Pubblicato in: n. 13 Due /

Il dualismo epistemologico

di Simona Chiodo

Quale relazione c’è tra un essere umano che cammina e la linea dell’orizzonte? Potremmo rispondere che la loro relazione è frustrante: l’essere umano fa un passo in avanti verso la linea dell’orizzon-te e, ai suoi occhi, essa fa un passo indietro, e, ancora, l’essere umano continua a fare passi in avanti verso la linea dell’orizzonte e, ai suoi occhi, essa continua a fare passi indietro. Il primo è destinato a non poter toccare la seconda. Potremmo dire, allora, che la loro relazione è dualistica: c’è un limite insuperabile che separa il primo dalla seconda – la condicio sine qua non della loro relazione è paradossale, perché è l’insuperabilità della loro distanza. In particolare, l’essere umano può guardare, ma non può toccare, la linea dell’orizzonte.
La relazione dualistica tra l’essere umano che cammina e la linea dell’orizzonte, che potrebbe apparire frustrante, sembra essere il paradigma di alcune relazioni umane essenziali, a partire dalla relazione epistemologica tra un soggetto e un oggetto. Una delle matrici fondative della cultura occidentale, il libro della Genesi, parla di qualcosa che potremmo definire una relazione epistemologica dualistica: «Dio il Signore ordinò all’uomo: “Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai”» (2, 16-17). Ancora, c’è un essere umano che può guardare, ma non può toccare, l’oggetto della sua attenzione che, qui, è stricto sensu epistemologica (arrivare al possesso dell’albero significa arrivare a conoscere il bene e il male) e, nel caso dell’essere uma-no che cammina e della linea dell’orizzonte, è lato sensu epistemologica (arrivare al possesso della linea dell’orizzonte significa arrivare a conoscere, se non altro, la linea dell’orizzonte). Ma quale senso può avere una relazione epistemologica dualistica, che sembra frustrante, e altrettanto paradossale? In particolare, perché l’unica relazione possibile tra l’essere umano che cammina e la linea dell’orizzonte, e tra Adamo ed Eva e l’albero della conoscenza del bene e del male, è una distanza il cui superamento è addirittura ‘mortifero’ («perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai»)?
Una risposta possibile è la seguente. La cosa ‘mortifera’ che l’essere umano che cammina farebbe se arrivasse al possesso della linea dell’orizzonte è smettere di camminare: otterrebbe il possesso della linea dell’orizzonte e, insieme, il possesso della sua conoscenza, ma perderebbe la ragio-ne che spinge il suo cammino a continuare, ovvero l’idealità di una linea dell’orizzonte che continua a essere l’oggetto della sua attenzione perché rimane un mistero conoscitivo inesauribile, cosa che spinge il suo cammino a continuare comunque. La lezione che potremmo imparare è che ciò che appare più importante per un essere umano è la continuazione infinita del suo esercizio conoscitivo (cioè del suo cammino), e non il possesso una tantum dell’oggetto del suo esercizio conoscitivo (cioè della linea dell’orizzonte): la cosa che sembra essere la meno ‘mortifera’, e la più ‘vitale’, per un essere umano è la continuazione infinita di una relazione epistemologica (che, per poter essere infinita, deve essere dualistica, ossia insaturabile), e non il possesso una tantum di un contenuto epistemologico.
La Genesi sembra parlare di qualcosa di analogo. Potremmo dire che, quando Adamo ed Eva toccano, e addirittura mangiano, i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male, compiono un atto ‘mortifero’ perché, se è vero che ottengono il possesso della conoscenza tout court, è anche vero che perdono, con altrettanta radicalità, la ragione che spinge il loro conatus conoscitivo a continuare. È l’idealità di un albero della conoscenza del bene e del male che continua a essere l’ogget-to della loro attenzione perché rimane un mistero conoscitivo inesauribile la cosa che spinge il loro conatus conoscitivo a continuare comunque. Allora, e ancora, la cosa che sembra essere la meno ‘mortifera’, e la più ‘vitale’, per Adamo ed Eva, che rappresentano l’umanità intera, è la continuazione infinita di una relazione epistemologica (il dualismo della quale è rappresentato con chiarezza dal divieto di mangiare i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male), e non il possesso una tantum di un contenuto epistemologico.
