Pubblicato in: corpo / n. 07 Corpo /

Ultra bold

di Francesco Messina

«La gente confonde la verità con il corpo 12». Non ricordo dove l’ho letto, ma sono sicuro che lo ha detto, o scritto da qualche parte, il señor Borges. Alludeva al fatto che le parole, se pubblicate su un giornale in un corpo leggermente più grande del normale, non è affatto detto che contengano necessariamente qualcosa di importante e tantomeno una qualche verità. Ma si sa, questo non è affatto facile da spiegare ai lettori che, nel frattempo, di solito sono già gravemente impegnati nel disperato tentativo di riuscire qualche volta a non leggere solo quello che vorrebbero leggere nelle parole degli altri. Quindi, se poi ci mettiamo anche uno scorretto uso delle regole tipografiche, allora proprio non se ne esce. Certo, va pure considerato che nel frattempo le cose sono decisamente cambiate, e che di questi tempi, prima di credere a ‘qualcosa’, una persona ci pensa novantasei volte, tanto gli è chiaro che le parole, come i numeri del resto, si fanno sempre scrivere facilmente. Lo diceva Oscar Wilde: «Il giornalismo è letteratura sotto stress». Perciò solo relativamente affidabile, con la variante contemporanea che adesso, paradossalmente grazie all’aumento dell’informazione stessa, la faccenda è di dominio pubblico. Bel risultato.

Ma scrivere in un corpo più grande vuol dire veramente dire cose più convincenti? Mi sa che è la stessa storia dei suoni. Parlare più forte per farsi sentire. Così tutti gridano e nessuno sente niente. Per quanto ne so, delle cose importanti, quelle destinate a durare (le parole del giorno dopo), si diffonde un’eco permanente. E, fino a prova contraria, l’eco si sente quando c’è silenzio, e il silenzio, o meglio la tranquillità, nelle pagine dei nostri quotidiani si trova raramente. Fate il confronto con qualche newspaper straniero. Un po’ di compostezza, derivata dalle regole della composizione tipografica, non ha mai fatto male a nessuno. Non è ‘coercizione tipografica’; si tratta, al contrario, di dare libertà alle idee che le parole veicolano. Si prendano anche un po’ da sole la responsabilità della loro efficacia. Possibilmente non impaginando, ad esempio, una piccola parte di una dichiarazione in corpo 120, che tradisce il significato evidente nell’intero articolo.

Il corpo è giusto, il corpo è sbagliato. A volte è un complice, a volte un nemico. Comunque sia è un responsabile non da poco. Terribili i comizi. Il tono dell’oratore è sempre troppo alto; è come se dalla sua bocca uscissero parole in corpo troppo grande. Forse per questo preferisco il cinema al teatro. L’attore in teatro per i miei gusti usa corpi troppo ampi. Certo, deve far ‘vedere’ le sue parole anche a quelli del loggione, ma che fatica! Al cinema si possono usare corpi più piccoli, anzi variazioni di corpo quasi impercettibili, in tondo, in corsivo, alto basso e a volte maiuscoletto, ultra light, light, regular o book, medium, bold, extra bold e, solo quando serve, ultra bold (che non occorre sia di corpo troppo grande). È il suono di una parola, a volte serve il volume, a volte solo un po’ di effetto elettronico di compressione. Anche Shakespeare mi piace più ascoltarlo al cinema che a teatro, ma questi, forse, sono gusti troppo personali.

Quanto al mio lavoro specifico, quello di graphic designer (mi spiace, ma in italiano il termine risulta ridicolo), che consiste anche nello scegliere il corpo giusto per le parole che mi vengono affidate, dico che sempre di più vorrei farlo bene, direi correttamente, magari – perché no – ogni tanto prendendo le debite distanze. Per capire se serve un corpo grande o piccolo non occorre mica essere sempre d’accordo con ciò che il messaggio contiene. In fondo Mercurio è bravo a portare i messaggi, mica li legge e poi decide che farne.

