Pubblicato in: n. 08 09 Crac /

La discontinuità più grande

di Ian Tattersall

Ci sono molti tipi di discontinuità nel mondo. E, in effetti, non potremmo mai capire il senso di un mondo in cui ogni oggetto e fenomeno si confondesse con quello accanto. Per una specie egotistica come l’Homo sapiens la discontinuità più grande di tutte è certamente quella che distingue la nostra razza dal resto della biosfera – inclusi anche i nostri parenti più stretti, le grandi scimmie antropomorfe.

Ovviamente sono molti i modi con cui ci differenziamo da questi stretti congiunti: a differenza di loro noi camminiamo eretti, abbiamo la pelle glabra, facce piccole, e le nostre femmine non ostentano la loro ovulazione. Ma la differenza che colpisce di più, e quella che ci procura un profondo senso di estraneità dalle altre forme di vita, risiede nel modo in cui elaboriamo le informazioni riguardanti il mondo che ci circonda.

Altri esseri viventi, anche creature senza dubbio cognitivamente sofisticate come le grandi scimmie, vivono nel mondo così come la Natura glielo presenta: possono rispondere a stimoli naturali in modo semplice oppure molto sofisticato; ma quello che li accomuna è che reagiscono a questi stimoli direttamente. Noi invece, pur mostrando certamente riflessi e risposte emozionali – che servono a ricordarci che siamo parte integrante della grande rete della vita – ricreiamo il mondo che ci circonda anche nelle nostre menti. Di conseguenza, almeno in parte, non reagiamo direttamente al mondo, ma alla nostra stessa costruzione mentale di questo mondo.

In altre parole, noi essere umani siamo simbolici. Noi – e per quel che ne sappiamo, solo noi – decostruiamo il mondo circostante in un enorme vocabolario di simboli mentali e ricombiniamo questi simboli per produrre immagini di come esso potrebbe essere. Viviamo quindi per la maggior parte del tempo in mondi di nostra immaginazione, e siamo capaci di farci domande del tipo «cosa sarebbe se?». Questa abilità concettuale è la fonte della nostra creatività e della eccezionale consapevolezza di noi stessi; essa deriva dai processi cognitivi che riflettono l’abisso qualitativo tra noi e il resto della Natura per il modo con cui elaboriamo le informazioni.

Questo abisso è così profondo che uno potrebbe essere tentato di pensare che ci sia voluto molto tempo perché potesse evolversi. E molti scienziati, in effetti, cercano di individuare le origini dei nostri comportamenti umani, spesso piuttosto bizzarri, in ‘condizioni ambientali di adattamento evoluzionistico’ ipoteticamente antiche e da lungo tempo scomparse. Eppure uno sguardo ai reperti fossili e archeologici indica che il nostro stile cognitivo straordinariamente simbolico è una conquista recente, e per di più acquisita rapidamente.

La storia dell’uomo risale molto indietro nel tempo, forse a 7 milioni di anni fa quando per l’ultima volta abbiamo condiviso un antenato con una delle grandi scimmie antropomorfe. Per milioni di anni i nostri più antichi precursori hanno mantenuto lo status di ‘scimmie bipedi’ piccole nel corpo e di cervello, senza darci grandi motivi per supporre che fossero cognitivamente più avanzati rispetto alle scimmie di oggi. Circa 2,5 milioni di anni fa, però, uno dei nostri antenati ha iniziato a creare degli oggetti di pietra, battendo un sasso contro l’altro e producendo scaglie affilate. Questo ha rappresentato un enorme progresso cognitivo; ma la tecnologia si è poi interrotta per un milione di anni, fino a che gli ominidi hanno iniziato a produrre asce bifacciali accuratamente foggiate a forma di goccia. Questo tipo di oggetto, radicalmente più sofisticato, era stato introdotto da esseri umani di alta statura, con cervelli piuttosto piccoli ma di forme corporee sostanzialmente moderne, che, significativamente, avevano prodotto oggetti di pietra del vecchio tipo per diverse centinaia di migliaia di anni. Questo stabiliva un importante paradigma nell’evoluzione umana: nuovi modi di fare le cose (e di pensare alle cose) non tendono a coincidere con l’arrivo di nuovi tipi umani.

Un simile modello di avanzamento tecnologico versus biologico è prevalso fino a tempi relativamente recenti: sebbene specie con cervelli di dimensioni via via maggiori si siano avvicendate nei rilevamenti fossili, le innovazioni tecnologiche sono rimaste altamente sporadiche. Infatti, i fossili più antichi finora ritrovati con la stessa struttura ossea della nostra specie Homo sapiens – due crani datati tra 195.000 e 160.000 anni fa e scoperti in siti dell’Etiopia – sono stati ritrovati in contesti tecnologici piuttosto arcaici. Non c’è nulla che sappiamo di questi fossili, o di altri più giovani rispetto a loro, che faccia supporre in modo convincente che un ominide possedesse un ragionamento simbolico prima di 100.000 anni fa all’incirca.

