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La riduzione del corpo a oggetto

Intervista di Andrea Lucatello a Fabrizio Gatti

Lucatello. Anche se ormai è ovunque legalmente abolita, la schiavitù continua ancora oggi a rubare la vita a milioni di persone costringendole a ogni forma di sfruttamento, al lavoro forzato e alla prostituzione. Negli ultimi anni Fabrizio Gatti si è occupato di questa realtà che ha assunto proporzioni di una vastità e di una gravità senza precedenti. A lui chiediamo che differenza ci sia tra la ‘nuova’ schiavitù e quella di un tempo.

Gatti. L’affermazione ‘legalmente abolita’ non trova un effettivo riscontro nell’attualità. Rispetto a un tempo la situazione è sicuramente cambiata, ma lo sfruttamento intensivo delle persone è ancor oggi consentito, anche dal nostro stesso sistema normativo. Ne è un esempio la storia di Pavel che ho raccontato in Bilal, il libro in cui parlo proprio delle schiavitù dei nostri giorni.
Pavel è un immigrato clandestino rumeno che trova lavoro come raccoglitore di pomodori nel nord della Puglia. Le condizioni a cui viene sottoposto sono pesantissime: è costretto a continue violenze e a lavorare anche quattordici-sedici ore al giorno. Quando tenta di ribellarsi, il ‘caporale’ lo colpisce con una spranga direttamente alla testa. Pavel, cercando di proteggersi, subisce diverse fratture alle braccia. All’ospedale riferisce subito quanto gli è capitato e, appena sta meglio, decide di andare in questura per formalizzare la sua denuncia. Viene arrestato, lui Pavel, il lavoratore, non il caporale, che rimane a piede libero. Soltanto dopo l’inchiesta dell’«Espresso», nella quale avevo raccontato questa vicenda, il caporale viene rintracciato, arrestato e presto rilasciato. Arrestando Pavel, la polizia non ha commesso alcun abuso, ma semplicemente applicato la legge, che in caso di immigrazione clandestina prevede l’arresto per chi non rispetta l’ordine di espulsione e viene ‘preso’ per la seconda volta. Così è successo a Pavel. Anch’io, come cittadino iracheno – così mi ero dichiarato a Lampedusa – se venissi nuovamente fermato, subirei l’arresto rischiando fino quattro anni di carcere. Il datore di lavoro, come abbiamo visto, non rischia assolutamente nulla. Il caporale, nel caso di Pavel, soltanto una denuncia a piede libero. Se facciamo dei confronti scopriamo che per reati come la corruzione si può essere condannati anche soltanto a sei mesi o, ancora, per reati come l’associazione a delinquere si rischiano da uno a cinque anni, mentre essere muratore, badante, ingegnere, laureato, impiegato, ma non in regola con il permesso di soggiorno, può comportare condanne fino a quattro anni. Questa sproporzione dimostra che, in qualche modo, è proprio la legge che consente quella forma di sfruttamento che possiamo chiamare senza esagerare schiavitù.

Lucatello. Una parte di questa nuova schiavitù si deve alle migrazioni degli ultimi anni: migliaia di persone che, fuggendo da Paesi devastati da guerre o carestie, si mettono in viaggio in cerca di fortuna. Lei, fingendosi uno di loro, ha attraversato il Sahara affrontando tutte le vicissitudini di chi affida le sue speranze alla criminalità organizzata, senza scrupoli e pronta a facili guadagni. Un viaggio che l’ha riportata a casa. Anche da noi, in Italia, si può quindi parlare di schiavitù?

Gatti. Basterebbe la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo a indicare gli ambiti oltre i quali si può parlare di schiavitù. La casistica, purtroppo, è ampia. Anche in Italia esiste la schiavitù. In settori economici impensabili, come risulta da una mia recente indagine in Veneto, dove, nel settore tessile – un settore che dà molto guadagno –, il 27% dei lavoratori stranieri è irregolare, cioè lavora senza permesso di soggiorno. Si è venuta a formare una nuova classe sociale che non ha alcun titolo, né di denunciare eventuali reati subiti, né di far valere i propri diritti anche economici, ma semplicemente ha l’obbligo di lavorare. A questo status gli immigrati si adeguano senza tante pretese, sia perché non hanno alternative sia perché la nuova situazione, magari a confronto con quella d’origine, può sembrare un miglioramento. Forme contemporanee di schiavitù esistono anche in realtà non semplicemente manuali come quelle dei braccianti, ma più evolute, come nelle industrie del Veneto.

