TRANS-

Dvide Molinaro intervista Andrea Fumagalli

In genere la parola ‘capitale’ viene associata al campo semantico dell’economia, spesso riducendo il concetto esclusivamente a questa dimensione. Anzitutto, può darne una chiara definizione trasversale, in particolare rispetto ai suoi termini cardine di ‘risorsa’ e di ‘proprietà’, o ‘possesso’?

Il termine ‘capitale’ comincia a entrare nel lessico all’indomani della rivoluzione industriale di fine Settecento e sta a indicare un nuovo fattore di produzione, inizialmente rappresentato dalle macchine, in grado di avviare un processo produttivo, congiuntamente al lavoro. Non a caso, da tale termine deriva il nome ‘capitalismo’ per indicare il nuovo sistema di produzione economica che nasce appunto dalla rivoluzione industriale e da quella francese. Due sono gli elementi che lo definiscono: la proprietà privata e il rapporto capitale-lavoro. Il secondo, in particolare, è in costante metamorfosi, essendo il capitalismo un sistema intrinsecamente dinamico. Nel pensiero economico classico, che definisce l’economia politica come disciplina autonoma, il capitale coincide con i mezzi di produzione (capitale fisso in David Ricardo o capitale costante, o ‘lavoro morto’, in Karl Marx) ed è un bene esclusivamente di proprietà privata come esito del processo storico che parte nel Seicento con le enclosures e l’avvio dell’accumulazione originaria (o primitiva). Marx introduce il concetto di ‘capitale variabile’, o ‘lavoro vivo’, per indicare la trasformazione dell’attività lavorativa in capitale, unilateralmente utilizzato dal capitalista e spogliato da ogni autonomia.
Con l’avvento del pensiero economico neoclassico – oggi ancora dominante – il termine ‘capitale’ perde sempre più il riferimento a un preciso sistema di produzione storicamente determinato e diventa un concetto generale per indicare tutto ciò che ha un valore, soprattutto di scambio: un insieme di merci materiali e immateriali in grado di creare valore. In questo contesto, il capitale è soggetto a continua metamorfosi, come d’altronde il lavoro.

Si possono dunque individuare forme diverse di capitale? Le differenze qualitative si associano a diversi tipi di risorse o di modalità di possesso? A partire dai concetti di ‘risorse umane’ e di ‘proprietà intellettuale’, relativamente recenti, si comincia a introdurre anche il principio di ‘capitale umano’.

Nel corso della storia del capitalismo, il capitale ha assunto forme differenti ed è diventato eterogeneo. Poiché il capitalismo è un’economia monetaria di produzione, ovvero un sistema dove non c’è accumulazione se non vi è un indebitamento, la prima forma importante è rappresentata dal capitale creditizio: la possibilità di accedere a una certa liquidità che si è in grado di garantire grazie all’esercizio di un diritto di proprietà privata su beni terzi, cioè alienati dalla propria persona. Questa garanzia deriva dalla proprietà dei mezzi di produzione. Il capitale creditizio (la funzione creditizia della moneta) è ancellare a quello fisico e, col tempo, si modificherà sino alle forme più moderne di capitale finanziario, a partire dalla rivoluzione manageriale degli anni Trenta del secolo scorso, studiata da Rudolf Hilferding. Tale metamorfosi va di pari passo con le trasformazioni del capitale produttivo, il quale tende sempre più a smaterializzarsi a seguito degli sviluppi tecnologici e organizzativi, che delineano nuovi processi di valorizzazione. Non a caso, dalla metà degli anni Ottanta, nelle grandi corporation americane la quota di capitale intangibile tenderà a prevalere sempre più su quello tangibile (macchinari, terreni, mezzi di trasporto). Nuove forme di capitale si impongono, in particolare due: quella che deriva dagli studi in ricerca e sviluppo (R&S), ossia il capitale intellettuale, e quella legata al brand dell’output, ovvero il capitale del marchio. In questo processo di smaterializzazione, il rapporto con il lavoro si modifica e diventa più ibrido sino a parlare di ‘capitale umano’, nelle sue diverse configurazioni: cognitivo e relazionale. Non è un caso che ciò avvenga quando le fonti dell’accumulazione si basano sempre più sulle economie dinamiche di apprendimento e di rete (learning e network economies). Ciò che non muta è la struttura proprietaria. Qualunque sia la sua forma, il capitale è sempre di proprietà del capitalista. Lo conferma pure la volontà di estendere i diritti di proprietà intellettuali, anche quando la conoscenza è frutto di una cooperazione sociale (general intellect).

