Pubblicato in: n. 08 09 Crac /

Crac e crisi, maschile e femminile

di Elisabetta Addis

CRAC! Il crac è netto, spezzato, improvviso. La crisi invece è lenta, continua, si dilunga, non finisce. Questo però non vuol dire che il crac sia maschile e la crisi femminile. Le parole hanno un genere solo in italiano, per fortuna, e il genere delle parole è del tutto casuale, come ben sanno in Sicilia dove il nome dell’organo sessuale maschile è declinato al femminile, ‘minchia’. Però da qualche parte bisogna pure incominciare ad introdurre il tema della lettura in chiave di economia di genere dei recenti ‘crac’ e della crisi che stiamo ancora attraversando.

In America, dove ci sono stati i primi grandi ‘crack’, e dove è iniziata la crisi (Lehman Brothers, AIG) sia la parola ‘crack’ che la parola ‘crisi’ sono neutre, non hanno genere.

In Europa abbiamo importato la crisi, ma i crac sono più leggeri, meno sonori, ma molto diffusi: piccole imprese che vanno giù, una solenne potatura al sistema industriale, chi era più vicino al margine inferiore di costi sostenibile che è andato sotto, le imprese concorrenti che riescono a resistere e che domani potranno avvalersi anche della quota di mercato che apparteneva a chi è fallito e trovare così spazio e respiro per la ripresa. Le crisi hanno un respiro darwiniano, selettivo. Se volete capire gli effetti che avrà la crisi sul sistema delle imprese, non leggete testi di economisti, leggete The beak of the finch (J. Weiner, 1995), una storia dell’evoluzione che avviene ai nostri tempi. La crisi economica è come El niño per le creature delle Galapagos: seleziona le piccole mutazioni favorevoli al nuovo clima.

Dare una lettura di genere di un fenomeno economico significa guardare a quel fenomeno e vedere se donne e uomini hanno avuto ruoli diversi nella sua genesi, nel suo processo di trasmissione, e se risentono diversamente dei suoi effetti. Allora vediamo: perché c’è stato il crac? Intanto togliamo di mezzo un equivoco: c’è chi dice che la crisi è nata dal fatto che le banche americane hanno fatto mutui subprime, cioè hanno dato a prestito a ‘poveracci’ (e a ‘poveracce’ naturalmente: le donne guadagnano in media il 25% in meno degli uomini quindi sono più frequenti tra i ‘poveracci’; subprime sono mutui erogati a madri divorziate, a occupate a tempo determinato, ecc.; come documentato da Lina Galvez, i mutui considerati subprime erano per il 32% a donne sole, e per il 24% a uomini soli, il resto a famiglie). I ‘poveracci’ essendo, come è noto, inaffidabili e poltroni, non glieli hanno poi restituiti. Questa è una lettura falsa, ideologica e fuorviante di quel che è successo. E comunque non discolperebbe le banche, il cui mestiere è appunto quello di selezionare i prenditori di credito in modo tale da premiare le imprese e le persone che hanno una attività produttiva con una capacità di reddito tale da poter restituire il prestito con gli interessi.

Perché è una lettura falsa? Vediamo: un mutuo normale, un vero mutuo immobiliare fatto ad un onesto lavoratore o lavoratrice per comprarsi la propria abitazione, si potrebbe sempre rinegoziare. Se la capacità di reddito esiste, alla banca stessa che ha erogato il mutuo non conviene essere fiscale, riappropriarsi della casa e rivenderla all’asta giudiziaria, un processo che ha dei tempi e dei costi non indifferenti. Conviene, entro certi limiti, dire: diminuiamo la rata e allunghiamo la scadenza di questo mutuo.

