Pubblicato in: n. 08 09 Crac /

Dopo il crac

di Paolo Castelnovi

Il crac è una crisi isterica del tempo: un processo in un sistema, con ritmi sino a quel punto mimetizzati nel suo normale fluire, si impone tra gli altri e polarizza il contributo delle energie che mantengono in equilibrio il sistema stesso. Accelera e si fa sincopato, perdendo gli intervalli e gli spazi che gli davano forma, si inviluppa e si aggroviglia. Acquista un’inerzia che coinvolge in uno squilibrio complessivo il contesto: un buco nero del tempo.

Come in tutti i processi isterici, ad un certo punto il motore grippa, il flusso di energia si interrompe di colpo e la bolla di tempo ossesso esplode: ai sopravvissuti sembra di ritrovarsi, storditi, nell’ambiente precedente all’accelerazione. Ma, come in tutti i processi isterici, non si riacquista l’equilibrio precedente: la molla troppo stirata perde le proprietà elastiche, il ritmo non torna eguale, lo sforzo ha alterato l’assetto. Dopo, occorre un intenso lavoro di ricostruzione (o di nuova costruzione), proprio nel momento di massimo stress, proprio quando si è appena passati nel frullatore impazzito del crac.

Ecco una situazione del tipo che serviva a mia nonna a giudicare le persone: «La capacità vera – diceva – si vede quando si ha una tarantola nelle mutande». Dopo il crac forse non c’è l’urgenza della tarantola ma lo stesso ci si trova in una situazione estrema e inaspettata, che esige scelte radicali in tempi e con risorse ristretti.

Naturalmente, il crac favorisce i cambiamenti reazionari, nel senso etimologico del termine. Dopo, ci si butta quasi inconsapevolmente all’opposto, come un ubriaco che sbatte contro un palo e inverte la direzione del proprio barcollare.

Solo in rari casi la reazione si struttura, è prevista nel ciclo. Per pochi di noi si riservano vicende pianificate, come accadeva nella liturgia istituzionale per i re primitivi, che Frazer – ne Il ramo d’oro – racconta essere sistematicamente e in sequenza: eletti, adorati e rispettati, seguiti nelle loro imprese, e poi, ad imprese concluse ed energie dissipate, uccisi e mangiati.

Per lo più nelle nostre psicologie personali o collettive il crac è incredibilmente imprevisto, coglie di sorpresa: nel periodo precedente nessuno osa pensare al futuro, oltre il vortice. Neppure le istituzioni sono preparate all’emergenza: si occupano dello Stato, non del Futuro, e l’interruzione di corrente non è prevista nel progetto e nella gestione della macchina, neppure quando, come oggi in Italia, è evidente una insostenibilità del livello di tensione quotidiano.

Quindi dopo il crac ci si trova in un vuoto, manca l’impasto culturale e razionale su cui si galleggia tutti i giorni: è una situazione di secca in cui emerge dal profondo la base primaria dei comportamenti più vicini alle pulsioni elementari: sopravvivere, fidarsi delle proprie forze soltanto, puntare sull’oggi.

Evidentemente la reazione spontanea ha in sé componenti irrazionali, senza riflessione sul passato che non sia fuga o punizione, comunque senza progetto per il futuro. Spesso chi ha un incidente non ricorda i momenti della catastrofe, come se la memoria non reggesse il peso dell’accelerazione temporale degli eventi e l’evidenza della nostra impotenza. Un processo di rimozione simile percorre quasi sempre anche le comunità e i gruppi coinvolti, volenti o nolenti, nelle rapide turbinose dei crac sociali ed economici. Certo una serena riflessione sul passato è ostacolata sia dall’incapacità di elaborare immediatamente il lutto nel perdono, sia dalla vergogna e dal senso di colpa per chi ritiene di non essere riuscito ad evitare il peggio.

Perciò il dopo-crac è un periodo di cauterizzazione del progetto: chiunque e qualsiasi cosa si proponga sono guardati con sospetto dalla parte che è passata nel trauma dell’evento. Inoltre una cultura del progetto poco o punto si era potuta coltivare nel periodo più concitato del pre-crac, quando ormai la velocità della crisi impediva l’ordinato svolgersi delle fasi che ogni progetto presuppone.

Quindi, senza una canalizzazione delle residue energie verso una cultura di progetto, in una fase teoricamente adatta a cambiamenti radicali, prevalgono quasi sempre i rimorsi e il panico dato dall’improvvisa consapevolezza dell’incapacità di prevedere il futuro: «… già non siamo riusciti a prevedere il crac».

