Pubblicato in: n. 07 Corpo /

Sotto controllo

Intervista di Anna Maria Crispino a Barbara Duden

Che anche il discorso scientifico sia un costrutto sociale è cosa nota, ma ora, sostiene Barbara Duden, la sfida è «riscoprire che cosa significa essere vivi». Niente di più, e niente di meno. Negli anni ’90, Duden aveva messo a fuoco come il corpo delle donne, da oggetto privilegiato della biologia come ‘narrazione della vita’, fosse diventato un ‘luogo pubblico’ super-esposto allo sguardo, specie quando è gravido, oltre che terreno su cui si combatte la battaglia sul feto come persona (Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita, 1994, 2003). La storica tedesca ha poi portato avanti il suo discorso concentrandosi in particolare sul passaggio dalla biologia alla biogenetica e mettendo a fuoco quel processo di decorporeizzazione su cui la biopolitica gioca la sua partita per il controllo sociale. I saggi raccolti nel volume I geni in testa e il feto nel grembo. Sguardo storico sul corpo delle donne (2006) non solo ritornano all’ascolto di un gruppo di pazienti del XVIII secolo, ma, analizzando lo stato attuale delle pratiche mediche in gravidanza e in casi di cancro, mettono in guardia sulla necessità di verificare sempre che cosa la tecnologia mantiene di quello che promette. Una posizione certo coraggiosa, in una fase in cui la parola d’ordine ‘prevenzione’ sembra indiscutibile.

Crispino. Perché questi due campi di osservazione, la gravidanza e il cancro? Li ha scelti perché sono i più medicalizzati o perché sono i più legati all’esperienza di vita delle donne?

Duden. Ho scelto la maternità perché è uno stato molto delicato della vita delle donne, che ha un peso rilevante nella configurazione del futuro. E prevede un passaggio temporale: dal momento del concepimento bisogna ancora aspettare nove mesi per la nascita di un bambino reale. Inoltre la gravidanza è un terreno privilegiato per l’intrusione della tecnica, quindi i discorsi sulle tecnologie mediche di fatto distruggono la possibilità di attraversare il tempo dell’attesa. Qual è, infatti, il significato simbolico dei test che si effettuano durante la gravidanza? Il primo test dice: positivo o negativo, e alla donna viene chiesto all’improvviso di incorporare un’entità funzionale, il feto, già considerato un bambino. Ma all’inizio della gravidanza non c’è un bambino. L’impianto dell’embrione certificato dal test confonde, di fatto, ciò che la gravidanza storicamente significava, vale a dire un processo che richiede tempo di attesa. La gravidanza è diventata un processo supervisionato dello sviluppo del feto, con la donna ridotta ad un ambiente uterino che dipende dalle continue verifiche tecnico-mediche. C’è stato un profondo cambiamento anche attraverso i media, che diffondono il discorso scientifico e lo inseriscono nel linguaggio comune.

Crispino. E per il cancro?

Duden. Sul cancro, in particolare sulla prevenzione, la domanda che sempre mi pongo è che cosa promette la tecnologia e che cosa delle sue promesse riesce davvero a mantenere. Ad esempio, lo screening di massa per il cancro al seno attraverso la mammografia serve davvero? Guardando alle statistiche, anche se i dati vanno sempre valutati con molta cautela, si scopre che l’esito non è così significativo da rendere sensato l’uso degli screening di massa. Serve certamente alle compagnie di assicurazioni e alla riuscita delle campagne governative per la salute, ma non altrettanto per la singola donna, considerata la percentuale di errori diagnostici. Allora dobbiamo chiederci qual è la funzione sociale, simbolica della prevenzione di massa. Che cosa dice alle donne? Mette loro paura, le rende ansiose e soprattutto chiede loro di rendersi responsabili di una politica di gestione calcolata del rischio. Ad esempio, il cosiddetto ‘gene’ del cancro al seno è entrato nell’immaginario popolare e mette la donna in una situazione paradossale: una diagnosi genetica sulla probabilità di cancro dice alla donna che c’è la possibilità che quel gene cattivo sia dentro di lei senza che lo sappia. Quindi percepisce una minaccia latente, che però, di fatto, è solo una percentuale statistica di possibilità. Che cosa può fare? Le si chiede di gestire il suo futuro, ma il futuro è imprevedibile, nessuno può dirle realmente se avrà un cancro oppure no. Le si chiede di agire ‘come se’ il cancro fosse un’evenienza reale, e questo la costringerà a continui controlli: una situazione terrorizzante.

