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La ragnatela dello stagno

di Alfredo Altobelli

Una serie di stagni, i Laghetti delle Noghere nel comune di Muggia (Trieste), può rappresentare un ottimo esempio per iniziare a studiare il funzionamento dei sistemi ecologici e per comprendere il rischio che tali sistemi corrono a causa dell’introduzione di specie alloctone.
Eugene Odum, uno tra i maggiori ecologi della nostra storia, nel suo testo Fundamentals of Ecology (1953) – Basi di ecologia nell’edizione italiana (1988) –, riporta lo stagno come esempio didattico di un piccolo sistema ecologico. Nato nel 1913, Eugene Odum aveva appreso dal padre, uno stimato sociologo, che la soluzione di un problema si poteva proficuamente ottenere non analizzando una parte per volta, ma guardando l’insieme da angolature diverse come un intero. Secondo questa visione sistemica, le proprietà di un sistema vivente sono proprietà del tutto, che nessuna delle parti possiede.
Il concetto era stato in realtà introdotto, molto tempo prima, da Alexander von Humboldt nell’opera Osservazioni della Natura (Ansichten der Natur), pubblicata nel 1808, pochi anni dopo il suo leggendario viaggio nelle Americhe. Oggi Humboldt è riconosciuto come un pioniere del cardine stesso della teoria ecologica: la natura è un indissolubile sistema dinamico, la cui sostanziale unità ed equilibrio sono frutto delle infinite serie di relazioni interne che collegano le sue componenti (una ragnatela). Il suo incessante mutamento di fisionomia nel tempo e nello spazio in ogni luogo sulla Terra è la manifestazione tangibile del modificarsi di tali interrelazioni e della tipologia di tali componenti.
Uno stagno è un buon esempio di piccolo ecosistema, che comprende una parte non vivente, costituita da fattori abiotici che determinano le caratteristiche fisico-chimiche dell’ambiente (temperatura, umidità, luce, ossigeno, nutrienti, ecc.), e una parte vivente, o biocenosi, costituita da specie vegetali e animali.
Dal punto di vista dell’ecologo, i sistemi così formati sono l’unità di base della natura sulla Terra. I nostri naturali pregiudizi umani ci forzano a considerare gli organismi (nel senso biologico) come le parti più rilevanti di questo sistema, ma certamente i fattori inorganici sono altrettanto importanti, dato che non potrebbe esistere alcun ecosistema senza di essi. Ciò è dovuto al fatto che vi è un interscambio costante tra le sostanze organiche e quelle inorganiche. Questo tipo di approccio, sistemico per l’appunto, comporta una visione della realtà come rete inseparabile di relazioni (ragnatela), quella che Fritjof Capra chiama ‘rete della vita’ (1996) nel libro pubblicato con lo stesso titolo.
Così come la comunità biologica, anche l’ecosistema ha confini nello spazio non sempre delineabili con chiarezza. Apparentemente uno stagno è nettamente separato dagli ambienti terrestri circostanti, sebbene i suoi confini non siano così definiti. Lungo le rive sono presenti piante, come le canne e le tife, che vivono in parte nell’acqua e in parte nel terreno umido; anfibi che vivono sia sulla terraferma sia nell’acqua; alberi ripari che lasciano cadere le foglie in acqua, arricchendo lo stagno di detrito organico per i decompositori. Tuttavia a livello concettuale si afferma che l’ecosistema ha confini, ed è perciò identificabile nello spazio. Le interazioni biologiche tra uno stagno e l’ecosistema terrestre sono state oggetto di uno studio molto interessante pubblicato su «Nature» da Tiffany M. Knight et al. nel 2005, intitolato Trophic cascades across ecosystems. Questa ricerca tratta il concetto di cascata trofica (trophic cascade): cambiando l’abbondanza di una specie a livello trofico più elevato, si può causare un effetto a cascata sui livelli trofici inferiori. I ricercatori hanno scoperto