TRANS-

A volte una sana immersione nelle acque dell’umile e certosino lavoro linguistico e filologico, soprattutto se frutto di un’analisi storico-comparativa delle lingue indoeuropee dal sanscrito al latino e imperniato sullo scovare alcune comuni radici verbali, può essere utile nell’aiutare a capire meglio il travagliato percorso di un termine e in questo caso quello del prefisso trans-, oggetto come tanti altri di continue trasformazioni fonetiche con le diverse e contestuali portate sintattico-semantiche, indice di incrementi cognitivi messi in atto; e lo stesso scavare pazientemente nelle sue lontane origini ce ne può restituire alcuni significati impliciti che poi hanno preso piede, chiaramente con diverse declinazioni nelle varie culture, come Sant’Isidoro di Siviglia già aveva ben individuato nel suo Etymologiae sive Origines del 630 circa. E ha assunto una sua specifica particolarità nelle diverse vicende dello stesso Mediterraneo, non a caso definito da Paul Valéry ‘il mare del possibile’ per una serie di eventi quasi unici che al suo interno si sono verificati, grazie allo scambio continuo tra popoli situati sulle sue sponde, come l’avvento della prima religione monoteistica, la nascita del pensiero filosofico-scientifico e con esso delle prime germinali e contestuali idee democratiche, lo strumento del diritto.
Ispirandoci a delle ipotesi di lavoro esposte da Franco Rendich nel Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee del 2010 e integrandole con alcuni punti di vista avanzati in diverse opere di carattere storico-epistemologico da parte di Michel Serres e dedicate non a caso alla significativa figura di Hermes (1968-1980), trans può essere visto come frutto di un insieme di suoni grazie all’accostamento di consonanti e vocali che poi nel tempo hanno assunto diverse fisionomie nel tentativo di dare un nome alle cose; già per il mondo indoeuropeo tale operazione era ritenuta strategica per cogliere del reale, oggetto di osservazione, qualche suo aspetto essenziale per differenziarlo da altri, anche se questo reale in primis veniva a coincidere col divino e le sue forme ritenute immutabili ed eterne rappresentate dalle stelle e dal sole. E tutto questo era funzionale per poter avere a disposizione un minimo di conoscenze, ma certe e stabili, come indica il termine sanscrito saf (poi diventato sophia nel mondo greco con lo sviluppo della ‘filo-sofia’ come ricerca del loro perché e delle condizioni che le hanno rese stabili nei vari campi dall’arte alla scienza e alla stessa polis). E tale cruciale operazione era un modo indispensabile per cogliere i diversi volti del reale e farne una risorsa attraverso il gioco delle interpretazioni degli intrinseci e possibili significati; soprattutto, era un avvertimento a non ‘mentire su di esso’, per usare un’espressione di Simone Weil che, verso la fine della breve ma intensa vita, non a caso si confrontò con la lingua sacra sanscrita per cercare di comprendere l’autenticità e il senso veritativo del suo stesso percorso, culminato nell’esperienza mistica.
Pertanto, il ricorso alle origini sanscrite e protosanscrite del prefisso trans- con le sue variabili e poste in gioco in altre lingue, come il latino e nel linguaggio odierno, può rivelarsi uno strumento ermeneutico più funzionale a capire meglio le non lineari vicende che ci hanno condotto a essere Homo sapiens e la nostra stessa dimensione relazionale come risultato della continua tensione con la ‘rugosità del reale’, per usare un’altra espressione di Simone Weil; come afferma Michel Serres (Les origines de la géométrie, Flammarion, 1993) che non a caso e a più riprese si è confrontato con l’etimologia delle parole e il loro significato più nascosto, a partire da quello insito nelle antiche lingue sacre del Mediterraneo nel decisivo passaggio dal sanscrito, sino a sovvertirne a volte il senso, trans ha dentro di sé l’idea implicita di designare la via del possibile con la piena portata di intrinseca storicità che ne consegue ed estesa alla stessa realtà vista nella sua integralità. Correlato a questa dimensione, più di altri termini, è quasi più costitutivamente orientato a farci prendere coscienza del fatto che ogni evento, o determinato dalle nostre azioni o riguardante ogni altro angolo di ciò che ci circonda, sia un ‘evento di verità’, a dirla con Alain Badiou (cfr. Manifesto per la filosofia, Feltrinelli, 1991), nel senso che è un invito costante a prendere atto del fatto che siamo immersi in un continuo incontro-scontro col reale e a percepire le sue molteplici potenzialità.
