Pubblicato in: n. 07 Corpo /

La tortura

di Andrea Csillaghy

In un manuale per inquisitori, fra i diversi che si scrissero dal Trecento al Cinquecento, vi sono due proposizioni sulla tortura che si integrano a vicenda, l’una è un programma: devi incutere il terrore se vuoi che dicano la verità; l’altra è un dubbio: se sia lecito – an sit catholicum, cioè onesto, accettabile, cristiano – torturare la prima volta qualcuno fino a causarne la morte (conservationem vitae compromittere) (Malleus Maleficarum di Heinrich Kramer Institoris e Jacobus Sprenger, 1485).

‘Tortura’ nasce dal verbo latino torquere che significa in realtà solo ‘torcere’. È noto che nella maggior parte delle specie che popolano la terra, compresi i pesci e naturalmente gli uomini, la costituzione fisica del corpo – principio di Snellmann – è presieduta da un asse da cui si dispiegano testa, arti superiori e inferiori. Tale struttura non tollera di venire attorcigliata senza ‘conservationem vitae compromittere’.

Per ragioni di esercizio del potere, di imposizione dell’obbedienza o per punire i colpevoli o un servitore, per infliggere la schiavitù o semplicemente per privare qualcuno della libertà – che consiste prima di tutto e soprattutto nella libertà di disporre, godere e usare il proprio corpo, al di là dei possibili sofismi sulla restante libertà dell’anima! – e per subordinarlo, costringerlo (si noti che il verbo co-stringere nasconde già in sé una tenaglia torturatoria formidabile), il potere e chi lo detiene in vario grado, fece ricorso dall’alba della storia (o preistoria?) e vi ricorre tuttora – dai dati di Amnesty International – alla tortura di un essere vivente. Neanche i serpenti ne escono indenni, solo, forse, i vermi. Con ciò si ottiene il duplice effetto di devastare il corpo e per ciò stesso schiavizzare (tranne rarissimi casi) l’anima, o psiche, e di incutere e diffondere un terrore non solo verso i dissenzienti che rivendicano una loro ‘libera alterità’ ma in tutto il ‘corpo sociale’, il quale sa bene che, colpito in una sua parte, per la legge psichica della proiezione nel prossimo e quella fisica del dilagare per contagio, anch’esso è minacciato.

La tortura è un mezzo di persuasione più che di dissuasione. L’adagio latino che recita ‘si vis pacem para bellum’ si riferisce alla corsa agli armamenti: al preparare strumenti di guerra, mezzi per convincere i probabili nemici che è meglio non incominciare. È questa la dissuasione: far rinunciare all’uso della violenza per evitare una violenza uguale e contraria.

La tortura invece non essendo mai reciproca – solo nelle peggiori abiezioni e nelle imprese più vergognosamente degeneri fra i diritti di guerra si verifica la «controtortura dei torturatori» da parte di chi vince – non dissuade, ma ha lo scopo più o meno esplicito che 1) per conservare con il minimo danno il proprio corpo si sia disposti a qualsiasi forma di sottomissione; 2) che la resistenza dell’interessato è vana;
3) che è meglio piegarsi prima per evitare di fare la stessa fine. Il marquis de Sade e Georges Bataille hanno anche compreso – chi scrive no – che torturare procura un piacere erotico e perfino sessuale. Il disegnatore Stanton e altri dopo di lui ne hanno fatto fumetti molto famosi. Goya, ma già Hieronymus Bosch e molti altri celebri pittori, hanno illustrato torture, tormenti e uccisioni in cui non si riesce bene a sceverare la bellezza dei corpi dall’atrocità dei tormenti e la psiche profonda dell’osservatore ne resta ambiguamente coinvolta.

La tortura offre un buon esempio dell’importanza del grado o dell’intensità di una manipolazione del corpo. Tra fratelli, per gioco, quante volte si danno pizzicotti, si stringono fra le proprie le nocche delle dita o si storce un braccio all’altro, ecc. Quanti piccoli giochi sadici i bambini esercitano sugli animaletti di casa o del giardino, dai criceti alle lucertole, a gatti e cani e così via.