Crispino. Quello che lei descrive assomiglia molto, nei modi e nel linguaggio, agli allarmi-terrorismo. Potrebbe esserci un attentato, quindi occorre vigilare e ‘non abbassare la guardia’. Non si capisce che cosa ciascuno dovrebbe concretamente fare, tranne stare in ansia continua per una potenziale imminente catastrofe.

Duden. È proprio così: nei media il linguaggio sul corpo delle donne è diventato lo stesso che si utilizza per gli allarmi anti-terrorismo, un linguaggio da ‘politica di sicurezza’, fondato sulla paura. E questo mina profondamente la fiducia in se stesse, la capacità di fidarsi del proprio corpo e di ciò che ciascuna sente e ‘sa’ di sé. E mina il senso stesso del futuro. Il discorso sui geni da questo punto di vista è molto interessante: perché, come i terroristi, loro sono sempre lì, sono invisibili, sono dovunque e dunque bisogna stare attenti. Una cosiddetta ‘diagnosi’ genetica non ti dice che cosa accadrà, ma solo ciò che di negativo potrebbe accadere. Così lo spettro di una minaccia incombente diventa parte di noi.

Crispino. Lei vede dunque una connessione tra il cosiddetto ‘grande scenario della politica’ in Occidente e la percezione della paura da parte dei singoli in materia di salute? È una questione di biopolitica?

Duden. Sì, certamente, in particolare riguardo all’uso del linguaggio: gli slogan per le campagne di prevenzione utilizzano espressioni come ‘a rischio’, ‘prime avvisaglie’, ‘sintomi sospetti’, ‘controllo’. C’è da chiedersi: perché il corpo delle donne è diventato il simbolo pubblico delle politiche di sicurezza? Non sono in grado di rispondere, ma mi sembra una domanda urgente. Perché non è stato sempre così. Ho analizzato la rappresentazione del corpo delle donne negli anni ’70 del Novecento: eravamo ancora di fronte all’immagine ereditata dal vecchio modello industriale. La biologia era ‘la narrazione della vita’, il corpo veniva oggettivato, descritto con le sue gerarchie, gli organi e le modalità di funzionamento, vale a dire vigeva il tradizionale concetto ‘meccanico’ del corpo. Poi, negli anni ’80, ha cominciato ad affermarsi una concezione sistemica del corpo, l’idea di un organismo complesso che funziona come qualsiasi altro ecosistema. A partire dagli anni ’90 si è imposto, invece, il discorso genetico. Per la genetica e l’immunologia il nuovo corpo non è più fatto di carne. È l’espressione corporale di una mappa genetica che comprende rischi, indizi, minacce latenti. Quando l’orientamento era quello sistemico, la posta in gioco era governare l’intero sistema in modo da rafforzarlo ed evitare che subisse un collasso. Con l’avvento del discorso genetico, la questione è il controllo del futuro, è la gestione personale del rischio. Il dato più interessante è che i geni erano in circolazione da secoli, ma solo ora diventano l’espressione del corpo del soggetto: in passato non era così, la genetica era una scienza che si occupava dell’ereditarietà, non dei pronostici. Oggi è diventata di estrema importanza perché siamo passati dalla conoscenza e cura del corpo, anche sociale, a una politica di gestione del futuro.

Crispino. Lei colloca la svolta nel discorso sul corpo negli anni ’80, dopo la pillola anti-concezionale: ha a che fare con l’emergere dell’Aids – e poi di altre malattie che ci sono state presentate come potenziali pandemie, come il morbo della mucca pazza o dell’influenza aviaria? Vale a dire con il prevalere di una percezione di catastrofe imminente e immanente?