Questo costringe a esperirle sino in fondo, a dare loro ‘la parola’, a dirla con Pavel Florenskij, per coglierne i significati più profondi e ritrovare quei legami vitali tra il tutto e le parti in un’ottica di insieme come in un processo di interazioni tra le ragioni della vita, del reale e quelle del pensiero; trans sta a indicare lo stare dentro le cose, con lo scopo di coglierne l’importanza e la rilevanza a dirla con Manuel DeLanda (Scienza intensiva e filosofia virtuale, Meltemi, 2022), di sentirle nella loro singolarità e nello stesso tempo spinge ad attraversarle e a proseguire, forti del fatto di essere loro ancorati per entrare in un altro orizzonte di senso o continente ignoto e inesplorato.
E il tutto è implicito nel protosanscrito tras dove la consonante s sta a indicare il relazionarsi (col divino) e tr a sua volta muovere verso, moto della luce di una stella che illumina, attraversare e stare sempre in movimento; grazie alle combinazioni di suoni provocate dall’accostamento di vocali – dove la stessa r diventa tale – e consonanti a(n) e n(a) precedute da t e con l’aggiunta di s e n, si dà una fisionomia concettuale, ad esempio, all’oggetto acqua che si agita, espressa pure dal verbo kram dove k esprime l’idea di comunicare ma anche un tipo di moto, come sorgente di vita insieme ad ar. In tale contesto, poi l’aggiunta del fonema n/na (diventato in greco nous) porta all’atto del conoscere, al sorgere del pensare col diventare fonte di conoscenza dove il pesce rappresenta colui che produce conoscenza sino a diventare simbolo della rinascita e della fertilità (Ulisse navigatore in terre ignote, il Cristo dopo come nuovo modo di esperire la fede).
Trans, dunque, con l’idea di movimento in esso implicito, è sempre teso verso il novum e il possibile, in quanto frutto delle esperienze di vita e di pensiero se guidate da un obiettivo (ex-per-ientia, cioè venire da un progetto, una teoria con l’immergersi nel vasto oceano del reale per poi coglierne gli esiti attraverso le diverse logiche escogitate dal soggetto) per approdare a qualcosa di più veritiero e ricavarne ulteriori risorse sia cognitive che esistenziali; e questa continua tensione verso ‘il più vero’ richiede il contestuale ‘tra-vaglio dei concetti’ da mettere continuamente in atto, a dirla col matematico ed epistemologo Federigo Enriques (Problemi della scienza e Per la storia della logica, Zanichelli, 1906 e 1922). Ma a questa operazione vengono sempre abbinati dei relativi sensi con l’assumere fisionomie spesso alternative tra di loro come ci insegna Robert Musil in L’uomo senza qualità, in quanto frutto della presa d’atto della singolarità delle esperienze e dinamiche della vita umana, e non solo, e del suo modo di essere in relazione. Ma il primo passo da fare orientato in tale direzione è quello di andare oltre ‘l’empirismo dei fatti bruti’ e di liberarci dalla loro ‘schiavitù’, come ci ha insegnato Enriques nei suoi vari lavori storico-epistemologici in quanto con parole diverse, a dirla con Karl Marx de Il Capitale, «la scienza sarebbe superflua se l’apparenza e l’essenza delle cose coincidessero» e con essa l’intero pensiero umano nelle sue diverse articolazioni. Trans ci aiuta, pertanto, a capire meglio questo necessario passaggio nel senso sì di essere nelle apparenze delle cose, di viverle e nello stesso tempo di non esserne condizionato; per entrarci dentro e coglierne le diverse potenzialità, occorre però attraversarle e romperne il velo di Maya ma provvisti di un progetto che guardi più in là degli orizzonti cognitivi e di senso esistenti, in quanto la specie Homo, e l’Homo sapiens in particolar modo, è strutturalmente un essere vivente che sposta continuamente il suo asse portante