Pubblicato in: n. 11 Misura /

Il senso della misura

di Fabio Polidori

«C’è sulla Terra una misura?», chiede inesorabile il poeta. «Non ce n’è alcuna», è subito costretto a rispondere. Asserzione del tutto in controtendenza rispetto a quanto proviene a ciascuno di noi attraverso l’esperienza, qualsiasi esperienza, ‘alta’ o ‘bassa’. Da dove, allora, una risposta così sorprendente? Giusto per non liquidare la faccenda rispedendola al mittente (male che vada alla bizzarria di un creativo oppure su su fino all’interna necessità del dire poetico), azzardiamo che questi potesse intendere semplicemente che la Terra in quanto ‘luogo di tutte le cose’ non contiene o non concede, di per sé, alcuna misura. Se una misura c’è, questa sarebbe l’uomo, da intendersi di conseguenza come creatura non del tutto terrestre, non completamente riconducibile alla terrestrità. Andare però ora alla ricerca di quale altro luogo, oltre alla Terra (e dunque necessariamente trascendente, per lo meno in senso tecnico), possa essere destinato all’uomo, comporterebbe una inesorabile perdita di contatto con la questione. Accontentiamoci dunque di ritenere che sulla Terra non c’è misura senza l’uomo e, a partire da qui, cerchiamo di capire un paio di cose. Innanzitutto, cosa possa voler dire che tutto sulla Terra ha, in qualche modo e sotto qualche rispetto, la possibilità di diventare oggetto per una misurazione. E, inoltre, se ci sia qualcosa di irriducibile a qualsiasi tentativo di misurazione. Le due questioni hanno portata radicalmente diversa, nonostante possano in prima istanza offrire qualche elemento di somiglianza, tale da trovarsi subito in una sorta di contraddizione (se tutto è misurabile non vale la seconda e se c’è qualcosa di non misurabile non vale la prima). Hanno portata diversa perché richiedono due modalità di indagine radicalmente distinte. L’una, infatti, chiede a partire dall’assunto che nulla, sulla Terra, nulla di terrestre insomma, possa sottrarsi alla misurazione. E qui il ‘qualcosa di terrestre’ diventa quasi un sinonimo di ‘oggetto’, tanto da indurre a ritenere che siamo di fronte a una sorta di tautologia: un oggetto non sarebbe infatti tale se non fosse anche in certo modo misurabile. Se dunque tutto, sulla Terra, ha la possibilità di diventare oggetto di una misurazione (il che non significa che lo sia sempre e comunque), ciò implica che la misurabilità e la misura sono senz’altro modalità attraverso le quali chi misura – l’uomo, per farla breve – si rapporta alle cose, a tutte le cose. Tutte le cose, l’intera dimensione terrestre, può per qualche riguardo ritrovarsi a essere oggetto di misurazione, ossia, semplicemente, oggetto. Non ci vuole molto a capire dove può condurre questa breve considerazione: se tutto è riducibile a oggetto, è possibile in linea di principio che tutto ciò che è venga per così dire ‘inghiottito’ dall’oggettività. Questo dilagare dell’oggettività altro non sarebbe se non il riverbero dello strapotere di quella soggettività misurante che appartiene, a dare retta al poeta, esclusivamente all’uomo in quanto non completamente terrestre. Con questa considerazione dovremmo allora avere risposto in certo qual modo anche all’altra questione, se ci sia cioè qualcosa di irriducibile a qualsiasi tentativo di misurazione: sì, l’uomo appunto, nel suo non essere completamente terrestre. Ma tale risposta rischia di farci rimbalzare immediatamente su un piano di trascendenza, su un piano cioè sul quale si perde altrettanto immediatamente non solo la misura ma anche il suo senso. Se dunque non vogliamo accontentarci dell’ipotesi che la misura provenga dalla semplice non terrestrità dell’uomo, dobbiamo cercare, su questa Terra, ossia all’interno della terrestrità stessa, qualcosa che non possa ridursi a oggetto di misura, a oggetto misurabile, a oggetto. In realtà, questo qualcosa lo abbiamo costantemente, non dico sotto gli occhi, ma accanto e intorno; è una dimensione che accompagna sempre qualunque azione e qualunque agire. Anzi, si potrebbe addirittura indicare questa dimensione come l’‘agire’. A condizione, però, di una precisazione decisiva: l’agire