Lucatello. Questo numero di «Multiverso» è dedicato al corpo, che è sempre al centro del racconto del suo viaggio. Non solo il corpo ridotto a merce, a puro sfruttamento, a quell’usa e getta che è ormai diventata la schiavitù, ma anche il corpo che accompagna la mente nel cammino verso la speranza. I pensieri corrono veloci ma il corpo non si accontenta di illusioni… Cosa può dirci a riguardo?

Gatti. Quando ho iniziato il mio viaggio, avevo già un’idea di cosa significassero emigrazione e immigrazione, anche per il fatto che la parte friulana della mia famiglia le aveva vissute sulla propria pelle. Volevo capire cosa prova una persona quando si rende conto che la realtà nella quale è cresciuta non può dare nulla al proprio futuro. In quel momento scatta uno spartiacque, tra il prima e il dopo. È da quel momento che si comincia a viaggiare, da principio con la testa e, solo in seguito, con il corpo perché quest’ultimo per spostarsi ha bisogno di tante cose, di soldi, di pagare un biglietto, di mezzi di sostentamento per sopravvivere… Durante il mio viaggio estremo attraverso il Sahara, ho spesso notato che il corpo e la mente si muovono su binari paralleli. Quando coincidono va bene, ma quando non coincidono è il dramma. Alle prime difficoltà, se per esempio non ci sono più soldi, il corpo resta bloccato, magari costretto a vivere in condizioni di schiavitù, ma la mente vuole continuare il viaggio, innescando tra i due un vero e proprio disadattamento. Nel Sahara ho incontrato ragazzi per i quali era la mente che aveva smesso di funzionare, erano completamente impazziti, il loro corpo sopravviveva con l’elemosina di manciate di farina o di pezzi di pane. Quello della follia durante il viaggio è un elemento che sta esplodendo, anche se non viene né curato né tenuto in considerazione. Succede anche nei rimpatri dai Paesi del Nord Africa verso il deserto, l’ho notato tra i cittadini del Mali abbandonati in un’oasi al confine tra Algeria e Mali, e tra i cittadini espulsi dalla Libia su richiesta italiana. Con la Libia l’Italia ha recentemente siglato un accordo che, dopo una breve interruzione, farà riprendere a pieno ritmo le espulsioni verso il deserto, così come le avevo raccontate in Bilal. Anche nel caso si arrivi a destinazione, la mente e il corpo, a un certo punto, possono entrare in un conflitto interiore. Chi parte non immagina di arrivare in Europa o in Italia e di subire uno sfruttamento a volte anche peggiore che nei Paesi d’origine. Non riesce a immaginare che il corpo possa rimanere imprigionato, senza riuscire a muoversi, quando invece i pensieri possono volare ovunque. La mente sì, il corpo no. A volte subentra così una sorta di auto-cura attraverso alcol, droghe o anche azioni violente, che per fortuna sono un caso minore. Per esempio, alla Stazione centrale di Milano, ho incontrato ragazzi stranieri alcolizzati. Per loro l’alcol era diventato un analgesico per non vedere come si era ridotto il corpo e un modo per ingannare la mente. Questo, curiosamente, l’ho trovato anche al punto di partenza, ad Agadez. Un ragazzo, ormai alcolizzato, sognava sempre di partire e si comportava come se dovesse farlo da un momento all’altro. La sua mente non era in grado di dargli quel coraggio che serviva. Per alleviare questa delusione spendeva quel poco che riusciva a racimolare con l’elemosina e qualche lavoretto in lattine di birra. In entrambi i casi, a Milano e ad Agadez, la cura è palliativa perché poi, nella sostanza, è il corpo che continua a soffrire.

Lucatello. Il viaggio si può interrompere in ogni momento. Le percentuali di chi non arriva a destinazione sono alte. Chi sopravvive viene spesso derubato di tutto quel che ha e, dovunque si trovi, se solo vuole qualcosa per nutrirsi, deve cercarsi un padrone che lo sfrutterà, togliendogli qualsiasi dignità umana. Questo succede anche a chi arriva alla sua meta, ma ci arriva da clandestino. Lei ha vissuto anche questa esperienza. Cosa può significare avere un corpo clandestino?

