Pubblicato in: n. 12 Margine /

Crisi e marginalità sociale, cosa sta cambiando veramente

di Giuseppe De Rita

Ci sono almeno due vizi antichi quando si parla di marginalità sociale, disagio o povertà: il primo è quello di voler contare i poveri, esprimerli con un numero che, al tempo della comunicazione spettacolo, più è alto più colpisce; il secondo vizio è quello di premettere al sostantivo ‘poveri’, l’aggettivo ‘nuovi’, così da prefigurare l’arrivo di un mondo a parte, che poco o nulla ha a che vedere con quello precedente.
Due vizi antichi, diventati stereotipi che poco fanno capire di come evolvono le marginalità sociali, che volto vanno assumendo e, di conseguenza, cosa possono significare per la nostra società.
Questo non significa che la crisi non abbia dato una sua impronta specifica anche a questo fenomeno: è inevitabile infatti che una crisi partita come finanziaria, e lontana ed eterea, e poi tracimata, prima nell’apparato produttivo e, tramite lo squilibrio del bilancio pubblico, nel welfare e direttamente nei bilanci familiari anche dei nuclei più fragili, producesse non solo un aggravio della marginalità, ma una sua maggiore articolazione e, per questo, complessità.
Per dare un valore di riferimento di quanto essa stia toccando soggettualità considerate tutto sommato solide in un passato recente, si consideri che una indagine CENSIS fissa in circa 2,5 milioni le famiglie che dichiarano di avere avuto qualche forma di aiuto da soggetti dell’economia sociale, come associazionismo, terzo settore o volontariato. L’aiuto riguarda una molteplicità di servizi e prestazioni, dalla sanità all’assistenza sociale, all’educazione ecc.
Sono famiglie che quindi non hanno fatto ricorso o non hanno fatto solo ricorso all’aiuto formalizzato – quello del welfare codificato, dagli ammortizzatori sociali ai vari strumenti previsti –, ma che di fronte all’insorgere di un problema, spesso improvviso – come la perdita del lavoro e magari la contemporanea e improrogabile necessità di pagare bollette, rate del mutuo o altro – hanno fatto ricorso anche alla rete informale, quella del terzo settore, del volontariato, che molto ha operato e sta operando nel fare rete di protezione minuta.
È evidente che, con la crisi, oltre che da parte dei soggetti più tradizionalmente coinvolti da percorsi di povertà ed esclusione sociale, si è impennata la richiesta di aiuti e supporti anche da parte di nuove figure entrate in condizioni di disagio sociale: precari che hanno perso il lavoro, nuovi disoccupati con oltre cinquant’anni e con difficoltà per rientrare nel mercato del lavoro, famiglie alle prese con debiti, stranieri che hanno perso il lavoro a rischio di rientro nel proprio Paese, artigiani, commercianti che hanno dovuto cessare l’attività, imprenditori finiti in fallimento ecc.
Tra tutti, è agli esodati che è toccato rappresentare, nell’immaginario collettivo, il paradigma del nuovo disagio, in quanto persone che magari sono state dentro percorsi lavorativi sino a un certo punto solidi, fatti di reddito fisso e buona contribuzione pensionistica, ma che, per effetto di un editto dall’alto, si sono visti scaraventare in un limbo fatto di due negazioni: non lavoro-non pensione.
Ecco un tratto significativo di alcune delle nuove marginalità, se proprio vogliamo usare questa definizione, che in fondo nascono dall’allungamento della speranza di vita e dall’inadeguatezza delle nostre istituzioni di welfare e, in generale dalle istituzioni di copertura ed indirizzo della dinamica sociale; il ritrovarsi soggettivamente, magari ben oltre la mezza età, in una dimensione tutta nuova fatta di incertezza, di indefinitezza e assenza di riferimenti certi, e tutto ciò quando si pensava di potere finalmente tirare i remi in barca.
Una sensazione psicologica di essere risucchiati verso sabbie mobili, quando si pensava di avere i piedi su terreno solido, garantiti e ormai veleggianti verso una fase in cui poter beneficiare dei frutti di una vita di lavoro.
Questa dimensione soggettiva è fondamentale per definire i nuovi contesti di marginalità: la crisi infatti, accelerando il rattrappimento del welfare, non fa altro che portare fuori, con una certa rapidità e all’improvviso, soggetti che sino a poco tempo prima erano dentro la cittadella della sicurezza sociale, lasciandoli soli a fronteggiare la materializzazione di rischi sino a poco tempo prima ridistribuiti su tutta la comunità.
Perdita del lavoro, mancanza di pensione, e poi magari problemi di salute (se non altro per gli impatti psicosomatici di situazioni di improvvisa estrema difficoltà personale) diventano problemi del singolo, facendo scattare un’altra dimensione che connota oggi le marginalità sociali e il grado di coinvolgimento delle singole persone: la disponibilità di reti relazionali.
È chiaro che la rete di protezione fondamentale nel nostro Paese è quella familiare, vera piattaforma di welfare che ridistribuisce le risorse tra i suoi membri, dai più robusti ai più fragili, e che poi le mette insieme, massimizzando la tutela rispetto ai rischi dei singoli. Chi non dispone di reti solide, o è dentro reti familiari già ipersollecitate dagli effetti della crisi, ha un rischio molto più alto di cadere e di farsi male.
Quindi, se proprio vogliamo andare oltre la diatriba tra povertà tradizionale, nuove povertà, povertà economica e disagio multidimensionale – diatriba antica e ormai poco utile sul piano della comprensione dei fenomeni – bisogna guardare agli effetti che ha sulla vita delle persone il trasferimento di una quota importante della copertura dai grandi rischi direttamente sulle loro spalle.
La crisi sta dicendo che il meccanismo di copertura del welfare classico non è più sostenibile e a ciò si sta reagendo trasferendo più o meno surrettiziamente il costo di questa realtà sui privati, trascinando persone un tempo tranquille fuori dalla cittadella della sicurezza: c’è tanto ex ceto medio in questa caduta libera, e la dimensione psicologica non è secondaria, perché si tratta di persone chiamate a combattere dopo anni di vita molto pacifica.
Più che nuove marginalità, in fondo, assistiamo ad una accelerazione intensa, in tempi ristretti, di derive che da tempo erano state segnalate, dallo smottamento del ceto medio al rattrappimento del welfare. Il combinato disposto moltiplica la marginalità sociale, e la rende vita vissuta quotidianamente per tanti che sino a poco tempo fa la guardavano da lontano.

© Riproduzione riservata

Giuseppe De Rita

Giuseppe De Rita è il presidente della Fondazione CENSIS (Centro Studi Investimenti Sociali). Svolge un’intensa attività pubblicistica, partecipando ai più importanti convegni e dibattiti sulle condizioni e lo sviluppo della società italiana. Ha pubblicato numerosi libri tra i quali l’ultimo, ‘L’eclissi della borghesia’ (Laterza, Roma-Bari 2011) assieme ad Antonio Galdo.

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