Pubblicato in: n. 11 Misura /

Ti farò fuori, ma con misura

di Alessandro Minelli

Tre ricordi, dagli anni dell’adolescenza.

Scena prima. Un gatto si è impadronito di un passero. Lo afferra con le dita unghiute, lo lascia, lo riprende. Sembra giocare con la povera vittima. Ma, alla fine, la uccide, la lascia sul terreno immobile, e presto fredda, come una palla. C’è da stupirsi? Il gatto è un predatore. E un predatore, prima di iniziare il suo pasto, uccide necessariamente la preda. Quello che mi turba è lo spreco, quella vittima ammazzata dalla quale il predatore staccherà appena un boccone, e forse nemmeno quello. Un gesto senza misura.

Scena seconda. Questa volta, il predatore sono io. Cacciatore di coleotteri, avviato forse a sprecare piccole vite con una disinvoltura anche maggiore di quella di un gatto. Verso il tramonto, sui rami più grossi dei vecchi salici piangenti lungo le sponde del Sile, il mio fiume, fanno la loro passeggiata i tabachèri, splendidi coleotteri dalle lunghe antenne, ammantati di una livrea metallica che brilla di verde e di azzurro. Presi in mano, emanano un odore inconfondibile, inatteso ma non sgradevole, che dà ragione del loro nome scientifico (Aromia moschata) e anche di quello dialettale: quest’ultimo risale ai tempi in cui era comune l’uso del tabacco da fiuto e uno di questi insetti finiva spesso nelle tabacchiere, ad aggiungere il proprio aroma a quello di un buon trinciato. Nelle aromie, come spesso nei coleotteri, i maschi hanno le antenne assai più lunghe di quelle delle femmine, ma in compenso hanno mole minore. E questa è la regola presso la maggior parte degli animali. A parte i mammiferi, e ciò potrebbe indurci a meraviglia. Ma un giovane entomologo impara presto la lezione…
Quella sera, tuttavia, mi capitò tra le mani una bestiola così piccola che, sulle prime, dubitai potesse trattarsi davvero di un’aromia. Lunga sì e no due terzi del normale, così leggera che ce ne sarebbero volute quattro per fare un’aromia degna della sua specie. Per un anno o due vantai questo esemplare come uno dei pezzi più curiosi della mia collezione d’insetti, ma un giorno mi accorsi che il suo caso non era poi così strano. Fatti simili accadevano proprio sotto i miei occhi, a danno dei mobili di casa. Anche fra i tarli – che sono coleotteri al pari delle aromie – compariva qualche volta un individuo molto più piccolo del solito, peraltro normale nelle sue forme e, con ogni probabilità, sano e capace di riprodursi. Cercai di farmene una ragione. Le dimensioni dell’adulto, in questi insetti, dipendono dalle risorse che l’individuo ha avuto a disposizione durante la sua vita larvale. Da adulto, infatti, non potrà più crescere, imprigionato com’è in uno scheletro esterno che equivale a una corazza, leggera ma indeformabile. Tarli e aromie hanno in comune le condizioni di vita larvale, gli uni e gli altri crescendo all’interno di una prigione che non possono lasciare prima di tramutarsi in adulti. L’intera loro vicenda dipende dal sito in cui, un giorno, la madre ha deposto le sue uova e dalla qualità del legno dentro al quale la larva si è trovata a scavare la sua galleria. Se quel legno è capace di assicurare appena la sopravvivenza della larva, da questa prenderà origine un adulto di dimensioni stentate. Nessuna possibilità di sterzare verso una vena di legno più succosa e nutriente. Da vivo o da morto, l’albero riesce a manipolare la vita del piccolo insetto, a imporgli la sua misura.

Scena terza. Di recente sono riuscito a strappare a mia madre il consenso ad allevare in casa qualche bruco, a patto di tenerlo confinato in camera mia. Adesso sto seguendo un paio di neri bruchi di vanessa e una piccola schiera di verdi bruchi di cavolaia. Quest’ultimi, da un paio di giorni, hanno smesso di mangiare e si preparano a diventare crisalidi. La metamorfosi è vicina! Uno di questi bruchi, però, è diverso dagli altri. Se fosse un essere umano, direi che è più svogliato; quello che è certo è che il suo colore è insolito, e vorrei sapere perché. La risposta arriva presto. Mentre gli altri bruchi, in effetti, si trasformano in crisalidi, appese con la testa all’ingiù e sorrette da una cintura di seta, dal corpo del bruco triste esce una folla di piccole larve bianche, ciascuna delle quali, senza allontanarsi, fila rapidamente un suo minuscolo bozzolo di color giallo zolfo. Alla fine, quello che resta del bruco è una spoglia vuota, tutta ricoperta da questi bozzoli. Ci vorranno pochi giorni per vedere la conclusione della vicenda. Dai piccoli bozzoli gialli escono altrettante minuscole vespine nere. La loro madre aveva deposto una cinquantina di uova nel giovane bruco. La vita di queste vespine non è quella, senza misura, del predatore che intanto uccide, e poi la sua fame, il suo umore, o la presenza di competitori decideranno quanto della vittima sarà davvero consumato da chi l’ha abbattuta.
La vita di queste vespine non è nemmeno quella del parassita, che sfrutta senza uccidere, non solo perché la sopravvivenza della propria vittima è necessaria per la sua stessa vita, ma anche perché in genere le sue dimensioni sono minuscole, rispetto a quelle della vittima, e la sua vita è assai più breve. È un pidocchio tra i capelli di un uomo, o un plasmodio della malaria nel suo fegato o nel suo sangue. Né predatori né parassiti, queste vespine sono invece dei parassitoidi – assassini a termine, vere bombe ad orologeria. Insuperabili, nell’arte di logorare con misura le loro vittime. All’inizio della vicenda, esse sono minuscoli nemici che consumano le parti meno vitali della loro vittima, consentendo a questa di crescere, quasi in modo normale. Intanto, però, dentro di lei si sviluppano anche gli insidiosi parassitoidi. Questi si preparano a completare il loro pasto, quanto basta a potersi trasformare in vespine adulte, proprio quando la vittima ha raggiunto, a sua volta, il massimo delle dimensioni e sta per iniziare una metamorfosi che la sorte, però, le ha ormai definitivamente negato.
Quanto alle larve delle vespine, se avessero mangiato troppo in fretta, avrebbero ucciso la loro vittima eccessivamente presto, e sarebbero morte con essa. Se avessero mangiato troppo lentamente, il bruco si sarebbe potuto mutare in farfalla, magari malaticcia, e per loro la sorte sarebbe stata egualmente funesta. A spese di un povero bruco, questi parassitoidi insegnano che nella vita puoi anche far fuori la tua vittima ma, se non puoi contare su aiuti esterni, devi farlo con misura.

© Riproduzione riservata

Alessandro Minelli

Alessandro Minelli è docente di Zoologia all’Università di Padova. Membro di accademie e organizzazioni italiane ed internazionali, è autore di numerosi libri ed articoli di divulgazione scientifica. Tra le sue ultime pubblicazioni, 'Forme del divenire. Evo-devo: la biologia evoluzionistica dello sviluppo' (Einaudi, Torino 2007).

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