Questi diversi tipi di capitale sono trasferibili e ciò può essere inteso come una variazione di capitale puramente quantitativa. La trasferibilità è quindi una sua proprietà costitutiva? Che cosa comporta questo sul piano sociale?

Non mi pare che la trasferibilità sia una proprietà costitutiva del capitale. Più quest’ultimo diventa intangibile, non misurabile, più il ruolo della proprietà privata diventa meno importante, ma ciò non significa che vi è una ‘socializzazione’ del capitale. Assume invece rilevanza la governamentalità del controllo, senza proprietà. Oggi, nell’economia contemporanea, due sono le principali leve del comando del capitale sul lavoro: la proprietà intellettuale (che tende a sostituire quella dei mezzi di produzione) e la gestione unilaterale dei flussi finanziari da parte delle grandi corporation. Tecnologia e moneta rimangono gli strumenti del potere di sfruttamento del capitale.
Nel capitalismo delle piattaforme e delle filiere produttive internazionalizzate ciò che conta dunque non è più la proprietà dei mezzi di produzione (che possono essere esternalizzati a proprietari subfornitori), ma il controllo della tecnologia (come i brevetti ecc.) e del brand. Il leasing nella produzione e il franchising nella commercializzazione sono, ad esempio, gli strumenti più noti per disporre di tale controllo.
Nel settore della finanza, una dozzina di multinazionali della finanza controlla oltre il 70% degli scambi speculativi su scala globale. Quattro imprese finanziarie controllano il 95% del mercato dei derivati negli Stati Uniti, il più grande al mondo. Ma nessuna di queste imprese è proprietaria delle attività finanziarie che gestiscono. I detentori sono pensionati, risparmiatori, Stati nazionali, altre imprese ecc. Tali attività invece vanno a comporre enormi portafogli finanziari che concorrono alla creazione delle convenzioni speculative.
Sia nel campo della tecnologia che della finanza abbiamo assistito a un aumento della concentrazione di capitale che ne ha limitato di molto la trasferibilità. Anche il cosiddetto ‘capitale umano’ è entrato a far parte del processo di accumulazione. Non stupisce che oggi l’istruzione e la cura della persona (welfare) rappresentino gli ambiti economici a maggior valore aggiunto e siano sottoposti a crescenti processi di privatizzazione e liberalizzazione.
Una delle cause dell’attuale iniquità sociale sta proprio nella difficoltà di trasferibilità del capitale, in conseguenza anche di nuove forme di divisione del lavoro. A quella tradizionale di smithiana memoria (per mansioni) si sono aggiunte la divisione cognitiva e la divisione geografica (spaziale) del lavoro.

È possibile invece trasformare alcuni tipi di capitale in altri. Il denaro, in particolare, tende a essere la forma di capitale più versatile sul piano della conversione. Come avvengono queste trasformazioni e, ancora, quali sono le implicazioni dal punto di vista sociale?

Una delle proprietà costitutive del capitale è proprio la sua trasformabilità, come ben spiega Marx nel I capitolo del II libro de Il Capitale (intitolato, non a caso, ‘Il ciclo del capitale monetario’). In un’economia monetaria di produzione, per avviare il processo di accumulazione è necessario congiungere capitale costante a capitale variabile. Per fare ciò (investimento) è necessario indebitarsi, in modo da godere di un certo livello di capitale monetario. Quest’ultimo, quindi, si trasforma in capitale variabile (monte salari) per poi convertirsi, una volta prodotta la merce, in capitale circolante e, infine, in accumulazione di capitale. Oggi, il concetto di capitale variabile è assimilabile a diverse forme. Si può trasformare in capitale umano, sociale, relazionale, cognitivo ecc., ma è sempre lavoro vivo. Tali trasformazioni rendono la forma ‘capitale sociale’ molto più flessibile, in grado di captare e sussumere diversi aspetti della vita umana, non più solo il tempo certificato di lavoro produttivo.