Negli ultimi 500.000 anni la tecnologia degli ominidi è diventata senza dubbio più complessa; ma, ovviamente, mentre la capacità simbolica è complessa, non tutte le capacità complesse sono simboliche. È plausibile che si possa desumere con attendibilità la cognizione simbolica solo in presenza di oggetti palesemente simbolici; se è così, la più antica prova valida di simbolismo proviene dal sito sudafricano della grotta di Blombos dove depositi datati circa 77.000 anni fa hanno rivelato placche color ocra incise con disegni geometrici. È probabile che fosse altrettanto simbolica anche l’incisione di un foro su gusci di invertebrati, forse per poterli infilare. Gusci simili, di epoca leggermente più recente, sono stati ritrovati alcuni anni fa in siti africani altrettanto antichi, e persino nel Vicino Oriente.

La prima più rilevante testimonianza di ragionamento simbolico proviene dai siti artistici europei dell’Era Glaciale, risalenti tutti a meno di 40.000 anni fa. È evidente che a quel tempo l’Homo sapiens possedeva una sensibilità del tutto equivalente alla nostra. Eppure l’Homo sapiens più antico dal punto di vista anatomico sembra essersi comportato più o meno allo stesso modo dei suoi predecessori e contemporanei, come gli uomini di Neanderthal. Quando Homo sapiens arrivò sulla scena, l’abisso cognitivo con cui noi oggi ci misuriamo ancora non esisteva.

Data la mancanza di connessione tra innovazione anatomica e innovazione tecnologica questo può non sorprendere. Evidentemente, prima dell’arrivo dell’Homo sapiens il cervello ominide si era evoluto fino al punto che una piccola innovazione sarebbe stata in grado di fornirgli il potenziale del pensiero simbolico. Questa innovazione venne probabilmente acquisita nella più grande riorganizzazione dello sviluppo, circa 200.000 anni fa, che portò alla nascita dell’Homo sapiens come peculiare entità anatomica. Solo un centinaio di migliaia di anni dopo gli uomini impararono ad usare questa nuova capacità, così come i progenitori degli uccelli avevano posseduto le piume per molti milioni di anni prima di usarle per volare. Quale fu lo stimolo (necessariamente culturale) che fece scoprire a Homo sapiens la sua straordinaria capacità cognitiva? Io propendo per l’invenzione del linguaggio, l’attività simbolica per eccellenza.

Per quanto la transizione da uno stato non simbolico e non linguistico ad uno simbolico e linguistico possa apparire straordinaria e non prevedibile, in realtà è stata abbastanza di routine in termini evoluzionistici, senza necessità di particolari spiegazioni. Le sue conseguenze, però, sono state enormi, perché ha consentito sia di creare che di implementare nuove visioni del mondo. Tristemente, la combinazione di intenzione ed azione porta invariabilmente ad effetti non voluti.

Alla fine dell’ultima Era Glaciale il clima cambiò in maniera radicale e la popolazione umana, distribuita in vari centri sparsi per il mondo, adottò un nuovo modo di vivere, di tipo sedentario, addomesticando gli animali e le piante. Facendo ciò gli uomini si sono trovati in opposizione alla natura, anziché in equilibrio con essa, e l’aumento esponenziale della popolazione che ne è seguito, con il conseguente sfruttamento intensivo delle risorse naturali, ha prodotto una vulnerabilità ai cambiamenti climatici.

Significative innovazioni evolutive non possono fissarsi in popolazioni così numerose come quelle di oggi. Di conseguenza, non possiamo guardare ad ulteriori evoluzioni che ci rendano abbastanza accorti da trovare un equilibrio con l’ambiente che fino ad ora ci ha supportati. Dovremo imparare a vivere con noi stessi così come siamo, e dipende da noi decidere se la più grande discontinuità nella storia del mondo diventerà anche il suo più grande disastro. Crac!

[Traduzione di Paola Zamparo]

© Riproduzione riservata

Ian Tattersall

Ian Tattersall, antropologo, è curatore della divisione di Antropologia dell’American Museum of Natural History di New York. È autore di numerosi articoli e libri, tra cui 'Extinct Humans' (Westview Press, Boulder, Colorado 2000), 'The Monkey in the Mirror: Essays on the Science of What Makes Us Human' (Harvest Books, 2003), 'Il mondo prima della storia' (Raffaello Cortina, Milano 2009) e 'The Fossil Trail' (Oxford University Press, Second Edition, New York-Oxford 2009).

Un commento a “La discontinuità più grande”

  • Nicola Hoffmann scrive:

    Un grande riassunto, molto sintetico e tuttavia chiaro, con la questione cognitiva, immaginative e simbolica messa bene in risalto; anche i lunghi tempi in gioco e le incongruenze evolutive fanno pensare.
    Per una persona come me, non specialista ma da molto interessato in quel salto evolutivo dove l’arte sembra avere un ruolo dominante, mi fa piace rileggere questo suo testo interessante per chiarirmi le idee.
    Nicola

Commenta

La tua email non sarà pubblicata né diffusa. I campi obbligatori sono segnalati da *




saperi e pratiche si incrociano
per conoscere
nella pluralità
di pensieri
contro dogmi
e universalismi
multidisciplinare
multilinguaggio
multistile
multiverso

Forum Editrice Universitaria Udinese Università degli Studi di Udine in collaborazione con cdm associati - comunicazione e visual design in collaborazione con Altreforme - ricerca / web&multimedia / formazione
Privacy Policy