Gatti. È soprattutto un corpo che bisogna nascondere, in ogni occasione, ma di cui bisogna anche avere cura. Il corpo deve cibarsi e allora ci si adatta a ogni forma di sfruttamento. Qui entra in gioco la nostra responsabilità, la coscienza di ciascuno di noi, anche come cittadini italiani. Quello che ho sperimentato già immaginavo fosse così, ma ho potuto constatarlo direttamente quando ho fatto con le mie mani diversi lavori da clandestino. Mi riferisco alla disponibilità degli italiani a sfruttare le persone che arrivano con l’immigrazione clandestina. In sostanza, è il lavoro nero che alimenta l’immigrazione clandestina. Chi parte già sa che in qualche modo troverà una forma di sostentamento. A mancare sono metodi legali di ingresso. Faccio un esempio. Se io sono un cittadino egiziano e mi rivolgo a un’ambasciata in Egitto, è molto probabile che mi rispondano che non posso avere un visto di ingresso per l’Italia per il fatto che non ci sono quote disponibili, che devo aspettare anni e così via, però se ho un parente o un amico che è già in Italia, sicuramente mi telefonerà dicendo: «Guarda, se riesci ad arrivare qui, io il lavoro comunque te lo trovo, perché il lavoro c’è, c’è bisogno di manodopera». In Italia, è questa discrepanza tra offerta di lavoro e scelte governative di limitazione delle quote che innesca il mercato del lavoro nero, che è contrabbando di lavoro. Quel cittadino egiziano in cerca di lavoro si rivolgerà allora alla mafia libica che organizza i viaggi, spesso mortali, verso Lampedusa. Sarà anche un’utopia immaginare di cancellare completamente l’immigrazione clandestina, ma se non ci rendiamo conto che non dovremmo punire gli immigrati bensì soprattutto gli italiani e gli stranieri in regola che la sfruttano anche per il lavoro nero, non risolveremo mai il problema. Oltre a perseguire la legalità, dovremmo cercare di adeguare il fabbisogno di manodopera alle vere necessità, ma sempre nel rispetto delle regole. Di tutto questo continuiamo a non renderci conto perché siamo accecati da campagne di propaganda che non possono poi smentirsi: se un partito dice che gli immigrati sono pericolosi, non può certo allargare le soglie di ingresso. Così non risolveremo il problema, anzi alimenteremo l’immigrazione clandestina, lo stato di insicurezza, la propaganda politica xenofoba, che a sua volta chiuderà ulteriormente le frontiere con il risultato di creare, come già accade, una classe di lavoratori senza alcun diritto e un numero sempre più alto di morti nei viaggi della speranza. Il sistema, furbescamente, approfitta della situazione perché il costo del lavoro si abbassa e i lavoratori saranno sempre ricattabili. L’immigrazione e il lavoro nero sono una delle cause della deregulation del lavoro. A questo proposito voglio ricordare una sentenza dello scorso inverno della sezione del Tribunale del lavoro di Como che ha archiviato una denuncia fatta da tre lavoratori egiziani non in regola con i documenti contro il loro datore di lavoro. Il giudice ha archiviato il caso sostenendo che i tre, poiché clandestini, non hanno capacità giuridica. Praticamente non esistono. Anche nel caso fossero derubati, feriti o uccisi non avrebbero nemmeno diritto ad avviare un processo contro chi li ha ridotti in quelle condizioni. Questo è stato deciso da un giudice e da un tribunale italiani, in nome del popolo italiano: una decisione che va a favore della creazione di un sistema basato sulla schiavitù.

Lucatello. Una delle nostre maggiori preoccupazioni è sapere se i cibi che mangiamo sono genuini. Così molti generi alimentari sono accompagnati da certificazioni di provenienza e di qualità. Ci chiediamo da dove vengano e se siano sani, ma non ci chiediamo mai se siano il risultato di lavoro sotto schiavitù. E questo vale con tanti oggetti di nostro uso quotidiano. Sarebbe possibile richiedere un bollino che potesse certificare che quello che compriamo non è stato prodotto da schiavi o magari da schiavi bambini? Più in generale, cosa possiamo fare individualmente contro la schiavitù?

