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Il burqa è l’icona dell’Afghanistan. Ma provate a cercare una sua storia. E non solo su Wikipedia. Provate a cercare un libro. In italiano, in inglese, in francese. In arabo. Provate a capire da dove viene, quando si è diffuso, e perché, cosa significa. Se è afghano, o islamico, o magari pashtun. Provate. Non troverete niente. Parliamo tanto del burqa. Ma parliamo di cosa?
Ero a Kabul. E ho pensato allora di cercare una sartoria. Una sartoria tipo Rubinacci a Napoli, o Cappelli a Firenze: una di quelle che sta lì da generazioni, e che è la storia della sartoria. Mi immaginavo un ottantenne chino su ago e filo in mezzo a rotoli di stoffa. Insieme a suo figlio. E al figlio di suo figlio. Capace di spiegarmi le tradizioni afghane, e la loro evoluzione. Ma non c’era. Il sarto dell’ultimo re era morto, e degli altri più rinomati nessuno aveva più notizie. Anche perché in un paese in cui il 97% della popolazione è sotto la soglia di povertà, i sarti così non è che siano proprio una priorità. Allora ho cercato le famiglie più in vista. Le famiglie del 3%. Ho pensato: sarà pur rimasta una di quelle case eleganti in cui si conserva tutto, con i servizi da tè dell’Impero britannico. E, nei bauli, gli abiti di un secolo fa. Non ho trovato niente. Nessuno aveva niente. In tutta Kabul. E poi a Kandahar. A Herat. A Mazar-i Sharif. In tutto l’Afghanistan. Niente.
E mi è tornata in mente una volta che ero a Gaza, durante la guerra del 2014. In un breve cessate-il-fuoco, andai in centro, da Kegham Djeghalian, un fotografo che aveva aperto il suo studio nel 1944. Il primo della città. Tutta Gaza era passata davanti alla sua Nikon. E passava ora davanti a quella di suo figlio. Per un matrimonio, una laurea, o anche solo la patente. Non è che fosse un’idea così speciale: avrei voluto fotografare dei palestinesi tra le macerie della propria casa, con una foto scattata nello stesso punto negli anni Sessanta. Ovvero, prima del 1967. Prima di Hamas, ma anche di Israele. Prima dell’Occupazione. Perché ora, mentre scrivo da Jenin, sotto gli aerei che vanno a bombardare Gaza, a cui è stata tagliata persino l’acqua, è difficile da immaginare, ma negli anni Sessanta Gaza era un po’ la Rimini del Medio Oriente. Era una città di mare. Di turisti. Con tutti i caffè sulla spiaggia, i concerti, i cinema. Le arabe in minigonna e sigaretta e capelli cotonati. Cercavo quelle foto lì. Ma anche lo studio Djeghalian era in macerie. Non esisteva più. Il suo archivio. Migliaia e migliaia di negativi. La memoria di Gaza. Tutto sparito.
E fu inutile chiedere direttamente ai palestinesi. Alcuni erano morti, altri erano andati via. E dei vivi, nessuno aveva ancora foto del genere. Troppo rischiose, con Hamas al potere. Troppo compromettenti. Avevano gettato via tutto. Tutti. Avevano tutti gettato via tutto.
E quindi, quando a Gaza, o a Kabul, a Mosul, piuttosto che a Molenbeek, gli islamisti parlano di ritorno alle tradizioni, al vero Corano, di ritorno ai veri valori, cosa intendono? Quali sono queste tradizioni, se nessuno ricorda più niente? O meglio. Se non è rimasta più traccia di niente? E la memoria è così facile da manipolare?
In Palestina, l’età mediana è 21,3 anni. In Afghanistan, è 18,4. Come ogni giornalista, in un paese in cui non sono mai stata comincio sempre da un libro di storia. Sempre. Il visto, il volo e un libro di storia. Ma quale è la storia? La storia giusta? Perché non è un problema solo con i jihadisti. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, di che si è discusso, per prima cosa? Della Rus’ di Kiev. La storia è la prima delle armi. In ogni guerra. E anche in ogni dopoguerra. Molti musei, più che musei, sono vetrine. L’Homeland War Museum di Dubrovnik ricostruisce la guerra nella ex Jugoslavia senza il minimo riferimento alle responsabilità anche croate. E ai crimini croati. Senza la minima riflessione critica. Così. In bianco e nero. Eppure il ponte di Mostar, il simbolo di quella guerra, fu bombardato dai croati, non dai serbi.