Ma le banche non hanno ristrutturato i mutui, per due motivi: molti mutui non erano subprime, ma ‘speculativi’, fatti per comprarsi la seconda, la terza o la decima casa, e quindi molto sensibili alla caduta dei prezzi. Se ho preso a prestito 500.000 dollari per l’acquisto di una seconda casa e so che ormai ne vale solo 300.000, non mi conviene più pagare le rate, ma lasciare la casa alla banca. E soprattutto, secondo motivo, perché su tutti i tipi di mutui, subprime e ‘speculativi’, erano stati fatti i cosiddetti ‘derivati’. Le banche erogatrici, cioè, avevano ‘impacchettato’ i loro mutui mettendoli tutti assieme, e avevano rivenduto, ovviamente ad un prezzo diverso e a fini di lucro, titoli corrispondenti a tranche con diverso ‘rischio’ di fallimento. Se qualcuno dei mutui non rientrava, ci rimettevano solo le tranche vendute a minor prezzo, cioè quelle più rischiose, e poi via via, se aumentava il numero delle sofferenze, anche quelle meno rischiose. E contro questo rischio era comunque possibile assicurarsi: la banca o la società finanziaria che comprava la tranche rischiosa comprava anche l’assicurazione contro il rischio che la tranche, altamente rischiosa e altamente remunerativa, finisse per non pagare. Per cadere comunque sempre in piedi: se i mutui vanno in sofferenza, allora incasso l’assicurazione. A questo punto si crea un meccanismo per cui a me, banca, non conviene più provare a ristrutturare il mutuo: appena c’è una esitazione nel pagamento, conviene confiscare, mandare la casa all’asta e incassare l’assicurazione. Se corro a perdifiato, mi viene messo un bastone tra i piedi e cado, qual è la causa, il bastone o il fatto che correvo? I mutui subprime e speculativi erano la corsa, i derivati e le assicurazioni il bastone.

Talché, appena i prezzi delle case hanno accennato a scendere, i mutui hanno iniziato ad andare in sofferenza, le case ad essere mandate all’asta, le banche a incassare le assicurazioni. E il crac più grosso è stato quello di coloro che maggiormente si erano avvalsi di derivati, di assicurazioni, e che avevano cercato con maggiore costanza e coerenza il massimo rischio e il maggior rendimento, con la miglior copertura assicurativa: quelli più spericolati, e che si credevano più furbi.

Erano donne o uomini? Mah, c’erano anche molte donne. E perché no? Fare il banchiere di investimento, il gestore di hedge fund, il trader, è stato il mestiere di moda per gli economisti da circa vent’anni, e anche le donne giustamente ci ambivano. Con un buon PhD in economia, si guadagnava il triplo come primo stipendio se si andava a lavorare a Wall Street piuttosto che ad Harvard. Senza contare i bonus! Però va detto che in quasi tutti i resoconti che ci provengono da questa cultura, sia di recente sia dall’epoca di Michael Milken e dei leveraged buyouts, si sottolinea il clima massimamente competitivo, il fatto che in questi ambienti di lavoro fare profitti speculativi era l’equivalente di fare goal al calcio: era diventato uno sport, uno sport inebriante in cui vincevi in quanto riuscivi a mantenerti in piedi sul filo del massimo rischio senza prendere il bagno. Se riuscivi a fare un centesimo di punto in più di tasso di interesse su somme talmente alte, la tua commissione su quella sola transazione ti fruttava come un onesto stipendio in una decina di vite! Uno sport inebriante in cui ‘crac’ non aveva tanto il significato della crisi che si prospettava, quanto della simil-cocaina necessaria ai trader per reggere gli orari travolgenti, lo stress, l’aggressività, la tensione.