Allora, regole tipografiche e corretta gerarchia degli elementi distribuiti in un campo grafico non sono roba vecchia. Paul Rand, il grande grafico americano, qualche decennio fa faceva notare come l’utilizzo, in corpo grande, di un carattere tutto maiuscolo nella sua versione bold (o neretto, se vi è più chiaro) corrisponde all’uso contemporaneo di cintura e bretelle per tenere su i pantaloni. Bei tempi. Qui invece siamo al punto in cui Tutto è Maiuscolo e ultra bold! «Per favore, aumentate il corpo dei titoli, si devono vedere bene!»: così ripetono meccanicamente gli editori per cui anche io lavoro. Ma vedere da dove, dall’autostrada? Non si presume che un libro vada prima avvicinato per essere acquistato e poi letto o regalato. Che tristezza. Eppure sono cresciuto pensando che fosse la bellezza delle parole a essere importante, e che la scelta dei caratteri e la loro dimensione dovessero essere solo semplicemente giusti, in armonia vorrei dire. Che illuso. E invece eccoci qui: «Più grande, più grande!» e, recentemente, senza neanche più ‘per favore’. A volte, quando ascoltandoli anche li guardo, mi pare di vedere una didascalia che gli si sovrappone completando la frase che stanno dicendo con un «altrimenti non ci credono», oppure «altrimenti si capisce che si tratta di una mezza sciocchezza». Del resto non è nemmeno possibile consolarsi con i grafici, che se ne strafregano della leggibilità e compongono il testo nel corpo che gli pare, a volte veramente microscopico, a favore, dicono, della bellezza dell’impaginazione. Rinascimento della Miniatura? Mi sa tanto che invece è, almeno nei casi più illustri, un chiaro messaggio ai testi stessi: «Siete vuoti di significato, ripetitivi, di circostanza, corrotti. Ci avete stufato, vi stampiamo piccoli piccoli, tanto non interessate a nessuno». Il che non è gentile, ma bisogna ammettere che a volte è liberatorio, perché il fatto contiene anche informazioni importanti. Ad esempio questa: i libri si leggono, i giornali spesso si leggono, le riviste qualche volta si leggono, i cataloghi (compresi quelli d’arte) non li ha mai letti nessuno. Come dice la mia amica Federica: «Il mio fidanzato è un tipo decisamente originale, legge i cataloghi. Appartiene a una categoria che non esiste». Ecco perché in alcuni casi è giusto usare un corpo talmente piccolo da arrivare alla illeggibilità se si ritiene che la cosa vada a favore dei principi della pura decorazione. Delle vere e proprie cornici di testo. Mi sa che tutto sommato anche questo articolo andrebbe benissimo per un simile utilizzo. Siamo sinceri, troppe volte si scrivono un mare di sciocchezze e si stampano più in grande o si urlano solo per confondere la brava gente. I testi delle canzoni, poi, ne sono la conferma. Ce ne sono di magnifici, che sono semplicemente della buona poesia, ma più in generale, fateci caso, non dicono proprio nulla di sensato. Avete mai provato a leggerne uno mediocre? Da svenire. Aveva ragione N. quando diceva che i testi che sono troppo brutti per essere stampati potevano sempre essere cantati. E che ne dite di quelli dei libretti dell’opera lirica? Sono o non sono tra i punti più bassi dell’umana espressione? E allora come facevano a funzionare? Semplice, una volta strillati risultavano incomprensibili ai più. E il volume non è altro che il corpo del suono? In sostanza, l’avrete notato, si tratta quasi sempre di grossi corpi per corpi grossi. David Carson, grafico contemporaneo destrutturalista, lavorando per il magazine musicale «Ray Gun» quando i testi non erano di suo gradimento, si permetteva di trasformarli (in fase di impaginazione) assegnando i relativi file non al set dei caratteri di qualche alfabeto, ma a quello dei segni speciali, ottenendo così delle gradevoli composizioni astratte ben incolonnate che piacevolmente si sposavano con le immagini che corredavano l’articolo. È stato coraggioso, lo ringrazio a nome di tutti ancora una volta per averci fatto risparmiare un sacco di tempo non leggendo i testi. Il prossimo passo dovrebbe essere, però, quello di non pubblicarli per niente, così potremo ringraziarlo anche per aver risparmiato qualche albero.

Essendo un appassionato dell’arte della tipografia, amo le composizioni di sole parole, considero le lettere come oggetti, come architetture, e so bene che si possono creare dei piccoli capolavori lavorando fino a farne delle illustrazioni, ma questa è un’altra storia.
E non ha nulla a che fare con le non necessarie richieste di scorretta applicazione del buon senso nella scelta del corpo dei caratteri nell’insieme di una composizione grafica.
Magari per la maggioranza delle persone il corpo del carattere in cui si pubblicano le parole non risulta un argomento urgente da trattare nella vita. Ma per me, in un certo e limitato senso, lo è, quindi procedo. Confucio diceva che, se si voleva conoscere meglio il grado di civiltà di un popolo, bisognava ascoltare la sua musica. Credo che il suggerimento oggi funzioni ancora bene (anche se la globalizzazione sta confondendo un pochino gli scenari), ma aggiungo che si potrebbe applicare il principio allargando ‘l’ascolto’ anche al campo editoriale. Ne verrebbe fuori una relazione interessante. Conosco un editore che decide il corpo del carattere del testo dei suoi libri in base al numero di battute del romanzo e alla quantità di pagine che servono per arrivare a un prezzo di vendita più alto. Viva il Belpaese.

A volte, per qualche attimo, dubito che il Rinascimento sia nato e cresciuto veramente da queste parti. Poi penso a come sono messi oggi gli egiziani che un tempo costruivano le piramidi e allora mi ricredo sulla possibilità che su questo pianeta le cose cambino continuamente.
Quindi in attesa di ‘altri giri di giostra’ vi propongo, per passare il tempo, e chiudere l’articolo, un giochino semplice semplice. Da fare da soli o in compagnia, con le parole fin qui più utilizzate: corpo, carattere, misurazione. Funziona in questo modo: basta girarle e rigirarle (in qualsiasi corpo). Esempio: «Il corpo di un carattere si misura – ma anche il carattere di un corpo può essere misurato – e la misurazione di un corpo può avere un suo carattere – perché è chiaro che un carattere può dipendere dalla dimensione del corpo». Allora andate avanti voi, a me pare indecente per la pubblicazione. Del resto non possiamo neanche far finta di ignorare il fatto che ‘l’occhio’ di una ‘a’ minuscola, ad esempio, l’abbiano definito ‘pancia’.

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Francesco Messina

Francesco Messina, graphic designer, con il suo Polystudio. Art director alla Bompiani (Gruppo RCS Libri). È docente di Design della comunicazione presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia.

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