Pubblicato in: n. 12 Margine /

Un confine del mondo da Sallustio ai giorni nostri

di Renato Oniga

Fernand Braudel avrebbe parlato di ‘lunga durata’. Nel 2011, la primavera araba ha riportato al centro dell’attenzione internazionale una piccola località nel Golfo della Sirte, chiamata Ras Lanuf. Quella che oggi è una strategica raffineria di petrolio, al confine tra la Tripolitania e la Cirenaica, e per questo lungamente contesa nella guerra che ha opposto il regime di Gheddafi ai ribelli di Bengasi, ha in realtà una storia molto antica, che ci parla del simbolismo dei confini, dell’eroismo e del sacrificio.
Non a caso, proprio a Ras Lanuf, per celebrare l’inaugurazione della strada litoranea libica, costruita dall’amministrazione coloniale italiana, nel 1937 venne eretto, ad opera dell’architetto Florestano Di Fausto, un arco trionfale, in seguito distrutto durante la seconda guerra mondiale, ma di cui rimangono raffigurazioni fotografiche e disegni sulle emissioni filateliche celebrative dell’evento.
Perché tanta attenzione a questo luogo, in apparenza così insignificante? Gli italiani avevano identificato, a dire il vero non del tutto correttamente dal punto di vista archeologico, la moderna Ras Lanuf con l’antica Are dei Fileni (oggi si pensa piuttosto alla vicina Muktar – Ras el Aali). Di questa località ci parla per la prima volta lo storico latino Sallustio, nel capitolo 79 del Bellum Iugurthinum. L’autore riporta in proposito una curiosa leggenda di fondazione, da me analizzata anni fa in un saggio (Il confine conteso, 1990).
In sintesi, ecco come si sviluppa il racconto. Fra Cirene e Cartagine – dice Sallustio – «dopo che da entrambe le parti gli eserciti erano stati spesso sconfitti e messi in fuga, e i due contendenti avevano reciprocamente logorato le loro forze, durante una tregua si stabilisce un accordo: in un giorno prestabilito, alcuni delegati sarebbero partiti dalle loro rispettive città e, nel luogo dove si fossero incontrati, lì sarebbe stato stabilito il confine tra i due popoli». Dunque, un agone atletico sostituisce lo scontro militare, e i campioni cartaginesi, due fratelli chiamati appunto Fileni, furono più veloci degli avversari, riuscendo ad assicurare un confine vantaggioso per la loro patria. Ma vennero subito accusati di imbroglio dagli avversari sconfitti, e per dimostrare la loro lealtà, dovettero infine accettare di essere sepolti vivi in quel luogo.
Il racconto, che lo stesso Sallustio presenta come una leggenda, dalla vaga collocazione cronologica e dall’atmosfera decisamente fiabesca, ha in effetti numerosi paralleli, antichi e moderni, nelle culture più diverse, perché sviluppa il tema narrativo chiamato da Milko Maticˇetov ‘corsa per il confine’, con l’inevitabile commistione di gara e inganno. Nei racconti folclorici, questo motivo è diffuso in un’area molto vasta, che va dalla Norvegia alla Svizzera fino alla Croazia, con particolare diffusione nell’area ladina, Friuli compreso (in particolare Resia e Sauris), come è stato messo in luce da Gian Paolo Gri («Ce fastu?», 69, 1993). Nella strategia narrativa sallustiana, al motivo della ‘corsa per il confine’ si somma quello del ‘sacrificio di fondazione’, che contribuisce a definire in modo ancor più forte il valore simbolico di un ‘confine del mondo’, che la leggenda vuole comunicare.
Si tratta di una riflessione sul concetto di ‘frontiera’, più precisamente sul come stabilire un punto di confine giusto. Lo schema di rappresentazione dello spazio qui applicato, ovvero quello di due cursori che, partendo da estremità opposte, si incontrano in un punto mediano, è lo stesso che si ritrova nella leggenda di fondazione dell’oracolo delfico. Si narra infatti che il dio, volendo individuare il centro del mondo, lanciò dalle estremità dell’Oriente e dell’Occidente due aquile: esse si incontrarono appunto a Delfi, dove sarebbe sorto il famoso santuario.
Nel racconto sallustiano, alla prova preliminare, costituita appunto dalla ‘corsa per il confine’, fa poi seguito la prova principale degli eroi: sacrificare la propria vita per difendere il posto conquistato. Il sacrificio di fondazione attribuisce perciò alla frontiera una pregnanza ancora più forte, perché il rito di sacrificare vittime, umane o animali, nelle fondamenta delle costruzioni e delle città, allo scopo di creare degli spiriti guardiani, è pressoché universale nel folclore, e anche nel mondo romano è ampiamente attestato, ad esempio nel rituale dell’infissione dei segni di demarcazione, detti in latino termini.
Il sito di Are dei Fileni rimase dunque uno dei ‘confini forti’, canonici nel mondo antico, segnando uno spartiacque tra diverse civiltà, che nel corso dei secoli furono dapprima quella greca e cartaginese, e poi nell’età imperiale quella greco-orientale e romano-occidentale. La registrazione della località di Arae Philaenorum, a dispetto delle dimensioni pressoché insignificanti dell’insediamento, mantenne a lungo un grande rilievo nella cartografia antica e medievale, a partire dalla famosa Tabula Peutingeriana, la più antica mappa dell’impero romano.
Ancor oggi, queste antiche leggende ci ricordano la sempre ricorrente tragedia delle guerre, ma anche la possibilità di evitarle per mezzo di soluzioni arbitrali. La mentalità degli antichi sapeva pensare con serietà la guerra, ma sapeva anche immaginare modi possibili per arrivare alla pace.

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Renato Oniga

Renato Oniga è docente di Lingua e letteratura latina presso l’Università di Udine. È autore di quasi cento pubblicazioni scientifiche e divulgative, tra le quali ricordiamo: ‘I composti nominali latini ‘(Pàtron, Bologna 1988), ‘Il confine conteso’ (Edipuglia, Bari 1990), ‘Sallustio e l’etnografia’ (Giardini, Pisa 1995), Tacito, ‘Opera omnia’ (Einaudi, Torino 2003), ‘Il latino. Breve introduzione linguistica’ (Franco Angeli, Milano 2007), Plauto, ‘Anfitrione’ (Marsilio, Venezia 2012). È direttore della rivista «Lingue antiche e moderne».

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