Duden. La minaccia di malattie incontrollabili ha avuto un peso determinante nel preparare il terreno per un sistema di controllo che punta sulla responsabilizzazione del singolo individuo. Il discorso genetico suggerisce qualcosa che c’è, ma che non si può concretamente dimostrare che ci sia. Ad esempio, quando si fa un test genetico, il risultato contiene una ‘diagnosi’, che in realtà non è una diagnosi ma solo un calcolo delle probabilità genetiche e dunque del rischio, non una certezza. Il singolo, ciascuno e ciascuna di noi, viene messo di fronte al proprio possibile futuro e su questo è chiamato a prendere una decisione: gli si chiede di prendersi in prima persona la responsabilità di decidere su un certo numero di opzioni in base al risultato di quel test. Ritengo che questo modo di prendere le decisioni sia una trappola mascherata da auto-determinazione: in realtà lo si mette in un vicolo cieco, una situazione di impossibilità di scelta reale. Io credo che la nostra libertà di scelta non possa manifestarsi nell’accettare solo le opzioni che ci vengono offerte: si può anche dire semplicemente no.

Crispino. In Italia, gran parte del dibattito sulla genetica e le biotecnologie gira intorno a interrogativi etici. Quanto pesa davvero, a suo parere, la questione etica in questo discorso?

Duden. C’è un trucco particolare su questo terreno: quello di parlare con la parvenza di un discorso etico specifico all’interno di un contesto privo di etica. Io credo che non si possa invocare l’etica in una situazione che ne è priva: la biopolitica, la gestione della salute, della vita e della morte, e dunque dei corpi, non ha nulla a che vedere con l’etica. Ha a che fare con le statistiche, i calcoli, le tecnologie. Cioè, sostanzialmente, con il fare. Quando, ad esempio, si deve prendere una decisione in gravidanza o dopo una diagnosi di cancro o malattia terminale – situazione che sembrerebbe relativa a scelte etiche –, in realtà si può solo ‘agire’, perché il ventaglio delle scelte possibili è stato determinato da tecniche attraverso le quali si calcola l’utilità relativa delle varie opzioni. Speranze e desideri personali non rientrano nel quadro della valutazione. Eppure sono, o dovrebbero essere, proprio loro a richiamare un terreno dell’etica, quello che riuscivamo a praticare quando ancora a una soggettività corrispondeva un corpo incarnato. Parlo dell’etica radicata nella migliore tradizione del pensiero delle donne: avere a che fare con le persone reali, in carne e ossa. E con il presente, con quello che facciamo qui e ora e con quello che dovremmo o vorremmo fare.

Crispino. Sembra quasi che lei rimpianga il passato, eppure è indubbio che alcune tecnologie mediche e diagnostiche hanno ridotto la mortalità.

Duden. Il punto è un altro: a una donna incinta in passato i medici dicevano che cosa doveva fare. Era una relazione patriarcale, certo, gerarchica, che andava combattuta e superata. Ora, invece, i medici ti danno delle informazioni sui possibili rischi e ti dicono: sei tu che devi scegliere, è una tua decisione personale. La possibilità che si è creata attraverso gli screening di massa a mio avviso si può realizzare solo se è il desiderio di ogni singola donna. Altrimenti la cosiddetta ‘scelta’ è solo una tecnologia sociale per indurre le persone a un comportamento consenziente all’interno di un progetto d’ingegneria sociale. La libertà che invochiamo e vorremmo praticare è sempre stata qualcosa di molto diverso dalla possibilità di scelta nel quadro di opzioni già predeterminate.

© Riproduzione riservata

Barbara Duden

Barbara Duden è docente di Sociologia e Psicologia sociale presso l’Università di Hannover. Collaboratrice di Ivan Illich è una delle più originali e acute storiche delle donne e del loro corpo. Tra i suoi libri, 'Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita' (Bollati Boringhieri, Torino 1993) e 'Il gene in testa e il feto in pancia. Storia del corpo femminile' (Bollati Boringhieri, Torino 2006).

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