In questa propensione all’assunzione di rischio, gli uomini hanno superato le donne, appunto perché ‘giocare’ – il game, non il play, il gioco in cui ci si misura, si va in rete oppure o no, non il gioco dilettevole fine a se stesso – è nella loro natura e nella loro cultura: anziché con le pistole a spruzzo, sparavano con gli ordini dal computer. Questa non è un’ipotesi, è evidenza ‘scientifica’: nella prossima riunione annuale della American Economic Association che si terrà ad Atlanta  c’è più di una sessione in cui vengono presentati lavori che documentano questa diversa propensione al rischio dei due sessi. Guardando i comportamenti di uomini e donne trader si è visto che le donne rendono di più nel lungo periodo, perché fanno investimenti meno rischiosi, ma nel breve periodo rendono meno, perché non rischiano altrettanto. I trader maschi e femmine hanno rendimenti simili, ma i maschi hanno una varianza significativamente più alta. Le signore rischiano meno, e quindi rischiano anche di guadagnare di meno, e di perdere di meno. Sono più prudenti. E facendo esperimenti di psicologia si è visto che le donne sono molto meno pronte dei maschi a fare il gioco detto chicken, quello reso famoso da James Dean e dai suoi amici che lo praticavano spingendo la macchina fino al limite del burrone: vince chi arriva più vicino allo strapiombo, chi si ferma prima è il pollo. Poi, a volte, l’auto precipita nel burrone: crac! La crisi è stata originata da un gigantesco gioco di chicken giocato a livello planetario in centinaia di uffici di banche e di altre istituzioni, non dai mutui subprime.

Non intendo dire, per questo, che se i trader fossero stati tutte donne non avremmo avuto il crac: gli esseri umani, dei due sessi, sono più simili che dissimili. Però abbiamo detto che non è stato fare prestiti anche alle donne poveracce che ha generato il crac: come dimostra Mr. Yunus, quello del microcredito, le donne sono in media più affidabili anche nel restituire i microprestiti. E vogliamo anche dire che le ditte di trading – che peraltro lo sanno già – per avere una strategia di investimento bilanciato devono essere equal-opportunity employers: impiegare uomini e donne nella stessa proporzione, come pratica anti-eccesso-di rischio. E questo è già un risultato.

Il meccanismo di trasmissione della crisi è stato come quello delle tessere del domino messe in fila: cade la prima e dà la spinta alla successiva, e alla successiva, fino a che sono tutte a terra. Crac. Quando il rischio ha smesso di pagare, nessuno aveva più capitali da rischiare. E quindi si è strozzato il credito per tutti, non solo per mutui subprime e speculativi ma anche per le imprese che fino a ieri erano sane. I mutui per le case alimentavano poi l’economia reale, quella delle costruzioni, e quella degli arredamenti, e davano salari, i quali poi muovevano gli alimentari e i tessili. È il noto movimento del moltiplicatore descritto da Keynes. Il punto in cui la salita dell’espansione cessa di gonfiarsi ed esplode, e inizia la contrazione, è spesso sonoro – il crac. Il punto in cui comincia la risalita è silenzioso e nascosto, ambiguo e celato, incerto e di durata indefinita: siamo o non siamo già fuori dalla crisi?

Gli effetti sono differenziati per uomini e donne, perché gli uomini e le donne sono diversamente collocati nel processo produttivo. E per processo produttivo non intendo qui solo quello industriale, quello della produzione vendibile sul mercato, monetizzabile. Intendo anche l’altro processo produttivo di benessere cui ciascuno di noi, uomini e donne, partecipa nel proprio privato, nella propria abitazione, operando l’ultimo anello necessario a dare significato alla catena del consumo, quello che veramente trasforma l’acquisto di un oggetto nella fruizione di un bene: la cosiddetta produzione domestica che fanno sia le donne che gli uomini, di più le donne e di meno gli uomini, la cura di anziani e bambini, la pulizia e la manutenzione delle abitazioni, il ‘manager’ alla francese.