Gatti. Dovrebbe essere così. La globalizzazione ha portato dei vantaggi soprattutto alle imprese che hanno spostato molte delle loro produzioni là dove le persone sono ridotte in schiavitù o comunque lavorano senza alcun tipo di diritti e, se protestano, finiscono in carcere. Sull’onda lunga, questo ha portato un beneficio anche a tutti noi, che paghiamo meno o crediamo di pagare meno alcuni prodotti. Ci sono prodotti, però, che non possono essere realizzati all’estero. Pensiamo alla rete dell’alta velocità in Italia, che non si può certo far costruire in Paesi lontani. In questo caso il meccanismo si auto-regolamenta e l’impresa tende a ‘importare’ lavoro alle stesse condizioni che troverebbe nei Paesi più poveri. Esistono altre realtà: se una ditta italiana vince un appalto negli Stati Uniti, è costretta a tenere lì la produzione e a far ricorso a mano d’opera locale. Solo facendo pagare il giusto prezzo a chi, approfittando di sistemi illiberali e di condizioni di estrema povertà, delocalizza la produzione per sfruttare la forza lavoro, si può disincentivare la schiavitù, nel mondo ma anche nel nostro stesso Paese. Ma la domanda è: siamo disposti tutti noi a pagare qualcosa in più perché ogni lavoratore nella filiera di produzione sia trattato come una persona? Dalla reazione del mercato e da quanto viene venduto nei centri commerciali, mi sembra che questa disponibilità proprio non ci sia. A ciò vanno aggiunte due particolarità tutte italiane, che non sono tedesche o francesi: quelle di evadere il fisco e di consentire intere filiere di produzione ricorrendo al lavoro nero. Se questo accade è perché una buona parte del Paese è controllata da un’organizzazione politica e militare che ha un potere fortissimo. Si chiama mafia o camorra o ’ndrangheta. La dimostrazione della sua forza si può scoprire vedendo quante sono le persone elette all’interno del nostro Parlamento che hanno avuto anche solo contatti con queste realtà; o si può scoprire vedendo quanto sia pericoloso solo occuparsene, e lo dimostrano scrittori come Roberto Saviano o giornalisti come Lirio Abbate, costretti a vivere sotto scorta. O ci rendiamo conto che dobbiamo smantellare queste organizzazioni con la giusta determinazione o dobbiamo subirne le conseguenze, e tra queste c’è anche lo sfruttamento del lavoro. L’organizzazione di caporalato che mi ha ingaggiato in Puglia per raccogliere pomodori era un’organizzazione di tipo camorristico, anche se probabilmente non faceva riferimento ai grandi boss. Era comunque un sistema mafioso: chi si ribellava veniva picchiato davanti a tutti e qualcuno ci rimetteva anche la vita. Stiamo parlando dell’Italia. La domanda si ripete: siamo disposti a combattere e a sacrificare qualcosa di nostro per eliminare tutto questo e per far vivere meglio un cittadino appena arrivato nel nostro Paese? Guardandomi intorno e guardando anche quanta presa abbia la propaganda xenofoba basata sulla paura, purtroppo mi sembra che la risposta sia no: non c’è alcuna disponibilità a combattere il malaffare e le organizzazioni criminali, se non da parte di persone obbligate a vivere sotto scorta per fare questo; sono degli eroi contemporanei dei quali non ci rendiamo conto, anche perché magari qualcuno è stato toccato da vicino da indagini antimafia e parla di giudici corrotti al contrario. Siamo disposti a eliminare tutto questo e a liberare il nostro Paese dalla morsa di cui la nuova schiavitù e lo sfruttamento degli immigrati sono soltanto una faccia? Mi sembra che in questo momento la risposta debba essere no, purtroppo.

Lucatello. E, sempre a riguardo, cosa possiamo chiedere alla politica?

Gatti. La politica dovrebbe decidere di cacciare dalla politica chi ha avuto anche semplici contatti con la mafia o chi non ha denunciato mafiosi. A questo punto il centro-destra dovrebbe fare a meno di un personaggio presentato a ogni elezione che si chiama Marcello Dell’Utri, e il centro-sinistra dovrebbe fare a meno di un altro personaggio che si chiama Vladimiro Crisafulli; basterebbe leggere un libro che si chiama I complici di Peter Gomez e Lirio Abbate, che raccoglie anche varie inchieste giornalistiche sui rapporti tra mafia e politica, per conoscere tutto questo. Si dovrebbe sbattere fuori dal Parlamento chi ha avuto contatti con o si è fatto eleggere da organizzazioni criminali. Questa è una battaglia che tutti noi, personalmente, dovremmo essere disposti ad affrontare. Più che chiedere alla politica, che in questo momento vedo completamente persa e viziata dal malaffare o da affari propri, dovremmo chiedere ai cittadini italiani di ritornare a occuparsi dei loro interessi. Vorrebbe dire fare politica in modo sano.

© Riproduzione riservata

Fabrizio Gatti

Fabrizio Gatti, inviato del settimanale "L’Espresso", deve la sua notorietà alle numerose inchieste condotte sotto copertura. Nel 2007 ha ricevuto il prestigioso premio giornalistico dell’Unione Europea (Journalist Award) e, nel 2008, il Premio Terzani. È autore di 'Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini' (Rizzoli-BUR, Milano 2008).

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