dal bios al logos, come ha ci ha indicato quella figura di ingegnere-filosofo che è stato Valerio Tonini in diversi suoi scritti (Le scelte della scienza, Studium, 1977). La fragilità come esseri viventi, una volta preso atto dei limiti, è stata in un certo qual modo superata nel ‘tra-durre’ (‘tra-sportare’, ‘tra-sformare’) le nostre esperienze di vita in esperienze cognitive con l’invenzione del linguaggio, delle parole, dei simboli, dei miti, dell’arte, del sociale, della scienza e del pensiero, che nel loro insieme hanno aperto il mare del possibile col liberarci da alcuni determinismi sia naturali che storici da noi stessi costruiti per poi a volte darne un senso ideologico. Nell’idea di trans, come già traspare dal suo connotato sintattico e semantico originario, è già implicita una visione non essenzialistica del mondo e degli stessi processi conoscitivi; e se più rettamente compresa diventa uno strumento indispensabile per evitare le trappole del realismo ingenuo e corrispondentista, in quanto fornisce delle attitudini razionali per meglio gestire il continuo passaggio dal sensibile all’intelligibile e permette nello stesso tempo ai kantiani ‘luoghi dell’intelletto’ che sono venuti a costituirsi di non cadere in posizioni normative e unilaterali. Nello stesso tempo lascia, soprattutto, aperte le porte ad altre possibili configurazioni e costellazioni teoriche e aiuta a confrontarci con l’intrinseca storicità degli apparati e delle ‘impalcature concettuali’ costruite, come le chiama Gaston Bachelard in Le nouvel esprit scientifique (1934) e La philosophie du non (1940); tale figura di epistemologo ci ha consegnato un significativo percorso di philosophie ouverte e di razionalità allargata e non a caso può essere preso a simbolo di un pensatore del trans, mossosi dentro le transizioni da un paradigma scientifico all’altro, da una teoria a quella che la nega trasformandola e facendole assumere un nuovo e inedito volto con ripercussioni strutturali sul nostro stesso esprit e modo di essere.
Per questo, a volte esplicitato e spesso quasi tenuto nascosto nelle pieghe, trans è stato il daimon della vita umana in generale e del pensiero filosofico-scientifico e artistico in particolar modo, dove ha funzionato quasi da ‘spirito guida’ nel senso aristotelico sino a presentarsi come un vero e proprio pensiero carsico; e viene a ricordarci la nostra specificità di essere umani caratterizzati dalla capacità pressoché inesauribile di andare al di là delle apparenze del reale, pur visto come uno scoglio duro e un limite, per interrogarlo e coglierne un elemento più profondo. Del resto, la stessa nozione aristotelica di uomo come ‘animale razionale’ ci spiega che, come tutti gli altri esseri viventi, siamo in grado di ‘trar-re’ adeguate informazioni dall’ambiente in cui ci troviamo immersi e di ‘tra-mutarle’ in punti di riferimento per meglio operare; ma come esseri umani, grazie alle risorse messe in campo da questo continuo ‘tran-s-itare’ dal bios al logos, vi aggiungiamo 141 la presa di coscienza, conquistata sia pure a fatica, che tra l’essere uomini e diventare umani ci sono necessariamente ulteriori gradini da attraversare, come ci hanno insegnato diverse figure di mistici di varie religioni. Ma per divenire più umani abbiamo fatto ulteriori e decisivi passaggi, come quello altrettanto significativo per i nostri destini di ‘tra-mutare’ l’aristotelica ‘meraviglia’ verso il reale in una ricerca del suo ‘come’ essere fatto, che ha condotto alla nascita e allo sviluppo della conoscenza scientifica, nata per dar conto delle sue ‘infinite ragioni’, come le chiamava Leonardo da Vinci, col mettere in atto quella logique imaginative di cui parlava Paul Valéry sulla sua scia.