Alla luce di questi concetti fondamentali, cosa s’intende per capitalismo? Come si è trasformato nell’avvicendarsi dei secoli e in che modo questi mutamenti hanno modificato o riprodotto le gerarchie sociali? Infine, perché crede che questa sia l’epoca del capitalismo bio-cognitivo?

Il sistema di produzione capitalistico è caratterizzato da due condizioni, come ho già ricordato: la proprietà privata come strumento di espropriazione e il rapporto capitale-lavoro come luogo di questa espropriazione.
La storia del capitalismo è una storia di continua metamorfosi ed è qui che sta la sua forza: la capacità di innovarsi, sussumendo le forze anticapitalistiche. Sono infatti le forze anti-sistemiche a consentire al capitalismo di rigenerarsi e di sopravvivere. Il capitalismo contemporaneo nasce dalla crisi di quello fordista, caratterizzato da quella rigidità tecnologica e organizzativa (ma anche sociale) che aveva consentito una crescita di produttività come mai si era verificata nella storia umana e dall’aumento del conflitto sociale. Tale rigidità era stata poi, a sua volta, il principale fattore di crisi. Il processo di flessibilizzazione ha innervato tutti gli aspetti dell’accumulazione, dalla tecnologia alla produzione, all’organizzazione del lavoro. La tecnologia da statica e meccanica si è trasformata in tecnologia linguistica e dinamica, la produzione da materiale a immateriale, il lavoro da stabile a precario.
Negli anni Novanta, il modello capitalistico che prende il sopravvento (rispetto al toyotismo giapponese e al paradigma dei distretti industriali) viene denominato ‘cognitivo’. Come scrive Carlo Vercellone: «il termine capitalismo designa la permanenza, nella metamorfosi, delle variabili fondamentali del sistema capitalistico: in particolare, il ruolo guida del profitto e del rapporto salariale o più precisamente le differenti forme di lavoro dipendente dalle quali viene estratto il plusvalore; l’attributo cognitivo mette in evidenza la nuova natura del lavoro, delle fonti di valorizzazione e della struttura di proprietà, sulle quali si fonda il processo di accumulazione e le contraddizioni che questa mutazione genera» (C. Vercellone, Capitalismo cognitivo, Manifestolibri, 2006, p. 20).
Nuovi fattori produttivi entrano in gioco nel determinare l’accumulazione e la valorizzazione del capitale: la conoscenza e lo spazio virtuale. Ciò implica che le facoltà vitali umane vengono sempre più messe a lavoro e quindi a valore. In questa fase, l’eterogeneità e l’individualizzazione della prestazione lavorativa richiedono comunque il ricorso a un’organizzazione produttiva in grado di sfruttare al meglio le risorse di ciò che, con un evidente ossimoro, verrà chiamato ‘capitale umano’.
Sarà solo con il capitalismo delle piattaforme che il capitalismo cognitivo diventerà bio-cognitivo. Con ciò si intende l’esistenza di un meccanismo di accumulazione in grado di far presa diretta sulla vita degli individui, attingendo ai loro bisogni, alla loro socialità e alle loro relazioni di riproduzione sociale. In questo contesto, la vita viene messa direttamente a valore, senza passare per l’intermediazione lavorativa, bensì solo per l’intermediazione tecnologica (le app). Se già il capitalismo cognitivo aveva messo in dubbio la persistenza delle dicotomie classiche del fordismo (tempo di lavoro/tempo libero, produzione/consumo, produzione/riproduzione ecc.), nel capitalismo bio-cognitivo salta anche quella tra lavoro produttivo (remunerato) e lavoro improduttivo (non remunerato). Il lavoro non pagato e sottopagato diventa la norma. Lungi dall’essere nell’era della fine del lavoro, siamo in quella del ‘lavoro senza fine’, dove la nostra capacità di produrre valore non è nota neanche a noi. È per questo che è possibile parlare oggigiorno di ‘sussunzione vitale’: altro che capitale umano e capitale sociale come strumenti di liberazione e autodeterminazione.

multiverso

18