Sia l’immagine dell’essere umano che cammina verso la linea dell’orizzonte sia il libro della Genesi sembrano caratterizzare la nostra esistenza quotidiana. Immaginiamoci nei due seguenti casi:
1. Un bambino ci chiede: «Quanto fa due più due?».
2. Un bambino ci chiede: «Che cosa è la morte?».
È probabile che, nel primo caso, non ci succeda di essere indotti a mettere in atto un meccanismo epistemologico dualistico: rispondiamo che due più due fa quattro, e consideriamo la relazione che c’è tra l’oggetto della domanda e la nostra risposta saturabile e, de facto, saturata, nel senso che riteniamo la nostra risposta capace di saturare in toto l’oggetto della domanda (ossia in grado di superare in toto la sua distanza dall’oggetto della domanda). Nel secondo caso, invece, è probabile che ci succeda qualcosa di diverso, che ci costringe quasi a mettere in atto un meccani-smo epistemologico dualistico: qualsiasi sia la nostra risposta al bambino che ci chiede che cosa è la morte, ci troviamo in una situazione analoga a quella dell’essere umano che cammina verso la linea dell’orizzonte. Sentiamo infatti l’insuperabilità della distanza che c’è tra la nostra risposta e l’oggetto della domanda: qualsiasi sia la nostra risposta, la sua relazione epistemolo-gica con l’oggetto della domanda è, comunque, insaturabile e, de facto, insaturata. Abbiamo addirittura l’esigenza di continuare a replicare, per provare a dare risposte che siano, se non altro, più soddisfacenti della nostra prima risposta, quasi a dire: sentiamo persino la necessità di continuare a camminare (a riflettere), per provare a fare passi (a compiere riflessioni) che siano, se non altro, più soddisfacenti del nostro primo passo (della nostra prima riflessione).
La ragione per la quale il dualismo epistemologico è ‘vitale’ per noi è ora più chiara: ci fa continuare a riflettere. Allora, l’essere umano che continua a camminare grazie all’inarriva-bilità della linea dell’orizzonte avrà, in ultimo, muscoli più esercitati, e più promettenti, che sono più ‘vitali’ del possesso una tantum della linea stessa, ottenuto il quale il cammino finisce. E noi che continuiamo a riflettere, grazie all’inarrivabilità degli oggetti delle domande, avremo, in ultimo, un’intelligenza più esercitata, e più promettente, che è più ‘vitale’ del possesso una tantum degli oggetti delle domande, raggiunto il quale la riflessione si conclude.
E c’è una cosa ancora più importante che finirebbe se la nostra riflessione ottenesse il possesso una tantum degli oggetti delle domande. Verrebbe meno la necessità, quotidiana, di entrare in relazione con altro da noi, ossia con oggetti che, grazie al loro essere, costituiscono per noi misteri conoscitivi inesauribili. Essi rappresentano una delle occasioni più preziose che abbiamo per continuare ininterrottamente, attraverso un esercizio quotidiano, a imparare a uscire da un solipsismo ‘mortifero’; e divengono il motivo per sviluppare, viceversa, la nostra capacità di relazione, l’unica cosa che sembra essere davvero ‘vitale’ per noi.

© Riproduzione riservata

Simona Chiodo

Simona Chiodo insegna Estetica e Filosofia dell’esperienza e della conoscenza al Politecnico di Milano. Tra i suoi lavori recenti, ‘Io non cerco, trovo. Un empirismo contemporaneo’ (Bollati Boringhieri, Torino 2011), ‘Estetica dell’architettura’ (Carocci, Roma 2011) e ‘Apologia del dualismo. Un’indagine sul pensiero occidentale’ (Carocci, Roma 2013).

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