È come se il processo catastrofico lasciasse la parte che è stata più direttamente coinvolta in uno stato di prostrazione e di debolezza rispetto alle iniziative. I non depressi, invece, quelli non colpevolizzati, sono animati da una voglia indistinta ma convergente a darsi da fare, ad una solidarietà di naufraghi, ma solo raramente questa energia rinascente prende le forme di un movimento organizzato e sfocia in azioni strategiche progettate: per queste ci vuole una capacità decisionale organica, che ‘da dentro’ quasi sempre manca. L’iniziativa di reazione, quindi, deve essere presa da altre parti, di fatto violentando quella che emerge tra i già colpiti dal crac. Lo mostra la tecnica del risalire a cavallo dopo una caduta, che deve essere imposta da qualcuno esterno o da un super-io, decisivi a fronte del corpo che recalcitra al pensiero di riprovare la stessa peripezia. Lo mostrano il tipo di soggetti, sempre esterni, che assumono il controllo della situazione nei primi momenti dopo la catastrofe: gli esuli, i conquistatori, i podestà. Questi ultimi sono frutto di una saggia istituzione delle città-stato italiane tardo medievali, le cui oligarchie non riuscivano a mettersi d’accordo e dopo qualche disastro richiedevano un capo esterno, a tempo e a pagamento, come una nave in difficoltà che cerca un pilota che l’aiuti a uscire dalle secche di un arcipelago infido.

Oggi, per i casi ‘a catastrofe controllata’, nello smarrimento delle istituzioni c’è posto per le unità di crisi; in ogni caso per poteri straordinari che s’impongono su quelli ordinari sopravvissuti: la vicenda sismica aquilana insegna.

Civiltà più avvezze alle situazioni critiche delle istituzioni riconoscevano poteri straordinari nella crisi, non dopo: come per i podestà medioevali, la Roma repubblicana assegnava al dictator il comando a fronte del pericolo; dopo, tutti speravano di avere incaricato un Cincinnato, che tornasse bel bello al suo podere. Culture più attente alle situazioni critiche personali insegnavano arti marziali in cui i poteri speciali si adunano e si scaricano in un decimo di secondo, per menare il fendente risolutivo, per poi tornare, un attimo dopo, ad un comportamento compassionevole e riguardoso.

La nostra cultura non solo è imbelle di fronte alla crisi, ma favorisce il suo sfruttamento perverso. Noi non abbiamo consigli né rimedi per quando ci troviamo travolti da eventi, mentre per dopo abbiamo pronta una ricetta di soggezione: dopo veniamo colti da depressione da shock che non si sa come curare, dopo veniamo avvolti da avvoltoi che dicono e fanno, non per noi, ma invece di noi.

Si fa strada un elogio dell’azione in emergenza, della reazione isterica, una cultura dell’intervento solo quando la degenerazione è irrimediabile, un’implicita acquiescenza allo sconvolgimento delle regole dell’equilibrio precedente: non si lavora per ristabilirle ma per instaurare un ordine nuovo, più decisivo e più duro, basato sull’imposizione e l’autoritarismo. È come se chi è passato attraverso un crac soffrisse di quella sindrome bipolare, che nella persona favorisce la brusca alternanza tra spunti di iperattività maniacale e stati depressivi, e nella società offre spazio alle dittature, tutte cresciute all’ombra di crisi e di pericoli, veri o fantasmatici.

Il crac non giova alle culture della mediazione, della partecipazione: per un Cincinnato che immediatamente si toglie la divisa si contano cento Cesari che crescono nel culto per chi è capace del colpo di reni, della decisione immediata e senza ripensamenti. La Storia insegna che ci si fa male ad utilizzare la spada per tagliare il pane, e che si deve maneggiare l’attrezzo adatto per ciascuna situazione: il decisionismo, proveniente dall’esterno, così opportuno nella crisi, comincia ad essere ingombrante immediatamente dopo e da allora innesca le condizioni per una crisi successiva.

Insomma il dopo-crac è addirittura più temibile del crac stesso: è la temperie adatta per lo sviluppo di forme degenerate di governo, fondate sulla debolezza di quelle precedenti e sull’incapacità culturale ad utilizzare appropriatamente le energie. Come sempre, ma in questo caso in particolare, il difficile sta nel controllare l’obiettivo della parte che ha le forze e le capacità di rinnovamento: spontaneamente chi ha maggiore potenza, lasciato a se stesso, nello statu nascenti del dopo-crac, non tende alla ricostruzione di equilibri, ma agisce per una larga prevalenza del suo progetto, anche con le migliori intenzioni. Si ottiene il risultato di un colpo di remi violento solo da una parte della barca: la prua gira e la rotta verso l’obbiettivo si perde. Sotto la pressione di una parte si sbilancia quella convergenza vettoriale degli intenti e delle iniziative, pur timide, che veniva dalla reazione alla situazione pre-crac, si ristabiliscono confusione e tensioni tra le parti, e si scompone l’andatura, come un cavallo che rompe il passo nella corsa.