In Signore e signori, un film di Pietro Germi da troppi anni non più visibile sugli schermi, quando il Professore scopre che l’Amico lo ha tradito con la sua giovane moglie e vengono alle mani, lui, medico, nella lotta gli schiaccia un occhio e quello grida in veneto «no, l’ocio no» (non l’occhio!). Le parti del corpo più sono delicate più sono vulnerabili.

Vi è una vasta letteratura sull’atto torturatorio, da Roma e Bisanzio a una celebre incisione dal De Cruce di Justus Lipsius fino, ai nostri giorni, alla pulizia etnica nei Balcani (violentare uomini e donne con la canna del fucile…) e fino alla guerra in Iraq.

La confidenza, la vicinanza, la mancanza di rispetto della persona – sorte perfino sul terreno dell’affetto – possono avere come correlato di infrangere l’aureo principio del diritto anglosassone: habeas corpus «Che tu – anche se reo – possa disporre del tuo corpo».

L’amore del corpo altrui è il massimo degli atteggiamenti paritari che l’essere umano – e non solo – si permette, permette, desidera. Dagli sforzi estetici, all’abbigliamento, cosmesi e così via, le cure per il nostro corpo hanno tutte in fondo l’aspirazione a renderlo amabile, desiderabile e ammirato, attraverso la bellezza, la valorizzazione, l’ornamento, ma anche tutta la vastissima chirurgia plastica.

Se l’amore è la soglia superiore, il rispetto assoluto è il confine minimo di base che nella civiltà non può essere valicato. Ciò è espresso nella Carta dei diritti umani dell’ONU e ribadito nelle leggi che fondano la comunità europea. Se non è amato un corpo, almeno che sia rispettato rigorosamente. Ebbene: è la regola che si infrange di più, a qualsiasi età. Certo un’operazione chirurgica, una terapia d’urto, un apparecchio d’ortodonzia, l’applicazione di protesi scomode, sono le eccezioni – rigorosamente subordinate alla scienza e coscienza medica, e a nient’altro – per consentire intrusioni nel corpo altrui. E che ne è dei santi, benedetti scapaccioni? Mah!

Forma suprema della tortura fu nei secoli la condanna al rogo. Al fondo di questo vi è, nei secoli, l’arcaica convinzione legata alla cultura agricola che il fuoco, distruggendo e carbonizzando, monda, purifica e arricchisce il terreno liberandolo dai parassiti. Eresie, stregoneria, malocchio, avversione e ogni sorta di male fisico e spirituale, dal morso delle vipere al contagio nelle grandi epidemie, si è risolto e si risolve con il fuoco o, come vuole la definizione popolare tinta di ottimismo risolutore, con ‘un bel falò’.

Distruggendo un corpo terreno – eroe acheo, martire cristiano, eretico, strega, o ebreo, dai pogrom ai campi di sterminio – si ottiene il duplice risultato che ci si sbarazza delle putrefazioni organiche e si libera – secondo gli ottimisti – un’anima pronta a salire in uno dei tanti cieli ultraterreni a disposizione: gli Elisi, il Paradiso, il grembo di Abramo, il cielo di Allah e Maometto e così via. Per questo è così abituale – per noi atroce ma per la Chiesa di allora pienamente accettabile – l’ordine che concludeva di solito un processo della Santa Inquisizione: ‘incineretur’: venga bruciato/a.

Meno si è inclini a pensare che fra la minaccia ludico-scherzosa tra fratelli: «ti strozzo», l’espressione sadica «vai a farti infilzare» – degradatasi semanticamente e sessizzatasi nel costumario «vaffan…» –, e il sinistro incineretur dell’Inquisitore, corre sempre lo stesso filo rosso, contro cui si erge lapidario solo il principio aureo: habeas corpus!

© Riproduzione riservata

Andrea Csillaghy

Andrea Csillaghy è docente di Lingua e letteratura ungherese presso l'Università di Udine. Studioso di linguistica di lingue europee ed asiatiche, si occupa di problemi e teorie didattiche delle grandi lingue moderne.

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