che la presenza di pesci nello stagno facilita indirettamente la riproduzione delle piante terrestri. Infatti i pesci, cibandosi delle larve di libellule, riducono la presenza di libellule adulte che, nutrendosi di insetti impollinatori, annullano la possibilità di impollinazione e quindi la riproduzione e propagazione delle specie vegetali. Pertanto, meno libellule ci sono, grazie ai pesci, maggiore sarà la copertura di piante che si servono degli insetti impollinatori per riprodursi. La ragnatela delle relazioni va quindi ben oltre quella che è la nostra percezione del confine di un ecosistema.
Ma ritorniamo ai Laghetti delle Noghere, da cui eravamo partiti, che ho avuto modo di visitare con alcuni miei colleghi durante l’estate appena trascorsa. I laghetti, in realtà degli stagni, rappresentano un ottimo laboratorio di ecologia ‘a cielo aperto’ per gli studenti del mio corso, dove i concetti teorici trovano corrispondenza nella realtà.
La comunità biotica degli stagni è stata, però, completamente alterata per la presenza fin troppo consistente di tartarughe e pesci portati da persone che, in buona o cattiva fede, completamente ignare delle relazioni ecologiche che regolano gli equilibri della natura, non riuscivano più a gestire in ambiente casalingo le dimensioni consistenti degli esemplari acquistati in precedenza nei negozi di animali.
Il risultato di questo irresponsabile comportamento è la presenza attuale di oltre duecento tartarughe della Florida (Trachemys scripta elegans) – o Tartaruga dalle orecchie rosse –, che stanno allontanando totalmente la Tartaruga europea (Emys orbicolatus), quella locale. Infatti, l’unica coppia di tartarughe autoctone è stata da noi trovata in un piccolo stagno temporaneo delimitato da una rete di recinzione, che impedisce la frequentazione dell’area alle persone.
Le due specie di tartarughe, occupando la stessa nicchia ecologica, sono in competizione per le risorse alimentari e per i siti di basking (siti per esporsi al sole). Trachemys ha dimensioni maggiori di Emys e un’attività giornaliera molto più intensa, che le permette di predominare sulla specie locale.
L’introduzione di questa specie esotica rappresenta una minaccia alla biodiversità complessiva dell’ecosistema, poiché la problematica non si limita solo alla competizione con la tartaruga autoctona, ma si riflette anche sulla comunità dei macroinvertebrati acquatici e degli anfibi, oltre che sulla vegetazione.
I giovani di Trachemys seguono una dieta prevalentemente carnivora, mentre gli adulti diventano onnivori. Nella loro dieta vi è la presenza di molti organismi vegetali la cui quantità aumenta con l’aumentare di taglia dell’individuo.
Come conseguenza di questo fatto si può già notare una progressiva riduzione della vegetazione acquatica dei laghetti, ad esempio della superficie a canneti, dovuta al superamento della capacità portante dell’ambiente rispetto all’ospite esotico.
Sembrerebbe proprio che la ‘ragnatela’ dei Laghetti delle Noghere abbia reagito all’intensa presenza del nuovo predatore come una vera e propria ragnatela che, investita da un sasso, non può opporsi alla perturbazione e mantenere struttura e funzioni intatte. Tale fenomeno invasivo, favorito dall’uomo, ha compromesso il tasso di resilienza dell’ecosistema che, per essere riportato all’equilibrio, abbisognerà di un secondo intervento umano che in qualche modo allontani l’intrusa; peccato, perché lei, l’intrusa, non ha alcuna colpa.

© Riproduzione riservata

Alfredo Altobelli

Alfredo Altobelli è ricercatore in Ecologia presso l’Università di Trieste e docente dei corsi di Ecologia e Informatica applicata all’ecologia (laurea triennale in Biologia) e di Telerilevamento delle risorse naturali (laurea magistrale in Biologia ambientale).

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