Solo ora che si cerca di smontarlo ci rendiamo tutti conto di quanto eccezionale sia stato il processo di ricostruzione italiano dopo il fascismo e la catastrofe bellica: un caso virtuoso di fondazione mediato e composto sin dalla sua costituzione, in reazione ad un crac epocale. Un gruppo integrato, le cui forze stavano nella eterogeneità e nella volontà di trovare una sintesi, ci ha lasciato un tesoro fondamentale, che ha rimesso in moto un processo di sviluppo culturale e politico per due generazioni e di cui spesso dimentichiamo le particolarissime radici e modalità.

Dunque, come in ogni accadimento, si deve anche imparare a vedere il versante positivo: anche nella sua irrazionalità e pericolosità il crac è in molti casi l’unico snodo per cambiamenti drastici, che altrimenti non avverrebbero mai.

Nella vita personale ci vuole sempre qualche goccia che faccia traboccare il vaso di rapporti di coppia mal vissuti, di accordi degenerati, di malessere per l’abitare triste e disagiato: dopo, il sopravvento delle energie sino ad allora represse, origina quelle ‘seconde vite’ che spesso sono liberatorie e salvifiche (anche se altrettanto spesso finiscono per somigliare alle finzioni degli omonimi social network).

Nei rapporti sociali e politici il crac è quasi l’unica occasione per le innovazioni generazionali: un gruppo resiste al comando finché, per una rottura di sistema, non accadono fatti negativi che vengono addebitati, in generale, alla classe dirigente. Nella chitina del sistema di potere si forma una fessura: il modello è il crac dell’hacker più che quello dell’economista. È il momento in cui ci si può inserire nella cabina di regia con modi e criteri diversi dai precedenti, e può farlo solo la parte del corpo sociale non colpevolizzabile (perché sino ad allora esclusa dal potere): nelle società classiste era la rivoluzione degli esclusi, nelle società interclassiste è la generazione dei più giovani.

Anche in questo caso siamo sprovvisti di meccanismi istituzionali per liberare le energie crescenti riducendo i conflitti generazionali: nella Grecia antica salpavano le navi cariche di ragazzi alla volta di terre dove fondare nuove colonie, nell’era moderna sono stati numerosi gli Eldorado o le Guyane dove indirizzare, volenti o nolenti, le forze nuove, per non parlare delle guerre che sono da sempre state utilizzate per sfogare il sangue giovane, come le sanguisughe per gli ipertesi.

Nel nostro tempo, invece, nessun incitamento a darsi da fare, ad assumere responsabilità: assistiamo ad una inedita forma di ripiegamento del vecchio sul nuovo, che resiste ai crac ‘dolci’, come è stato il ’68, del tutto rimarginato e metabolizzato senza tracce evidenti. In quegli anni era forte il desiderio di rompere, di provocare un crac, ma non si sapeva come fare: ricordo un intervento in assemblea di una ‘compagna’ disperata, che piangendo diceva di invidiare la generazione precedente, che aveva subìto la guerra e il fascismo: perché almeno allora sapevi da che parte stare, chi erano i cattivi. Voglia di crac.

Presi nella melassa dei processi omologanti, sentiamo la necessità di un crac generazionale, ma non si è mai abbastanza, non è mai il momento: si percepisce che non si può avviare la ri-generazione senza la crisi di quella precedente, e non maturano mai le condizioni (come diceva il poeta: manca l’analisi e poi non ho l’elmetto).

Così, confusamente, a metà tra consapevole e subconscio, il crac diventa un mito da raggiungere e non una bestia nera da temere. Ma ci si domanda dove sia il punto G del corpo sociale che faccia scattare un impeto di energie e la liberazione di nuove emozioni.

E si pensa: ci fosse una crisi, allora sì, dopo potremmo farci avanti…

© Riproduzione riservata

Paolo Castelnovi

Paolo Castelnovi è ricercatore al Politecnico di Torino. Si interessa di paesaggio, senso dell'identità locale, pianificazione partecipata.

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