero i delegati ad accettarle. Non fu loro riconosciuto il diritto di voto, ma le donne fecero sentire la loro influenza testimoniando, presentando documenti e usando di nuovo i ‘buranbuur’ (dozzine di poemi e di canti furono creati per l’occasione). Crearono una lobby trasversale di pressione sugli uomini dei loro rispettivi clan, persuadendoli alla riconciliazione per il bene dell’intero Paese. Si fece così strada l’idea di un ‘sesto clan’, il clan delle donne, a cui furono riservati venticinque seggi nel governo nazionale di transizione.

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Maria G. Di Rienzo

Maria G. Di Rienzo è scrittrice e formatrice alla nonviolenza. Fra le pubblicazioni 'Favole per adultere' (Babilonia, Milano 1994), 'Il linguaggio traveste i pensieri' (La Fenice di Babilonia, Milano 1996), 'Donne disarmanti. Storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi' (con M. Lanfranco, Intra Moenia, Napoli 2003), 'Senza velo. Donne nell’Islam contro l’integralismo' (con M. Lanfranco, Intra Moenia, Napoli 2005), 'Il giudizio di Morna' (Stelle Cadenti, Viterbo 2007). Ha curato inoltre il volume 'Voci dalla Rete. Come le donne stanno cambiando il mondo' (Forum, Udine 2011).

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