Se però ti avventuri ad affermarlo, ti dicono: «Ma tu da che parte stai?».
E così nel nord dell’Iraq. Con i curdi. Che si fanno fregio degli archeologi internazionali, e tra l’altro, proprio dell’Università di Udine, che sono lì da anni. E sono straordinari. Starci un po’ insieme ti cambia lo sguardo sul mondo. Letteralmente. Perché ti smontano il paesaggio che hai davanti strato a strato, uno strato dopo l’altro: e non solo sull’altro, ma nell’altro. Svelandoti tutta la complessità, e pluralità, della storia. Dove vedi una pietra, un’unica pietra, vedono mille pietre insieme. Vedono influenze, contaminazioni, intersezioni. Integrazioni. Ma poi arrivi a Erbil, la capitale, quella Erbil che srotola loro il tappeto rosso, e che ha tutti i musei sui sumeri, gli assiri, i babilonesi, sulla storia, diciamo, innocente, e innocua, incluso un museo micidiale sull’Anfal, lo sterminio ordinato nel 1988 da Saddam, e in pieno centro, alle spalle del bazaar ora elegantemente ristrutturato, trovi il distretto arabo. O meglio. Quello che era il distretto arabo oggi è polvere e vento. Gli arabi hanno arabizzato le aree curde; e, anni dopo, i curdi hanno curdizzato le aree arabe.
Ma questo, a Erbil, resta fuori dalla storia.
Anche perché, dopo una guerra, si tira di nuovo su il paese, strade, case, ospedali; la società però è altro. E molte società, ormai, sono società vuote. Leggete un qualsiasi romanzo ambientato nel mondo arabo del Novecento. Leggete anche solo Agatha Christie. Le sue crociere sul Nilo. Di quelle società sofisticate, e cosmopolite, non esiste più niente. C’è più Siria in Germania che ad Aleppo. C’è più Iraq a Londra che a Baghdad. Sono andati via tutti. Sono rimasti i poveri e i detenuti. Gli attivisti confinati in carcere. O sostituiti dalle nostre ONG. Dalle mille agenzie dell’ONU. Che molti progetti non abbiano il minimo impatto, che larga parte dei finanziamenti finisca in stipendi, è noto, ma il danno vero è un altro, ed è evidente proprio qui in questi giorni: perché si è avuta questa intifada indipendente da Fatah e Hamas, e sostanzialmente, fuori controllo, un’intifada di ragazzini armati di M16 e TikTok? Perché la società che è sempre stata un’ispirazione per il Medio Oriente, e la sua guida, poi è stata l’unica ai margini della Primavera araba? E ora non ha un leader? E neppure vota più? Perché è stata corrosa dalle ONG. Che hanno rimpiazzato la politica con la tecnica. Per capire i palestinesi, mi viene chiesto di intervistare Mahmoud Abbas, ora, piuttosto che Salam Fayyad, Mustafa Barghouti. O Ismail Haniyeh. Ma con chi parlo davvero, quando parlo con un deputato, o un presidente, un capo di partito? Quanto sono rappresentativi, ormai? Quanto contano? Quanto capisco? E quanto, invece, così capisco male? Sono stata a lungo l’unica corrispondente straniera nella Aleppo dei ribelli. Non ero mai stata prima in Siria, e la Siria, fino ad allora, non era mai stata centrale: l’unico libro che avevo recuperato era una specie di apologia di Assad. Non avevo altro. Ero lì, da sola, tra le macerie. E i morti. Il mio solo tramite con l’esterno era il mio interprete. Lo avevo scelto perché era il solo che aveva avuto il fegato di restare. E, per il mondo, ero la maggiore fonte di informazione. Con la BBC che chiamava e domandava: «Allora, come va in Siria?».
Ora, proviamo a traslare tutto in Italia. Immaginiamo una guerra che fa un milione di morti e 6,7 milioni di rifugiati, e cambia gli equilibri dell’Europa. Tra le macerie, l’unica a raccontarla è una siriana che non solo è al suo primo reportage di guerra, ma non è neppure mai stata in Italia, e ha con sé solo un’apologia di Mussolini. Fra l’altro, ha accesso solo a una città. Anzi, mezza. E il suo solo tramite con l’esterno, quello che le spiega tutto, è uno che è stato scelto semplicemente perché parla inglese. E di mestiere fa il tassista.

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