Nel processo produttivo ufficiale, agricoltura industria servizi, alle donne è andata relativamente bene. Se guardiamo ai dati, nell’Europa a quindici la disoccupazione maschile tra il 2007 e il 2009 è salita dal 6,3% all’8,8%, quella femminile dal 7,8% all’8,7%. Negli USA quella maschile è salita dal 4,5% al 9,9%, quella femminile dal 4,1% al 7,1%. Se guardiamo alle variazioni percentuali, cioè, in questa crisi è declinata maggiormente l’occupazione maschile che non quella femminile, sia in America che in Europa. Potevano succedere due cose: o che le donne venissero licenziate più degli uomini, perché ritenute di minor valore per l’impresa, che manteneva un suo nucleo di dipendenti maschi e licenziava le lavoratrici ritenute ‘accessorie’. Oppure che venissero licenziate di meno, perché le donne vengono già pagate in media di meno e quindi fanno risparmiare a parità di capacità produttiva (come documentato già vent’anni fa da Jane Humphry e Jill Rubery in Women and recession). È successa la seconda. Perché le donne sono in media più giovani, e vengono licenziati maggiormente i vecchi; perché le donne sono più precarie e sono crollate le assunzioni a tempo indeterminato, perché le donne sono più istruite, e quindi più in grado di svolgere una molteplicità di mansioni, e sono stati licenziati prima coloro che non hanno istruzione perché possono fare solo alcune funzioni dequalificate; perché la crisi è stata un fenomeno mondiale, ma è iniziato ed è stato più grave nella parte più economicamente sviluppata del pianeta, e ha favorito la ulteriore dislocazione delle produzioni dalle ultime fabbriche ‘fordiste’ europee e americane, con gli operai maschi in tuta blu, alle produzioni nelle fabbriche del sud-est asiatico, diffuse nel territorio e capaci di impiegare uomini, donne e bambini. Non che questo sia un gran progresso, anche se aumenta la proporzione delle occupate donne, ma così è.

Meno bene, sospetto, è andata alle donne nell’altro settore produttivo, quello della produzione domestica: lì la caduta dei redditi delle famiglie si è probabilmente tradotta in maggior lavoro sulle loro spalle, che fossero o no occupate anche fuori casa. Perché meno soldi vuol dire cucinare di più e andare di meno a mangiare la pizza, risparmiare sulla baby sitter, sull’abbigliamento sfizioso, lavare a casa e non in lavanderia, licenziare le donne per le pulizie, il primo lusso che si taglia quando si perde il lavoro. Significa quindi, per le donne, lavorare di più. Anche questo è un effetto ampiamente documentato dagli economisti: il lavoro domestico erogato è anticiclico, aumenta quando il reddito cade, diminuisce quando il reddito cresce. Le statistiche sul tempo totale di lavoro, pagato più non pagato, stanno venendo pazientemente costruite in tutti i Paesi sotto la spinta delle richieste delle donne, ma ancora non abbiamo rilevazioni abbastanza frequenti da poter dire che questo è successo. Non per fare quelle che si lamentano sempre, ma ’sta crisi è una fregatura doppia per le donne: lavorano di più nel retribuito e di più anche nel non retribuito. Come conseguenza delle tendenze dei maschietti a rischiare troppo.

Questa è una lettura di genere del crac finanziario e della crisi che ne è seguita. Non ha niente a che fare con l’Economia con la E maiuscola, quella ufficiale che insegniamo nelle nostre facoltà. Di tutto questo, l’Economia non sa più nulla: l’Economia seria fa modelli basati su agenti razionali che massimizzano la loro utilità in condizioni di informazione perfetta, che volete che ne sappia di uomini, di donne, di diversa e irrazionale propensione al rischio, di tempo passato nella cura delle persone? E la Regina d’Inghilterra, Dio la benedica, ha tutto il diritto di dire, come ha detto: con tutto quello che li paghiamo, com’è che non l’hanno capito, che non ci hanno avvisato che arrivava la crisi? Erano troppo occupati a giocare a chi guadagnava di più.

© Riproduzione riservata

Elisabetta Addis

Elisabetta Addis è docente di Economia politica presso l’Università di Sassari. Si occupa di analisi economica ed econometria del ruolo delle donne nella famiglia e nel mercato del lavoro. Tra le sue pubblicazioni, 'Donne soldato: aspetti e conseguenze della militarizzazione femminile' (con V.E. Russo e L. Sebesta, EDS, Pisa 1994) ed 'Economia e differenze di genere' (CLUEB, Bologna 1997).

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