La progressiva e mai finita ‘ricerca’ di tali ragioni ci ha costretti a ‘fare ontologia’, nel senso spiegatoci in questi ultimi anni da Manuel DeLanda sulla scia di Gilles Deleuze, e ha portato alla necessità di rendere conto dei fondamenti del mondo e del valore veritativo dell’impresa cognitiva in generale; questa ulteriore spinta ha richiesto un altro non secondario passaggio, l’invenzione della filosofia nel cui versante epistemologico, come ci insegna Michel Serres (Chiarimenti, Barbieri, 2001), la ragione umana si interroga sul senso delle verità prodotte e della loro virtualità e sul modo di produrne altre; tale attitudine di pensiero ha caratterizzato il mondo greco nel porsi la domanda del carattere ‘divino’ dell’universo matematico e poi il mondo moderno con Galileo nella sua estensione al mondo naturale sino a portare alla ancora dibattuta questione della sua ‘irrazionale efficacia’. Il ‘tra-vasare’ poi tali conquiste cognitive in altri ambiti, con la contestuale formazione dello spirito critico in senso kantiano, ha aperto il campo del ‘gran theatro della natura’, come lo chiamava Federico Cesi nel fondare nel 1603 l’Accademia dei Lincei, col farne emergere altre non secondarie ‘ragioni’ con la nascita delle scienze del vivente e di quelle umane.
Ma il daimon del trans non si è fermato e ha continuato la sua impervia strada sino a condurci a dare una più adeguata rilevanza al ‘perché’ delle cose e di noi stessi, percorso di senso e nello stesso tempo di tormenti cognitivo-esistenziali in quanto ‘attraversato da’ e in più direzioni, col dare così una pluralità di risposte nessuna delle quali è esaustiva sino a investire la stessa struttura concettuale del variegato mondo della scienza; negli ultimi decenni, anche grazie alla crescente metabolizzazione epistemica di quelle risorse cognitive provenienti dalle scienze dei sistemi complessi, lo stesso pensiero filosofico-scientifico, sollecitato dalle inedite sfide che ci attendono (cfr. A.F. De Toni, G. Marzano, A. Vianello, Antropocene e le sfide del XXI secolo, Meltemi, 2022), è impegnato sempre di più a coniugare il ‘come’ e il ‘perché’ delle cose col farci transitare a una maggiore consapevolezza della natura planetaria dei problemi. Dall’insieme dei risultati che stanno emergendo grazie a questo approccio e a differenza del recente passato, sta diventando sempre più stringente, per parafrasare il biologo Jacques Testart e sulla scia dello stesso Serres, mettere negli ‘ingredienti della torta’, che siamo invitati a costruire come comunità pensante e globale, la dimensione etica e antropologica e far coniugare sempre più il verbo ‘potere’ col verbo ‘dovere’, date le poste in gioco dei problemi.
Per ‘tran-s-itare’ con più adeguati strumenti cognitivo-esistenziali in quella che Edgar Morin e Mauro Ceruti hanno chiamato ‘la quarta umanità’, il daimon del trans ancora una volta ci sprona a intraprendere dei percorsi dove le tre dimensioni kantiane della conoscenza, della responsabilità e della speranza, riconosciute come essenziali pur nella loro autonomia, vengono orientate a procedere in un’unica direzione e strettamente intrecciate alimentandosi e nutrendosi a vicenda delle rispettive prerogative e prospettive; in tal modo esplica meglio la sua forza nel liberarci dai riduzionismi sempre in agguato e guardare al di là delle contingenze che spesso ci inchiodano al presente. Così gli stessi processi conoscitivi, nella misura in cui tendono non al vero in senso assoluto ma al ‘più vero’ grazie all’assunta dimensione storica nel senso di Enriques, portano, pertanto, nel loro corredo concettuale tale istanza a noi uomini con la coscienza, come diceva Simone Weil, che non ci danno potere, ma solo ‘tanta e tanta responsabilità’, percorso da mettere in atto per diventare ‘più umani’; e nell’‘at-traversarli’ con dei progetti e solo nel darne senso si ‘tra-s-formano’ in percorsi di speranza, percorsi che senza il loro indispensabile contributo rischiano di tramutarsi in ideologie con furori distruttivi che spesso ci hanno accompagnati con esiti devastanti nella nostra storia. Sta a noi, con una più piena coscienza epistemica del trans ‘farne tesoro’, nel senso biblico dei Proverbi, in ogni ambito in difesa dell’umano e, grazie alle diverse esplorazioni delle nuances che siamo in grado di coglierne, continuare a ‘tra-durle’ in risorse e a educarci ad esso per renderlo una ‘buona merce’, per usare una significativa espressione di Primo Levi.

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