non va qui considerato come la dimensione astratta in cui collocare ogni azione dell’uomo, ma piuttosto come quel costante avere a che fare con ciò che ci sta intorno, come cioè il rapporto – continuo e mai interrotto – con le cose. Un rapporto, in tale senso, che non dipende esclusivamente dall’iniziativa dell’uomo (o di un individuo) in quanto soggetto (appunto agente) che manipola tutto ciò che di oggettivabile gli sta intorno, ma un rapporto in cui l’accessibilità alle cose, per l’uomo, risulti e derivi anche dalle cose stesse. Un rapporto in cui la misurabilità delle cose non dipenda esclusivamente dall’iniziativa di un soggetto, ma dove semmai il soggetto – a sua volta e preliminarmente – si trovi nella possibilità, concessa proprio dall’avere accesso alle cose, e quindi in certo modo concessa dalle cose, di modulare il rapporto stesso. E soprattutto: anche in termini di misura.
Stiamo sfiorando la tautologia? Solo in apparenza. Nel senso che il riconoscimento del sussistere delle cose non coincide affatto con il riconoscimento del rapportarsi ad esse. Nel primo caso il ‘soggetto’ ha infatti la possibilità di concepirsi in quanto isolato e in certo modo autosussistente e, di conseguenza, considerare il rapportarsi alle cose come un momento secondo, un gesto del tutto autonomo, volontario. Nel secondo caso, invece, riconoscere che il rapportarsi alle cose è la dimensione primaria entro la quale risulta possibile il costituirsi di una polarità soggettiva e di una polarità oggettiva, significa acquisire una sorta di consapevolezza del carattere finito, necessariamente limitato e costantemente arrischiato della dimensione soggettiva. Stare in rapporto con qualcosa, ancorché implichi la possibilità di un dominio, non necessariamente consente sempre e comunque la radicale sottomissione dell’altra polarità. Anche in un caso come quello della misurazione, dove sembrerebbe che a tutto, a ogni cosa, possa venire applicata una misura. «La misurabilità è una proprietà della cosa, appartiene ad essa o all’uomo che misura o a che altro?», si chiedeva Martin Heidegger nel corso di un seminario tenuto a Zollikon, in Svizzera, di fronte a una ristretta cerchia di medici e di uomini di scienza, insistendo sul fatto che non ce la caviamo se tentiamo di dare una risposta in un senso o in un altro, nel senso della cosa o nel senso dell’uomo. Di lì a poco, infatti, la presunta prerogativa soggettivistica del misurare e del prendere misure viene messa radicalmente in discussione dalla tesi secondo la quale «il misurare in quanto misurare è essenzialmente qualcosa di non misurabile».
Questa tesi dice che non c’è misura per la misura e che ogni misurare, nonostante il suo carattere necessario e forse ineluttabile, nonostante in esso si dia un’attribuzione di senso alle cose, proviene sempre anche da una preliminare – anche se non formulata – richiesta di senso, appunto, circa il senso non da dare alle cose, bensì del trovarsi in rapporto ad esse. Relativamente alla domanda intorno al misurare, allora, il punto è che dovremmo dare – o per lo meno tentare di dare – una ‘risposta’ non tanto a ‘cosa è una misura?’ o ‘cosa è misurare?’, quanto al senso del nostro rapporto con le cose che nel misurare è contenuto e si esprime: una risposta che, quanto meno, possa prendere le distanze dal precipitarsi da una parte o dall’altra, per mantenere invece aperta la questione, per ricordare quanto in tale questione è in gioco. E non tanto, direi, in attesa di trovare la soluzione del problema, ma proprio per non perdere il senso della misura.

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Fabio Polidori

Fabio Polidori è docente di Filosofia teoretica all’Università di Trieste. Si occupa, in particolare, del rapporto tra la questione della soggettività e i linguaggi della filosofia. Redattore della rivista «aut aut», ha curato e tradotto dal francese opere di Bergson, Deleuze, Foucault, Ricœur. Tra i suoi libri, ‘Necessità di una illusione. Lettura di Nietzsche e Passi indietro. Su verità, soggetto, altro’ (Bulzoni, Roma 2007, 2012).

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